Niente scuola dell’infanzia per chi non è vaccinato

L'omissione o il differimento solo con l'ok del pediatra
Niente nido o scuola dell’infanzia per chi non vaccina il figlio, anche se paga la sanzione pecuniaria. Lo ribadisce la circolare esplicativa del decreto vaccini pubblicata dal ministero della Salute.
“La sanzione estingue l’obbligo della vaccinazione, ma non permette comunque la frequenza, da parte del minore, dei servizi educativi dell’infanzia, sia pubblici sia privati, non solo per l’anno di accertamento dell’inadempimento, ma anche per quelli successivi, salvo che il genitore non provveda all’adempimento dell’obbligo vaccinale”.
Per quanto riguarda l’omissione o il differimento delle vaccinazioni obbligatorie, “devono essere attestati dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta, sulla base di idonea documentazione e in coerenza con le indicazioni fornite dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità”.
Il decreto-legge sui vaccini “dispone che dieci vaccinazioni siano obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), inclusi i minori stranieri non accompagnati per la medesima classe di età, in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita”: lo si legge nella circolare operativa emanata oggi dal ministero della Salute. Le dieci vaccinazioni sono anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.
Per i minori non accompagnati, ricorda la circolare, “è prevista l’iscrizione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale anche nelle more del rilascio del permesso di soggiorno”.
Fonte: Askanews.it

A Parma le Autorità cittadine decisero nel 2006 circa di costruire un inceneritore per risolvere il problema dei rifiuti.

La Farmacia SS. Annunziata, in qualità di presidio sanitario chiamato a promuovere la salute e corretti stili di vita, ha cercato nel tempo di proporre alternative rispettose di ambiente, salute e risorse limitate in un pianeta limitato.

Tante le iniziative intraprese tra le quali un viaggio a San Francisco per cercare di contattare l'Amministrazione guidata allora dal Sindaco Gavin Newsom e far conoscere ai cittadini ducali la realtà di una delle metropoli più affascinanti e importanti del mondo che ha fatto della green economy una bandiera.

Capitale mondiale con un milione di abitanti che parlano tre lingue, inglese spagnolo cinese, con strade saliscendi, palazzi slanciati verso il cielo, è riuscita a organizzare una raccolta differenziata porta a porta molto efficace, convincente e partecipata.

Una testimonianza incisiva che avrebbe potuto dissuadere i politici di Parma dall'idea di costruire un'industria insalubre di classe I ( la più pericolosa ) in un territorio caratterizzato per qualità e tipicità dei prodotti a fianco della Barilla, uno dei più importanti pastifici del mondo.

Francesco e il Dr. Ajuah partirono così alla volta della Bay area seguendo i segnali che le stelle indicavano loro come Santiago nell' "Alchimista" di Coelho.

Un viaggio entusiasmante che li porta a visitare impianti di compostaggio e di riciclo famosi nel mondo come il Pier 96, a intervistare il Sindaco di Berkeley e l'Amministrazione di San Francisco rappresentata da Kevin Drew ( Residential & special project zero waste coordinator San Francisco ). 

Il Sindaco Newsom per impegni istituzionali non potè ricevere i due ambasciatori che lasciarono comunque un regalo portato dalla loro terra.

Dopo pochi mesi il Sindaco di Parma Pietro Vignali e la Farmacia per conoscenza ricevettero una lettera dall'Amministrazione californiana che venne presentata alla cittadinanza in una serata memorabile in Teatro Due...

Sensori glicemia gratis solo in Emilia Romagna

Grandi difficoltà per i pazienti senza stomaco a causa di un tumore e grande attesa per gli esiti del voto su un emendamento alla Legge di Bilancio che prevede un rimborso di 11 milioni per i supporti nutrizionali. A lanciare il grido di allarme è l’Associazione Vivere senza stomaco si può ODV in occasione del 4° Convegno Nazionale sul tumore gastrico I diritti del paziente con tumore gastrico, in corso a Roma.I pazienti chiedono omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio presentato dalla Senatrice Paola Boldrini, perché in tutta Italia siano rimborsati integratori indispensabili per chi è costretto a vivere senza lo stomaco. Altrettanto indispensabile che siano stabiliti Piani Diagnostico Terapeutici Assistenziali strutturati per i pazienti con tumore gastrico, a oggi presenti in pochissimi ospedali e Regioni. Inoltre solo in Emilia Romagna i malati potranno accedere ai sensori per il monitoraggio della glicemia, necessari perché i livelli sono molto variabiliVenti Regioni, venti destini diversi per i circa 80 mila pazienti che non hanno più lo stomaco per colpa di un tumore gastrico: la possibilità di accesso agli alimenti ai fini speciali spesso indispensabili per questi malati, cambia da una Regione all’altra. Rari gli esempi di Regioni che abbiano pensato a percorsi o iniziative specifiche per l’assistenza dei pazienti. L’Emilia Romagna, per esempio, è l’unica dove è prevista l’erogazione di sensori per il monitoraggio della glicemia ai pazienti senza stomaco: un presidio necessario, perché la glicemia nell’arco della giornata ha sbalzi spesso molto consistenti che possono portare a crisi ipoglicemiche gravi. Così l’Associazione Vivere senza stomaco si può Onlus, chiede che si guardi agli esempi regionali virtuosi e soprattutto che sia accolto l’emendamento alla Legge di Bilancio della Senatrice Paola Boldrini, che prevede un rimborso di 11 milioni per supporti nutrizionali.“Gli integratori rappresentano un presidio fondamentale per la nutrizione delle persone che hanno subito una gastrectomia perché in grado di consentire un equilibrato e corretto apporto di nutrienti anche in assenza totale o parziale dello stomaco. Tuttavia vi è ancora un trattamento differenziato da Regione a Regione che di fatto discrimina i pazienti a parità di condizione. Secondo una stima dell’Associazione Italiana Registro Tumori, sono oltre 3.000 i pazienti esclusi dalla rimborsabilità degli integratori su territorio nazionale – spiega Claudia Santangelo, presidente della Onlus – la nostra Associazione lancia perciò un appello per chiedere che le differenze regionali vengano superate per garantire a tutti i malati omogeneità ed equità di accesso alle cure e soprattutto il diritto a una nutrizione controllata dopo la chirurgia. Per questo l’approvazione dell’emendamento presentato dalla Senatrice Paola Boldrini costituirebbe per noi una vera rivoluzione” aggiunge Santangelo.L’emendamento prevede infatti la rimborsabilità dei supporti nutrizionali di qualsiasi tipo per i pazienti con tumore allo stomaco che abbiano avuto una resezione gastrica, in tutte le Regioni e non a discrezione delle amministrazioni locali come avviene adesso. “Nel nostro Paese è sempre più difficile applicare in maniera uniforme uno dei diritti fondanti della nostra Costituzione, il diritto alla salute – interviene la Senatrice Paola Boldrini – nel caso dei pazienti con tumore gastrico è ancora più evidente, sia perché non se ne parla abbastanza sia perché c’è poca attenzione al loro stato nutrizionale nel corso delle terapie oncologiche. L’alimentazione nel paziente con patologie oncologiche dell’apparato digerente è fondamentale per una migliore qualità di vita e per una maggiore aderenza alle terapie: per questo ho ritenuto opportuno portare avanti una battaglia, in sede di sessione di bilancio, che permetta la rimborsabilità dei supporti nutrizionali per i pazienti oncologici senza stomaco in tutte le Regioni. Oggi queste persone ricevono un trattamento differenziato da Regione a Regione, di conseguenza a parità di condizione non tutti i cittadini hanno pari diritti. La condizione ideale sarebbe il riconoscimento anche nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ma in attesa di centrare questo obiettivo è mio dovere lavorare affinché i supporti nutrizionali, vitali in alcuni casi, siano rimborsati in tutto il Paese”.
Fonte: Askanews.it

Attenzione all'igiene prima di tutto. No al pisolino senza toglierle

Acquistate le lenti a contatto, il paziente dovrà gestirle autonomamente. Il primo obiettivo per lui sarà quello di imparare ad applicarle e a rimuoverle senza esitazioni, per esempio nel caso in cui diano fastidio o sia presente un corpo estraneo nell’occhio. “Per maneggiare le lenti e tutto ciò che riguarda la loro conservazione – avverte Pasquale Troiano, Direttore Unità Operativa Complessa di Oculistica – Ospedale Fatebenefratelli di Erba e Consigliere SOI – come i flaconi per la manutenzione e i contenitori, è assolutamente necessario avere le mani pulite. Immediatamente prima, occorre quindi lavare e asciugare accuratamente le mani. Raccomandare il lavaggio delle mani può essere quasi scontato, mentre raccomandare l’asciugatura lo è certamente meno: pochi ci pensano, ma l’acqua che può rimanere sulle dita dopo il lavaggio, non è sterile!!! La soluzione migliore è quindi utilizzare tovagliette usa e getta in carta, evitando gli asciugamani e anche i getti d’aria che possono essere contaminati da una notevole carica batterica”.“Altre raccomandazioni fondamentali per la salute dell’occhio – prosegue – riguardano la gestione delle lenti monouso, pensate per essere indossate la mattina e tolte la sera. Una volta rimosse, le lenti monouso non sono più utilizzabili e vanno pertanto buttate, perché le loro caratteristiche costruttive non ne permettono una corretta manutenzione senza un conseguente danneggiamento. Occorre ricordare anche una semplice norma per garantire alla superficie oculare una corretta ossigenazione: bisogna applicare le lenti a contatto il più tardi possibile dopo il risveglio e rimuoverle il prima possibile prima di dormire. Il motivo per cui, dopo pochi minuti di applicazione, la presenza della lente non si avverte più è che essa riduce così tanto la concentrazione di ossigeno a livello della superficie oculare che le terminazioni nervose della cornea smettono di funzionare. Una mancanza di ossigenazione simile si riproduce quando la palpebra è abbassata, anche se una minima concentrazione di ossigeno sulla superficie oculare è garantita dai vasi sanguigni della palpebra superiore. È quindi fortemente consigliabile lasciare qualche ora gli occhi senza lenti durante la veglia, evitando così una condizione di ipossia cronica della superficie oculare che può condurre a una serie di problematiche anche abbastanza rilevanti sul piano clinico. Pericolosissimo è il pisolino con le lenti a contatto applicate; prima di dormire anche se per poco tempo è assolutamente necessario rimuovere le lenti a contatto.Infine – conclude il professore – una norma che può sembrare di buon senso, ma che viene spesso disattesa: quando si avverte un qualsiasi disturbo agli occhi, bisogna evitare d’indossare le lenti. È esperienza comune per gli oculisti visitare pazienti che si presentano in ambulatorio con gli occhi in pessimo stato ma con le lenti indossate”.
Fonte: Askanews.it

Protesi per giovinezza duratura, filler per bellezza momentanea

Sempre più persone cedono al ritocco ma quando si tratta del viso la domanda è sempre la stessa: protesi facciali o punturine? La risposta può nascondere insidie e prima di sottoporsi a trattamenti o interventi per ripristinare i volumi del volto è bene tenere a mente alcune indicazioni.“Esiste un’enorme differenza tra filler e impianti: i filler donano bellezza mentre gli impianti facciali restituiscono giovinezza. Cosa ancora più importante, il filler agisce sui tessuti molli, con un’azione temporanea e comporta rischi nella ripetizione delle punture oltre quelle, spesso minimizzate di reazioni avverse per accidentale coinvolgimento della sostanza in un vaso sanguigno. Le protesi, invece, vero che trattasi di intervento chirurgico ma ricostruiscono l’inevitabile assorbimento osseo rendendo il volto più giovane di dieci anni per tutta la vita”, ha spiegato Daniele Spirito, chirurgo plastico, di Roma, e docente presso la Cattedra di Chirurgia Plastica dell’Università di Milano, che ha trattato l’argomento al IX Corso Apira Medical di chirurgia Plastica e Medicina estetica, che si è tenuto a Napoli.Dunque per correggere la convessità temporale, ripristinare zigomi, correggere le borse sotto gli occhi o avere una mascella più pronunciata, perfino aumentare il labbro qual è la scelta più indicata? “Spesso le persone preferiscono il filler perché è un trattamento rapido e poco costoso; l’impianto, invece, è un intervento chirurgico, seppure eseguito in day hospital e anestesia locale – prosegue l’esperto – .Bisogna sottolineare che l’effetto del filler dopo sei mesi svanisce, dona quindi una bellezza effimera delle parti molli. Man mano che l’età avanza il viso si assottiglia, l’osso si assorbe, quindi gli impianti possono garantire un risultato migliore: protesi temporali, mandibolari, zigomatiche, sottorbitali hanno l’effetto di ripristinare l’osso con uno spessore di pochi millimetri di silicone duro regalando dieci anni di giovinezza”.“Sottoporsi a un intervento chirurgico, per quanto sia più invasivo di una punturina, ha infatti dei vantaggi – osserva ancora il professore – il risultato è durevole nel tempo perché la protesi non si riassorbe e una volta raggiunti i 60 anni facilmente se ne dimostrano 40-45. Utilizzando il filler, invece, per prolungare il risultato è necessario intervenire più volte nel corso del tempo e nella ripetizione si può andare incontro a problemi tardivi insiti nella ripetizione periodica. I filler che durano tanto inoltre, anche un anno, rischiano dunque di portare reazioni avverse e, quando si tratta di iniettare grossi quantitativi, i rischi aumentano”.
Fonte: Askanews.it

Su "Nutrients" studio Fondazione Gemelli e Università Cattolica

Uno studio clinico senza precedenti condotto da esperti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Università Cattolica, campus di Roma mostra l’efficacia dello zafferano, per la prima volta su pazienti, come cura per una grave malattia degenerativa della vista, la sindrome di Stargardt, una rara malattia genetica. Il trattamento è semplice e senza effetti collaterali. È quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista “Nutrients” e coordinato da Benedetto Falsini, professore associato dell’Istituto di Oftalmologia all’Università Cattolica e specialista presso l’UOC di Oculistica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, insieme a Silvia Bisti dell’Università degli Studi dell’Aquila. “Tutto è nato dagli studi della collega Bisti tanti anni fa – afferma Falsini – con la quale collaboro da anni e a cui sarò sempre molto grato”.La malattia di Stargardt è una degenerazione ereditaria della ‘macula’, il centro della retina. I sintomi consistono soprattutto nella riduzione della visione centrale (quella che consente di riconoscere i visi, leggere, guidare etc), che inizia durante l’adolescenza o, comunque, in giovane età (prima e seconda decade di vita). Inoltre, i pazienti possono lamentare disturbi nella percezione dei colori (discromatopsia), macchie nere nel campo visivo (scotomi centrali) e intolleranza alla luce (fotofobia). La malattia è causata da ‘errori’ (mutazioni) del gene chiamato ABCA4, il cui malfunzionamento provoca disfunzione e perdita delle cellule retiniche (i cosiddetti fotorecettori coni e bastoncelli). La malattia compare quando l’individuo ha entrambe le copie del gene con le mutazioni. La progressione della malattia è legata a fenomeni neuroinfiammatori indotti dal crescente stress ossidativo (i radicali liberi).In questo trial clinico, il primo in assoluto, sono stati coinvolti 31 pazienti con Stargardt trattati con 20 milligrammi al giorno di zafferano (Repron, brevetto internazionale) in compresse. I pazienti hanno assunto lo zafferano per sei mesi e poi una sostanza placebo per i successivi sei. La funzione visiva si è mantenuta stabile durante i sei mesi di trattamento mentre tendeva a deteriorarsi durante l’assunzione del placebo.
Fonte: Askanews.it

Mirone, Fondazione Pro: "Dieci regole per prevenirlo"

Sono 37mila, secondo le ultime stime AIOM (Associazione Italiana Oncologia-Medica), i nuovi casi di cancro alla prostata diagnosticati nel 2019. La patologia si conferma tra i primi 5 tumori più diffusi in Italia, nella classe 50-69 anni e negli ultrasettantenni raggiunge la prima posizione in classifica. Il tumore della prostata mostra l’incidenza più alta in Valle d’Aosta (159 casi per 100.000 abitanti) e la più bassa in Sicilia (86 casi per 100.000 abitanti). Più in generale, la patologia evidenzia un netto calo dell’incidenza in Italia (-1,4% annuo) legato soprattutto al minor utilizzo del PSA come test di screening. Un calo che si registra in tutte le regioni, in maniera significativa in Friuli (-8,3%), Liguria (-4%), Alto Adige (-4,7%) e Sardegna (-3,8%).“Il cancro alla prostata – commenta Vincenzo Mirone, presidente della Fondazione Pro, unica in Italia dedicata esclusivamente alla salute maschile – è noto anche come killer silenzioso. Il calo dell’incidenza registrato dall’Aiom è una buona notizia ma è fondamentale non abbassare la guardia.La prevenzione resta lo strumento più importante per contrastarlo. La Fondazione Pro è impegnata ogni giorno nella diffusione della cultura della prevenzione, attraverso azioni e campagne di sensibilizzazione e attraverso le attività della nostra Unità mobile, nata proprio per portare la prevenzione tra la gente”.La Fondazione Pro ha stilato il decalogo per la salute maschile: 1. Effettuare, almeno una volta l’anno, una visita urologica di controllo dai 50 anni 2. Seguire uno stile di vita equilibrato 3. Usare con moderazione cibi e bevande come birra, insaccati, spezie, pepe, peperoncino, superalcolici, caffè, cioccolato, formaggi grassi, pesci grassi (anguilla, tonno, sgombro), frutti di mare, crostacei (gamberi, aragosta) 4. Preferire cibi contenenti sostanze antiossidanti 5. Bere almeno 2 litri d’acqua al giorno 6. Regolarizzare la funzione intestinale 7. Mantenere un’attività sessuale regolare 8. Evitare di praticare il coito interrotto 9. Praticare attività fisica 10.Moderare l’uso dei mezzi a due ruote.
Fonte: Askanews.it

Su Nature Neuroscience studio dell'Università di Cagliari

Un nuovo studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Cagliari e guidato da Miriam Melis, in collaborazione con l’Accademia delle Scienze Ungheresi a Budapest e l’Università del Maryland a Baltimora, rivela come l’uso durante la gravidanza della cannabis e l’esposizione al suo principale componente psicoattivo – il THC – modifichi il sistema dopaminergico della prole e la renda suscettibile ai suoi effetti psicotici durante la preadolescenza.Questo studio, che esce oggi sulla prestigiosa rivista internazionale “Nature Neuroscience”, grazie a un approccio multidisciplinare ha svelato importanti modificazioni delle aree cerebrali responsabili della gratificazione nei giovani ratti, i quali mostrano una maggiore vulnerabilità agli effetti di una sola esposizione al THC a un’età in cui i giovani cominciano a sperimentarla. Lo studio, iniziato nei laboratori del Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Cagliari nel 2014, ha visto successivamente il coinvolgimento dei due centri di ricerca internazionali ed è finanziato dal prestigioso ente americano National Institute on Drug Abuse: mostra come l’uso di una droga considerata “leggera”, se assunta durante la gravidanza modifichi la regione cerebrale importante per le emozioni, il piacere e diverse funzioni cognitive, così come fanno cocaina e l’alcol. Un’evidenza molto importante perché – con la crescente legalizzazione della cannabis e la diffusa percezione di una sua sostanziale innocuità – la cannabis è la droga illegale più usata nel mondo dalle donne incinte, a volte assunta come rimedio per le nausee mattutine o per l’ansia.Gli autori dello studio sperano quindi che la loro scoperta aiuti il processo di consapevolezza riguardo le conseguenze negative sullo sviluppo del sistema nervoso centrale del bambino. D’altronde gli studi dimostrano come rispetto ai loro pari questi bambini siano iperattivi, disattenti, più impulsivi e più suscettibili alle psicosi. Non sorprende quindi gli autori che anche lo sviluppo del loro sistema dopaminergico sia alterato. Nello stesso studio, gli autori sono stati in grado di correggere le modificazioni cerebrali, a livello sia cellulare sia comportamentale, riuscendo a proteggere i piccoli esposti durante la gestazione al THC dai suoi effetti detrimenti con un farmaco che attualmente è approvato dalla agenzia americana del farmaco (la Food and Drug Administration) in diversi studi clinici per il trattamento della schizofrenia, del disturbo bipolare e dei disturbi psichiatrici associati all’uso di cannabis.
Fonte: Askanews.it

Pregliasco: proteggersi con il vaccino anti-influenzale

La nuova stagione influenzale vedrà protagonisti virus più ‘insidiosi’. Sono in circolazione due nuove varianti dei virus, H3N2 – H1N1 che potrebbero colpire circa 6 milioni di persone.L’H1N1 nella fascia d’età pediatrica e l’H3N2 nella popolazione anziana possono sviluppare forme influenzali particolarmente severe con un rischio maggiore di complicanze. Gli altri virus in circolazione sono B/Colorado e A/Kansas che sono già noti dalle precedenti stagioni.Osservatorio Influenza come ogni anno si propone come punto di informazione e erogazione di consigli per tutti coloro che desiderano acquisire informazioni puntuali sulla vaccinazione e sull’influenza. E’ possibile richiedere attraverso il servizio “esperto on-line” consigli su come prepararsi alla stagione influenzale e supporto per indirizzarsi al proprio medico o allo specialista di riferimento.“La stagione influenzale in termini di stime potrà colpire circa 6 milioni di persone – afferma il professor Fabrizio Pregliasco, Virologo, direttore scientifico di Osservatorio Influenza, Ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario I.R.C.C.S. Istituto Ortopedico Galeazzi – E’ importante prepararsi all’inverno proteggendosi con il vaccino anti-influenzale. Purtroppo ancora oggi è necessario fare informazione per educare la popolazione, soprattutto le categorie a rischio, a ricorrere alla vaccinazione. Le domande arrivate in questi anni al sito Osservatorio Influenza evidenziano ancora il bisogno di spiegare in cosa consiste il vaccino, perché è opportuno eseguirlo, come gestire persone che sono fragili già a causa di altre malattie”.L’informazione passa anche attraverso una corretta comprensione di cosa si intende per influenza e cosa per patologie parainfluenzali. Spesso l’efficacia della vaccinazione viene messa in discussione per una mancata conoscenza delle differenze tra i virus che sono protagonisti dell’influenza e che la vaccinazione contrasta, e i virus (ne esistono oltre 250) responsabili di forme simil-influenzali che hanno sintomatologie diverse e che spesso vedono protagoniste le alte vie respiratorie (tosse raffreddore e mal di gola).L’influenza vera e propria si manifesta con febbre alta oltre i 38°, dolori osteoarticolari/muscolari insieme a tosse, raffreddore naso che cola, mal di gola. Inoltre si protrae, se non si manifestano complicanze, dai 5 ai 7 giorni. Anche la convalescenza o la ripresa dopo la fase acuta, richiede qualche giorno allontanando la ripresa delle normali attività quotidiane.La vaccinazione influenzale agisce da difesa e da barriera alla diffusione del virus. Raggiungere le coperture indicate dal Ministero della Salute significa impattare sull’abbattimento del rischio di complicanze, che possono portare nei casi più gravi al decesso, e sulla salute della popolazione in generale.
Fonte: Askanews.it

E accresce rischio di gesti irreversibili dei pazienti

Fiato corto, disturbi gastrointestinali, patologie cardiache croniche, malattie urinarie: sono solo alcuni dei problemi direttamente provocati dalla depressione grave. I pazienti con un disturbo dell’umore severo hanno infatti un rischio dal 12 al 32% più elevato di andare incontro a 22 patologie diverse, come ha dimostrato un recente studio australiano pubblicato su Molecular Psychiatry per cui sono stati analizzati i dati genetici di oltre 330mila persone: la depressione non è semplicemente associata a queste patologie né è una loro conseguenza, ne è piuttosto una causa diretta. I pericoli non finiscono qui, perché chi soffre di depressione grave ha un rischio di suicidio più elevato: dal 40 al 70% dei pazienti ha pensieri suicidari, il 10-15% dei gesti estremi si verifica in chi soffre di depressione. Lo sottolineano gli esperti della Società Italiana di Psichiatria in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, chiedendo maggiore attenzione e risorse per i Servizi di salute mentale in modo da venire incontro alle necessità dei quasi 3 milioni di italiani con disturbi depressivi: oggi per questo settore si spende appena il 3,5% della spesa sanitaria complessiva, a fronte di una necessità stimata in almeno il 5% e un investimento dell’8-15% negli altri Paesi del G7.“La depressione purtroppo è in continua crescita: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’incidenza è aumentata quasi del 20% in dieci anni – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria e professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio, Chieti – un problema serio viste le ripercussioni sulla salute generale verificate dalla ricerca appena pubblicata dai ricercatori australiani: i nuovi dati, raccolti attraverso lo studio genetico di migliaia di persone per valutare la correlazione causale fra la depressione e 925 diverse patologie, dimostrano in modo netto che è il disturbo mentale a provocare un incremento del rischio di malattie organiche e non viceversa. È infatti noto che il tasso di incidenza di patologie come asma, infezioni gastrointestinali, ipercolesterolemia, problemi cardiovascolari è più elevato nei pazienti depressi, il nuovo studio dimostra senza ombra di dubbio che è la depressione a spianare la strada a queste malattie e non il contrario. Averlo compreso è fondamentale per assicurare ai pazienti tutto il sostegno di cui hanno bisogno: è necessario, per esempio, sottoporre i pazienti a screening per le 22 patologie connesse alla depressione per poi trattarle al meglio, così da minimizzarne le implicazioni negative per la salute generale nel lungo periodo; è altrettanto indispensabile una gestione attenta delle terapie, perché per esempio l’incremento di problemi gastrointestinali è da ritenersi talvolta collegato alle terapie antidepressive, che possono e devono essere condotte con maggiore attenzione”. 
Fonte: Askanews.it
 

Giornata Mondiale per il Cuore, 29 settembre

Si deve fare ancora molto per aumentare la consapevolezza degli italiani sui fattori di rischio delle malattie cardiovascolari, e su quali siano le armi vincenti a disposizione per prevenirle. Questa è una priorità perché le malattie cardiovascolari rappresentano ancor oggi la prima causa di morte in Italia e nel mondo ed uccidono ogni anno 17,9 milioni di persone.Un’indagine recente condotta a livello nazionale da Astra Ricerche per FIPC, conferma la buona notizia di quanto nel nostro Paese sia aumentata la consapevolezza dei danni legati al fumo (attivo e passivo) identificato dal 60% degli intervistati, quasi a pari merito (56%) con colesterolo, ipertensione e diabete. Per preservare la salute del cuore, stupisce che ancora meno di 1 italiano su 3 consideri come alleati quotidiani le corrette abitudini alimentari, quelle legate all’attività fisica e la gestione dello stress.Gli stili di vita sono dunque al centro dei messaggi che FIPC insieme a Conacuore rinnova il 29 settembre per la Giornata Mondiale per il Cuore, la campagna promossa in tutto il mondo dalla World Heart Federation e coordinata in Italia dalla FIPC. Nel corso del mese di settembre e anche oltre sono moltissime le iniziative aperte al pubblico in forma gratuita, organizzate da associazioni di pazienti, ospedali, aziende sanitarie locali, enti pubblici e privati per sensibilizzare le persone a prendersi cura del proprio cuore.Grande visibilità viene data a questi temi grazie alla collaborazione con Lega Calcio e FIGC, attraverso l’esposizione dello striscione della Giornata Mondiale per il Cuore nei campi di calcio di Serie A prima dell’inizio delle partite del 28-30 settembre e la proiezione dello spot educazionale sui videowall, consentendo di raggiungere gli “sportivi” del calcio, più o meno virtuali, presenti allo stadio o collegati.“Lo sforzo che chiediamo è quello di preoccuparsi di cosa sia possibile fare per il proprio cuore – spiega Emanuela Folco, Presidente FIPC, Fondazione Italiana per il Cuore – Si tratta di piccoli gesti e modifiche del nostro stile di vita quotidiano, gli stessi che l’indagine sottolinea e che non sono ancora percepiti come utili per vivere più a lungo, meglio e con un cuore più sano. Occorre intervenire per ridurre il rischio delle malattie cardio-cerebrovascolari, tra cui infarto, scompenso e ictus, che in Italia colpiscono e uccidono ogni anno ben 127mila donne e 98mila uomini. Nella Giornata Mondiale per il Cuore chiediamo, quindi, di diventare un eroe del cuore, promettendo, per noi stessi e per i nostri cari, piccoli ma costanti accorgimenti quotidiani, fatti di quelle scelte legate al corretto stile di vita”.“Diventa un eroe del cuore” è il razionale (e anche il titolo) dell’opuscolo della Giornata Mondiale per il Cuore di quest’anno, distribuito in 120.000 copie in tutta Italia. Inoltre, grazie alla collaborazione con Federfarma Lombardia, nelle farmacie di Milano e provincia, Monza e Lodi che aderiscono all’iniziativa, oltre a ricevere una copia dell’opuscolo della Giornata Mondiale per il Cuore 2019, sarà possibile effettuare gratuitamente un test a punteggio per valutare la salute del cuore e ricevere informazioni sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari.“Questo opuscolo vuole essere uno strumento utile per poter mettere in atto le “promesse” che ciascuno dovrebbe fare con sé stesso e con il proprio cuore – continua Giuseppe Ciancamerla, Presidente di Conacuore – nel corso di tutte le iniziative di informazione e sensibilizzazione per il pubblico organizzate sul territorio. Non escludiamo però l’aiuto delle persone che ci sono vicine e con le quali vogliamo condividere al meglio il nostro futuro”.L’elenco delle iniziative in tutta Italia è disponibile su fondazionecuore.it e conacuore.it. Una giornata, quella del 29 Settembre, che vuole essere un’opportunità per capire quanto siamo disposti a rinunciare o a impegnarci per la salute del nostro cuore. Basterà mangiare e bere con moderazione, fare più attività fisica e dire no al fumo? Potremmo davvero cominciare tutti da qui.
Fonte: askanews.it

Un successo globale, mercato da 1,2 mld di dollari in forte crescita

Lo stress dalla routine lavorativa e il logorio della vita moderna sono un problema sempre più diffuso. Una condizione negativa che spinge un numero sempre maggiore più persone a fruire di tecniche come la meditazione per migliorare la qualità della propria esistenza. Ed è un vero e proprio boom. Basti pensare che, secondo un’indagine americana pubblicata dalla CNBC, questa disciplina viene praticata da oltre il 14% della popolazione, quasi 20 milioni di persone, e che, secondo quanto riferito dal Global Wellness Summit 2019, il mercato della meditazione vale oggi solo negli USA 1,2 miliardi di dollari, cifra destinata a toccare quota 2 miliardi nel 2022.A contribuire alla popolarità del trend ci sono anche numerose celebrities, che hanno deciso di abbracciare quest’antica pratica orientale per ritrovare la serenità: da David Lynch, che ha affermato di meditare almeno due volte al giorno, a Oprah Winfrey, che ne ha fatto un vero e proprio stile di vita, da Michael Jordan a Clint Eastwood, fino ad arrivare a Will Smith, che ha costruito uno spazio appositamente dedicato alla meditazione tra le mura domestiche, e alla campionessa di tennis Bianca Andreescu, reduce dal successo contro Serena Williams. Ma quali sono i benefici della meditazione? Secondo una ricerca pubblicata sul Time, tra i vantaggi principali figura l’alleviamento dei sintomi di ansia e depressione, e la riduzione dei livelli di cortisolo nel sangue, conosciuto anche come ormone dello stress. E ancora, secondo una ricerca della Harvard University pubblicata sul Washington Post, la meditazione migliora l’attività della corteccia cerebrale e aumenta la soglia della concentrazione. Infine, per essere più felici, bastano invece 15 minuti di meditazione al giorno, secondo una ricerca pubblicata su Forbes.Un fenomeno che sta raccogliendo sempre più appassionati anche in Italia, dove si moltiplicano i corsi e i gruppi di meditazione, oltre alle pubblicazioni dei maggiori esperti della tecnica. “I vantaggi della meditazione per il benessere psicofisico sono riconosciuti dal mondo scientifico, sempre più persone ne sono coscienti e scelgono quindi di affidarsi a questa preziosa e antica pratica; si tratta però di un procedimento estremamente raffinato da apprendere, che va realizzato attraverso tappe precise – spiega Andrea Di Terlizzi, fondatore della casa editrice Inner Innovation Project e coautore del libro “La Meditazione” assieme a Antonella Spotti – .La meditazione è uno stato di coscienza che può letteralmente cambiare la vita di una persona, sviluppando capacità percettive e introspettive totalmente al di fuori della portata comune. Trasformarla in un giocattolo da usare a tempo perso rappresenta la perdita di una grande opportunità. Per questo motivo il mio consiglio è di approcciarsi alla disciplina con la massima serietà, comprendendo come la cura del corpo e della mente siano strettamente correlati. La meditazione ha scopi che vanno ben oltre il benessere psicofisico, perché influisce sugli aspetti più profondi di ognuno di noi, portando alla luce potenziali insospettabili”.
Fonte: askanews.it
 

Con l'aiuto dei prodotti surgelati preziosi alleati per la linea.

In vacanza, si sa, ci si concede qualche libertà in più soprattutto a tavola: pranzi, cene, spuntini fuori pasto, il più delle volte a base di cibi grassi o ricchi di zuccheri, che possono mettere a dura prova la linea. Ecco perché, terminate le ferie, sempre più Italiani (oltre il 50%) dichiarano di aver bisogno di smaltire i chili di troppo accumulati nel periodo di riposo ed adottano un regime dietetico per “disintossicarsi” dagli stravizi, dai tanti (troppi) cibi consumati, dalle tante (troppe) calorie assunte. In questo scenario, i prodotti surgelati possono rappresentare un valido alleato di un’alimentazione sana e attenta al contenuto calorico, senza cadere nella monotonia o nella ripetitività: ecco perché l’IIAS – Istituto Italiano Alimenti Surgelati – in collaborazione con un’esperta nutrizionista, Elisabetta Bernardi, ha messo a punto un vademecum di consigli utili per alimentarsi in modo equilibrato, chiamando in aiuto i prodotti “sottozero” – soprattutto vegetali e ittici – entrambi “amici della linea”.E di fatto, già da alcuni anni ormai, negli Stati Uniti ad esempio – Paese da sempre all’avanguardia sulle ultime novità in materia di fitness e di tendenze food – spopolano diete a base di ingredienti surgelati preparate da chef e nutrizionisti, come il piano alimentare studiato dall’American Frozen Food Institute (AFFI): un menù settimanale equilibrato e vario, da circa 1200 calorie giornaliere, che include molti piatti a base di verdure “sottozero” e di pesce surgelato, con un buon apporto di grassi polinsaturi e un basso valore di colesterolo. Una dieta che, tra gli americani, ha già riscosso grandi consensi. Il motivo di tale successo è semplice: i prodotti surgelati, soprattutto quelli “al naturale”, si rivelano ideali per favorire il controllo delle quantità di cibo assunte e quindi del peso; consentono di seguire facilmente una dieta diversificata, equilibrata e poco calorica (garantendo la disponibilità di pesce, frutta e verdura tutto l’anno) e sono infine convenienti e rapidi da preparare: giusto il tempo di aprire il freezer, scegliere quel che si vuole mangiare e saltarlo direttamente in padella oppure scaldarlo in forno o nel microonde.E in Italia questo successo è testimoniato anche dai più recenti dati di consumo di frozen food, resi noti dall’IIAS: nel 2018, infatti, nel nostro Paese sono state acquistate oltre 838.580 tonnellate di prodotti “sottozero”, con vegetali e ittici in pole position, i cui consumi hanno toccato rispettivamente le 398.310 e le 112.700 tonnellate. In particolare, i vegetali sono in testa ai consumi dell’intero comparto (con il 47,5% del totale), a conferma della capacità di questo segmento di soddisfare pienamente le richieste dei consumatori in termini di benessere, nutrizionalità e servizio, con un’offerta che risponde anche alle più recenti tendenze/mode alimentari in voga (vegetarianismo, veganismo). Mentre l’ittico si conferma il secondo segmento di categoria: soprattutto i prodotti “al naturale”, il mollame e i crostacei vengono apprezzati per la qualità, la disponibilità, l’ampia scelta e l’alto contenuto di servizio, essendo subito pronti al consumo e senza sprechi.
Fonte: askanews.it

Iss: non smettono di bere e fumare

Sono poco meno di 2 milioni gli italiani con più di 65 anni che hanno ricevuto una diagnosi di tumore, di questi 2 su 10 dichiarano di essere in pessime condizioni fisiche e psicologiche. Eppure le cattive abitudini, come fumo, consumo di alcol a rischio, sedentarietà, che rappresentano rilevanti fattori di rischio per recidive tumorali, non vengono del tutto abbandonate. Lo rivela il sistema di sorveglianza PASSI d’Argento (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità). I dati sono stati inseriti nel volume “I numeri del cancro in Italia 2019”, presentato oggi al Ministero della Salute e frutto della collaborazione tra AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM, ISS e SIAPEC-IAP, di cui si allega il comunicato.L’indagine, condotta nel biennio 2016-17, ha raccolto informazioni su un campione, rappresentativo per genere ed età, di 22811 persone di 65 anni o più residenti in Italia, non istituzionalizzati, né ospedalizzati o residenti in strutture. Di questi 3019 hanno riferito di aver ricevuto una diagnosi di tumore, pari ad una prevalenza media annua nella popolazione generale di ultra65enni del 12.8% che si stima coinvolga circa un milione e 729mila ultra65enni, valori in linea con quanto emerge dalle stime di prevalenza dai dati dei registri tumori.ll profilo di salute fisica e psicologica e la qualità di vita degli ultra65enni con una diagnosi di tumore risulta decisamente compromesso rispetto al profilo di persone libere da cronicità e comunque peggiore anche rispetto a quanto emerge per persone affette da altre patologie croniche, diverse dal tumore (cardiopatie, ischemia cerebrale, malattie croniche respiratorie, diabete, insufficienza renale, malattie croniche del fegato). Il 22% degli ultra65enni che riferiscono una diagnosi di tumore dichiara di essere in pessime condizioni di salute: il 19% riferisce sintomi di depressione, il 16% dichiara che queste condizioni di salute, fisica e/o psicologica, hanno impedito loro di svolgere le normali attività quotidiane per oltre 2 settimane nel mese precedente l’intervista.Anche le disabilità percettive legate a vista e udito, che condizionano fortemente le capacità di comunicazione delle persone anziane, peggiorando la loro qualità di vita e inducendo problematiche connesse all’isolamento, alla depressione e alle cadute, sono più frequenti fra gli ultra65enni con una diagnosi di tumore: il 12% ha un deficit visivo, non risolvibile con l’uso lenti, il 15% ha problemi legati all’udito non risolti o risolvibili con l’uso di apparecchi acustici.Ancora, cadute e disabilità sono più frequenti fra gli ultra65enni con diagnosi di tumore: il 10% riferisce di essere caduto nel mese precedente l’intervista (rispetto al 6% fra persone libere da cronicità); il 20% è disabile (rispetto al 12%), ovvero non è più autonomo in una delle 6 attività fondamentali della vita quotidiana, come mangiare, vestirsi, lavarsi, spostarsi da una stanza all’altra, essere continenti, usare i servizi per fare i propri bisogni.
Fonte: askanews.it

Studio Univ. Padova su 253 marchi: 40 con informazioni fuorvianti

L’uso massiccio del web marketing rende molto più difficile il monitoraggio delle indicazioni nutrizionali e sulla salute utilizzate nelle campagne pubblicitarie. Questo vale anche per le acque minerali che spesso promettono e vantano effetti benefici senza che questi siano supportati da alcuno studio scientifico che comprovi quanto dichiarato. Uno studio, condotto dal gruppo di ricerca dell’Unità di Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica dell’Università di Padova coordinato dal prof. Dario Gregori, con il contributo dell’Istituto Superiore di Sanità, e appena pubblicato sulla prestigiosa rivista “International Journal of Environmental Research and Public Health” ha esaminato in profondità i contenuti dei siti web per le acque in bottiglia prodotte in Italia. La ricerca – spiega l’Università di Padova – era volta a valutare se vengono segnalate indicazioni nutrizionali e sanitarie associate al consumo dell’acqua in bottiglia, quali tipi di indicazioni nutrizionali e sanitarie sono segnalate più frequentemente, e se le indicazioni sui possibili effetti benefici associate al consumo possano essere ritenute appropriate in base alle attuali indicazioni normative, che richiedono, come principio generale, l’essere supportate da adeguate evidenze scientifiche. Nello studio i ricercatori hanno condotto una rassegna del contenuto del sito web delle 253 acque in bottiglia prodotte in Italia e riportate nella relazione annuale di Bevitalia 2016-2017. Per ogni marca sono state esaminate le indicazioni relative alle proprietà preventive, curative o terapeutiche dell’acqua segnalata. “Sono state identificate 40 acque in bottiglia che includevano informazioni potenzialmente fuorvianti non coerenti con la direttiva europea sullo sfruttamento e la commercializzazione di acque minerali naturali – spiega il prof. Dario Gregori -. Abbiamo notato in particolare come le informazioni sugli effetti salutistici riportate nei siti web di tali acque, non sufficientemente supportate da riscontri scientifici o di letteratura, si riferiscano per lo più a possibili effetti benefici per le vie urinarie e sistemi cardiovascolari ma spesso allargandosi fino a dichiarazioni di efficacia in ambiti particolari o anche sull’estetica del potenziale consumatore. I risultati del lavoro di ricerca evidenziano, utilizzando il case study sull’acqua in bottiglia, che il monitoraggio del contenuto dei siti web è altrettanto essenziale di quello sulle etichette per evitare pratiche di marketing inappropriate, tali per cui il consumatore può ricevere indicazioni fuorvianti su possibili effetti salutistici non adeguatamente supportati da evidenze scientifiche”.


Fonte: askanews.it

Studio Philip Morris: mancanza informazione ostacola prodotti alternativi

La mancanza di informazione ostacoli prodotti alternativi al fumo: solo il 17% dei fumatori italiani dichiara di avere informazioni adeguate sui prodotti senza fumo. E’ quanto emerge da un rapporto rilasciato oggi da Philip Morris International (PMI) dal titolo “Unsmoke: Clearing the Way for Change” basato sui risultati di uno studio internazionale condotto per l’azienda da Povaddo, istituto di ricerca indipendente. Se le scelte migliori restano sempre non iniziare o smettere del tutto di fumare sigarette e utilizzare qualsiasi altro prodotto a base di nicotina, la realtà è che molte persone non lo fanno. Il sondaggio, condotto in 13 paesi tra gli adulti di età compresa tra 21 e 74 anni, esplora due temi chiave: la mancanza di informazioni disponibili su prodotti senza fumo e l’impatto del fumo sulle relazioni personali. Lo studio rivela alcune delle barriere che impediscono ai fumatori di considerare alternative senza fumo rispetto al fumo tradizionale. “Attualmente vi è molta disinformazione sui prodotti senza fumo e questo crea confusione. È uno dei maggiori ostacoli che è necessario affrontare per costruire un mondo senza fumo.” ha dichiarato Jacek Olczak, chief operating officer di PMI. “La realtà è che sono disponibili valide alternative per i fumatori adulti che non smettono di fumare. C’è un bisogno urgente di un dibattito globale – basato su ricerche e fatti scientifici – su queste alternative.” Per quanto riguarda il pubblico italiano, il rapporto fotografa innanzitutto il desiderio di un maggiore impegno per rendere le sigarette un ricordo del passato – un obiettivo condiviso da quasi nove intervistati su dieci che affermano che il Governo dovrebbe investire tempo e risorse nel cercare di ridurre l’incidenza del fumo. Tuttavia, l’88% degli italiani sono convinti che regolazione e tassazione non saranno in grado, da sole, di risolvere il problema. Se l’87% degli intervistati (più di quattro su cinque) concorda sulla necessità di maggiori e più trasparenti informazioni sui prodotti senza fumo, solo il 17% dei fumatori si ritiene “decisamente d’accordo” sull’avere tutte le informazioni necessarie. La domanda di informazione è forte: il 96% del pubblico italiano conosce la sigaretta elettronica, ma tre quarti dei fumatori (75%) affermano che prenderebbero più facilmente in considerazione il passaggio ad alternative tecnologiche – sigarette elettroniche o prodotti a tabacco riscaldato – se fosse più chiaro in che modo tali prodotti differiscono dalle sigarette. Centrale per una corretta informazione ai fumatori è anche la collaborazione tra aziende, istituzioni e mondo scientifico, ritenuta indispensabile dal 77% degli intervistati. Lo studio esplora anche l’attitudine verso il fumo di fumatori e non fumatori, e il ruolo che il fumo svolge in ambito personale e sociale. Ad esempio, l’87% dei non fumatori italiani ha avuto divergenze con il proprio partner a causa del vizio del fumo di quest’ultimo, mentre quasi 9 non fumatori su 10 sono infastiditi dal fumo durante i pasti. Sempre secondo lo studio, abbandonare l’utilizzo di sigarette e prodotti contenenti nicotina rimane la scelta migliore, ma rispetto al continuare a fumare, l’utilizzo di alternative senza fumo potrebbe migliorare la qualità delle relazioni personali. Infatti, gli ex-fumatori che sono passati definitivamente a prodotti senza fumo concordano sul fatto che tali prodotti hanno avuto un impatto positivo sulla loro vita: i pasti hanno un sapore migliore (84%), la loro vita sociale è migliorata (57%), e le loro relazioni con la famiglia e gli amici sono migliori (51%). “Stiamo creando un movimento – #unsmoke – per contribuire a creare un mondo senza fumo”, ha dichiarato Marian Salzman, senior vice president global communications di PMI. #Unsmokeyourworld è un’iniziativa di PMI per promuovere un cambiamento nell’approccio delle politiche sul fumo. Il movimento #unsmoke ha l’obiettivo di riunire una comunità di persone in grado di accelerare questo cambiamento rafforzando il messaggio secondo cui non iniziare o smettere completamente di fumare sigarette e utilizzare qualsiasi prodotto a base nicotina sono la scelta migliore, diventando altresì ambasciatori del messaggio che, per i fumatori che altrimenti continuerebbero a fumare, ci sono valide alternative tra cui tra cui oggi è possibile scegliere.


Fonte: askanews.it

Spalle e schiena le zone più richieste dagli uomini

Il trend appare decisamente in crescita: accanto alle donne, che restano la maggioranza, sempre più uomini scelgono l’epilazione definitiva, tanto più quando il richiamo delle spiagge si fa sentire. Una novità epocale? Un segno dei tempi e delle mode che cambiano? Non del tutto. Per quanto possa sembrare strano, i primi a cercare di liberarsi dei peli superflui pare siano stati gli uomini delle caverne per motivi più pratici che estetici. Secondo alcuni studi, infatti, la peluria bagnata, che d’inverno tendeva a congelarsi, creava non pochi problemi, e si tentava perciò di rimuoverla con conchiglie o con denti affilati di qualche predatore. Certo, oggi molto è cambiato: a ridurre la peluria ci ha pensato in gran parte l’evoluzione della specie. Allo stesso tempo si sono sviluppate anche le tecniche di depilazione: rasoi, cerette, epilatori elettrici e da qualche tempo anche l’epilazione definitiva, che utilizza sofisticate tecnologie per rimuovere le cellule germinative alla base della formazione del pelo. Una soluzione che, cifre alla mano, negli ultimi anni sta riscuotendo sempre più apprezzamento anche in Italia. In base ai dati forniti da uno studio realizzato da epiLate, multinazionale del settore – con centri in Italia, Spagna e Svizzera – tra il 2017 e il 2018 si è registrato un incremento delle persone che ricorrono all’epilazione definitiva del 37,91% e un aumento del 24,89% nei primi sei mesi del 2019. Se le donne sono ancora la maggioranza, è in costante aumento la percentuale maschile salita dall’11,80% del 2017 al 15% nella prima metà del 2019. Insomma, sempre più uomini cercano metodi definitivi per liberarsi dei peli rispetto alla ceretta o al rasoio; dal report di epiLate, emerge che le parti più richieste sono le spalle (17,10%), la schiena (15,82%), il petto (13,59%), le ascelle (13,26%), l’ addome (11,54%). Ma non manca chi sceglie di definire la barba (6,19%) o persino di eliminarla completamente (2,52%). I dubbi principali per chi si accosta a questo settore sono due: l’efficacia e la sicurezza. La regola da tenere sempre presente è quella di rivolgersi a centri specializzati, in grado di fornire tutte le garanzie necessarie, anche attraverso test clinici sulle apparecchiature utilizzate e sulle procedure. Per quanto riguarda la durata del trattamento nel tempo, con circa 6/8 sedute, si parla di un’efficacia del 95% nell’arco di 10 anni. E non vanno sottovalutati i vantaggi per coloro che si trovano a dover fare i conti con una serie di problemi legati ai tradizionali metodi di depilazione, come i fastidiosi peli incarniti o la follicolite.


Fonte: askanews.it

Esperti: familiarizzare con gli alimenti amici della salute.

Una dieta sbagliata rappresenta un importante fattore di rischio per i tumori, in particolare per quelli del tratto gastrointestinale. Ma allo stesso tempo un adeguato stile alimentare può fare molto per prevenire questi tipi di tumore. E’ dunque importante imparare a riconoscere gli epic fail della dieta, le ‘bucce di banana’ che possono far levitare il rischio e familiarizzare invece con gli alimenti amici della salute, scudo e difesa contro il tumore. A questo riguardo, possono venire in aiuto alcuni importanti lavori scientifici di recente pubblicazione che hanno permesso di calcolare la percentuale di nuovi casi di tumore attribuibile ad un’assunzione inadeguata di alcuni alimenti. E’ il caso ad esempio di uno studio pubblicato su JNCI Cancer Spectrum che giunge alla conclusione che ben il 5,2 per cento (cioè 80.110 casi) di tutti i tumori registrati nel 2015 negli Usa, possono essere attribuibili ad una dieta inadeguata. Di questi, il 4.4 per cento è correlabile direttamente ad una dieta sbagliata, mentre nello 0.82 per cento dei casi il fattore di rischio dieta, è mediato dall’obesità (anch’essa frutto di una dieta sbagliata). I fattori dietetici a maggiore impatto sul rischio di tumore sono risultati essere: uno scarso consumo di cereali integrali e di latticini da una parte e l’elevato consumo di carni processate (dagli insaccati alle salsicce e i wurstel) dall’altra. E’ proprio il tumore del colon retto quello che risulta maggiormente correlato alla dieta (ben il 38,3 per cento del totale dei casi), in particolare tra i maschi di mezza età (45-64 anni). Il cancro del colon-retto è il terzo tumore più comune in Italia ed in Europa e rappresenta globalmente il 10.2 per cento di tutti i tumori; la maggior incidenza è dopo i 50 anni anche se, studi dell’ultimo decennio, indicano che l’incidenza e la mortalità per questa patologia sono in aumento anche in fasce di età più giovani. Le ragioni di questo fenomeno non sono ancora del tutto chiare ma lo stile alimentare e la prevalenza di obesità, in aumento nei giovani e negli adolescenti, potrebbero rappresentare una spiegazione almeno parziale del fenomeno. I meccanismi biomolecolari attraverso i quali gli alimenti favoriscono o proteggono dall’insorgenza di cancro sono stati finora poco studiati, sebbene sia ormai scientificamente appurato il ruolo protettivo nei confronti del tumore di alcune componenti bioattive quali ad esempio, le fibre, la vitamina E, il selenio, i polifenoli e gli omega-3. “In definitiva – afferma la professoressa Filomena Morisco, Dipartimento di Scienza degli Alimenti dell’Università di Napoli ‘Federico II’ – dai risultati di questo studio epidemiologico emergono ulteriori conferme sull’importanza della dieta nella genesi delle malattie neoplastiche in generale, ma soprattutto di quelle che interessano l’apparato gastrointestinale. Ne consegue che la scienza della nutrizione si interfaccia con i meccanismi di cancerogenesi e suggerisce sempre più la necessità di un approccio multidisciplinare alla malattia, con il gastroenterologo in posizione sempre più centrale”.

Fonte: askanews.it

 

L'esperto: mito sfatato, concepimenti soprattutto in inverno.

Vacanze d’estate in arrivo e insieme a queste può crescere il desiderio di avere un bambino. E’ infatti nel periodo di pausa dal lavoro e di meritato relax che molte coppie lasciando più spazio all’amore si sentono pronte a diventare genitori. Ma bisogna sfatare un mito: durante il viaggio estivo lontani dallo stress non si è più fertili e non si concepisce di più. “In tutta Europa da almeno venti anni si registra un aumento delle nascite nei mesi estivi, luglio, agosto e, in particolare, settembre. Dal 2015 al 2019 settembre segna un boom in questo senso, ciò significa che il concepimento maggiore è intorno a Natale, nei mesi freddi”, spiega Claudio Giorlandino, ginecologo, direttore generale dell’Italian College of Fetal Maternal Medicine. “Partire in due e tornare in tre” dunque non è altro che un luogo comune. E le ragioni sono molteplici. “Il numero di concepimenti nei mesi estivi è legato a situazioni come quelle di coppie giovani che, magari dopo un matrimonio o in un momento particolarmente felice della loro vita, decidono di suggellare l’unione con un viaggio – osserva l’esperto – è vero che nei periodi di maggiore felicità c’è più possibilità di essere fertili ma per ragioni legate soprattutto alla predisposizione sentimentale. Dunque, se in questi soggetti aumenta l’interesse ad avere figli, aumenta il numero di rapporti e aumenta la procreazione; se dobbiamo fare invece una valutazione generale, la maggior parte dei concepimenti avviene intorno al mese di dicembre”. “Non vi è poi nessuna influenza ambientale o correlazione neuroendocrina perché il riposo impiegherebbe troppo tempo per agire sul sistema neuroendocrino mentre i vacanzieri hanno a disposizione dalle due alle quattro settimane – spiega Giorlandino – nell’uomo per migliorare gli spermatozoi ci vogliono infatti almeno sei mesi, nella donna per riprendere una regolare attività ovulatoria, nel caso in cui lo stress ne abbia determinato una riduzione, può servire anche un anno di vita tranquilla e terapie riequilibranti. Quindi, la vacanza, il relax, non aumentano affatto la fertilità; quello che possono fare è favorire la predisposizione ad avere più rapporti sessuali e la disponibilità ad avere figli”.

Fonte: askanews.it

Rischio più elevato di diabete e malattie cardiovascolari.

Come proteggere la salute fisica in soggetti affetti da malattia mentale. Questo l’obiettivo del lavoro commissionato da The Lancet Psychiatry a un gruppo di esperti, guidato da Joe Firth, NICM Health Research Institute, Western Sydney University, Westmead, NSW, Australia (J Firth PhD, Prof), che ha coinvolto prestigiose Università, tra cui quella di Padova e in particolare Marco Solmi, medico psichiatra ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ateneo patavino. “I pazienti affetti da malattia mentale grave quale schizofrenia, disturbo bipolare, disturbo depressivo, ma anche con anoressia nervosa muoiono circa 15-20 anni prima della popolazione generale – spiega il dott. Marco Solmi -, e tale mortalità è causata da comorbidità fisica. The Lancet Psychiatry ha commissionato ad un gruppo di esperti un enorme lavoro mirato a stabilire quale sia lo stato dell’arte delle conoscenze sulla salute fisica in persone con malattia mentale, e quali siano i provvedimenti terapeutici da implementare per ciascun problema. Abbiamo individuato 5 evidenze su cui basare la cura della salute fisica delle persone con una malattia mentale, da oggi in avanti”. Chi soffre di una malattia mentale ha un rischio fino a doppio di avere diabete, sindrome metabolica, malattia cardiovascolare. Vi sono poi una serie di fattori di rischio per malattia fisica, quali fumo di sigaretta, consumo di alcool, disturbi del sonno, inattività fisica, e stile alimentare, che sono frequenti in chi soffre di malattia mentale rispetto a chi non ne soffre, ma che sono assolutamente modificabili. Ogni servizio di salute mentale deve promuovere e supportare l’utilizzo di una corretta terapia farmacologica, privilegiando farmaci di più recente introduzione con migliore profilo di tollerabilità, e riservando i farmaci che inducono parkinsonismi o con peggiore profilo metabolico ai casi resistenti ad almeno due molecole con tollerabilità ottimale. Inoltre, in tutte le persone con malattia mentale, dovrebbe esser valutato il rischio cardiovascolare, con strumenti specifici tipo il QRISK-3. Per fronteggiare tale tendenza alla pluri-patologia è necessario coinvolgere strategie di prevenzione e presa in carico multidisciplinari, come già viene fatto nella popolazione generale. Tuttavia tali interventi preventivi o di cura multidisciplinari, che funzionano molto bene nella popolazione generale, non lo fanno altrettanto bene nelle persone con malattia mentale. È quindi necessario implementare e declinare tali programmi in stretta collaborazione tra servizi di salute mentale ed altri attori di cura, calibrandoli sulle persone con malattia mentale che per sintomi depressivi, negativi, o cognitivi rimangono ai margini delle iniziative di promozione della salute Le risorse e la collaborazione tra attori istituzionali fanno la differenza. Più risorse economiche ed umane devono essere allocate per la salute fisica di chi soffre di malattia mentale, sia a livello di finanziamento di progetti di ricerca, sia di organizzazione dei servizi sanitari a livello globale. Solo attraverso l’allocazione di risorse, e la collaborazione tra ricerca e clinica, nuovi interventi potranno essere testati ed implementati nella pratica clinica e la salute fisica di chi soffre di malattia mentale potrà migliorare.

 

Fonte: askanews.it

Svelato rapporto tra malattia e lipidi NAPE misurabili nel sangue.

Un team di ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento) e la Fondazione Santa Lucia (FSL) IRCCS di Roma, ha recentemente pubblicato sulla rivista internazionale “Metabolomics” un lavoro che svela, soprattutto nelle donne, il rapporto tra alcuni tipi di lipidi (grassi) misurabili nel sangue e prodotti dalla nostra flora intestinale (microbiota) e la malattia di Parkinson. Lo studio oltre ad offrire un nuovo futuro strumento diagnostico, suggerisce che le alterazioni nella popolazione di batteri che vivono dentro il nostro intestino potrebbero essere associate all’insorgenza della malattia. La ricerca, coordinata dai ricercatori IIT Andrea Armirotti e Angelo Reggiani, con la collaborazione del ricercatore FSL Gianfranco Spalletta e condotta in collaborazione con l’Unità di Biologia Computazionale del Centro Ricerca ed Innovazione della Fondazione Edmund Mach, è stata effettuata analizzando il sangue di 587 individui (268 malati e 319 sani suddivisi in 294 donne e 293 uomini). I risultati mostrano che la concentrazione di 7 particolari lipidi, chiamati NAPE (N-acil fosfatidiletanolammine), nel sangue dei soggetti affetti da Parkinson è diminuita di circa il 15% rispetto agli individui sani. Per ragioni attualmente sconosciute, tale diminuzione risulta significativamente più marcata nelle donne, fino a raggiungere anche il 25%. Uno dei ruoli di questi lipidi nel nostro organismo è di proteggere le cellule mantenendone l’integrità strutturale. Nel caso in cui le cellule che compongono il nostro cervello, i neuroni, vengano danneggiate, come appunto avviene nella malattia di Parkinson, esse “prelevano” i NAPE dal sangue diminuendone la concentrazione circolante nel nostro organismo. Questa scoperta ha portato il team di ricercatori ad ipotizzare che una alterazione della flora intestinale, dove vengono prodotti questi lipidi, possa portare ad un aumento della probabilità di insorgenza della malattia di Parkinson. “Il nostro studio dimostra che questi lipidi plasmatici, facili da misurare con un semplice prelievo di sangue, hanno il potenziale per diventare, dopo doverosi studi di verifica e validazione, un indicatore efficace della malattia di Parkinson. I dati da noi raccolti indicano che questi lipidi sono in grado di identificare la malattia nelle donne con una efficacia prossima al 90%. La vera sfida è adesso capire quanto precocemente possiamo usare i NAPE per predire l’insorgenza futura del Parkinson”, racconta Andrea Armirotti ricercatore IIT tra i coordinatori dello studio. I risultati di questa ricerca hanno portato IIT e FSL a brevettare l’uso dei NAPE come indicatori della presenza di danni al sistema nervoso (brevetto 102017000126773). Tale tecnica potrebbe, nel giro di pochi anni, essere utilizzata nella pratica clinica come procedura di screening diagnostico a basso costo. Questo studio, inoltre, suggerisce l’importante ruolo di alimentazione, stile di vita, stress emotivo e fattori ambientali nell’insorgenza di malattie legate al sistema nervoso. Infatti, questi fattori possono alterare la popolazione batterica della nostra flora intestinale diminuendo così la produzione di NAPE necessari a proteggere l’integrità delle nostre cellule.


Fonte: askanews.it

Effetti terribili: attenzione al web': specialisti riuniti a Firenze

Ben 730 nuove sostanze psicoattive, 55 delle quali segnalate nell’ultimo anno 2018. Questo il dato che risulta dall’ultimo report pubblicato a giugno 2019 dall’EMCDDA (European Monitoring Centre on Drugs and Drug Abuse), l’ente preposto al controllo europeo delle nuove sostanze in circolazione e che negli ultimi anni ha aiutato gli Stati membri dell’Unione a riconoscere e poi combattere le nuove sostanze “sul mercato”. Con il termine ‘Nuove Sostanze Psicoattive’ (Novel Psychoactive Substances, dai cui l’acronimo inglese NPS) vengono indicate tutte le sostanze d’abuso, sia in forma pura che in preparazioni, che non sono sottoposte a controllo secondo le due convenzioni delle Nazioni Unite sui Narcotici (1961) e sulle Sostanze Psicotrope (1971), ma che possono causare conseguenze per la salute umana paragonabili a quelli determinati dalle sostanze ivi incluse. Le NPS rappresentano un problema emergente a livello internazionale, un fenomeno in costante evoluzione negli ultimi anni in cui nuove molecole vengono continuamente inserite nel mercato non solo per soddisfare nuove richieste da parte dei consumatori ma soprattutto per eludere i controlli che cominciano ad essere istituiti nei vari Paesi attraverso l’aggiornamento della normativa in materia. Mancando standard analitici di riferimento (inesistenti o non facilmente reperibili), le intossicazioni causate dalle NPS risultano estremamente difficili da riconoscere e ancora di più da trattare. Di questo e altro si parla oggi a Firenze al convegno nazionale della Società Italiana di Psichiatria. “Il termine ‘nuovo’ non è sempre appropriato per definire tali molecole – spiega Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Società Italiana di Psichiatria e professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio, Chieti – ma va riferito prevalentemente all’insorgenza del loro uso ricreativo. Di frequente, infatti, le NPS sono frutto del ‘riciclaggio’ di prodotti sintetizzati in passato per scopi farmacoterapeutici e spesso abbandonati a causa dei notevoli effetti avversi. Da un punto di vista farmacologico le NPS sono estremamente eterogenee e le differenze di struttura chimica fra le singole sostanze rendono la predizione degli effetti desiderati e avversi dei rischi per la salute e degli eventuali interventi terapeutici estremamente complessa”. Fra i problemi più seri, il ‘marketing online’ di queste sostanze, che consente di raggiungere infiniti potenziali acquirenti, molto spesso giovani o giovanissimi. Spiega Enrico Zanalda, presidente SIP e direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL Torino: “A porre i maggiori rischi sono sostanze stimolanti come catinoni sintetici, fenetilamine, responsabili di episodi di delirio paranoide, agitazione psicomotoria grave, aggressività, allucinazioni, nonché ipertensione, crisi convulsive, disturbi cardiovascolari, addirittura coma. Ma anche cannabimimetici sintetici, più spesso causa di intossicazioni potenzialmente fatali, ma anche di sintomi psicotici spesso non transitori”. “Non da ultimo – aggiunge Di Giannantonio – ricordiamo la comparsa nel gruppo delle NPS dei nuovi oppioidi sintetici, a partire dal 2009: molecole che comportano una seria minaccia per la salute pubblica. Si tratta infatti di prodotti dalla notevole potenza (il fentanyl, capostipite di questa famiglia, ha una azione circa 100 volte maggiore rispetto a quella della morfina), che vengono utilizzati sia di per sé, sia come adulteranti di partite di ‘sostanze classiche’, soprattutto eroina, causando scie di decessi per overdose”. L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) calcola in circa 88 milioni (25%) gli europei che hanno consumato sostanze illecite almeno una volta nella vita. Cannabis e cocaina sono ancora quelle più consumate (rispettivamente il 24,8 e il 5,1%).

Fonte: askanews.it

Disturbo che colpisce un terzo degli over70

Non solo la pelle: anche gli occhi vanno protetti dal sole soprattutto negli anziani che hanno un rischio maggiore di sviluppare la Degenerazione Maculare Legata all’Età (DMLE), un disturbo che colpisce un terzo della popolazione dopo i 70 anni, in prevalenza donne. È scientificamente dimostrato, infatti, che l’esposizione prolungata ai raggi UV, associata all’età, rappresenta una vera minaccia per la salute dell’occhio con macula. Inoltre, pazienti con un occhio già colpito da maculopatia senile hanno un rischio aumentato di svilupparla nell’altro. Perciò, occhiali da sole, cibi sani e integratori antiossidanti di ultima generazione devono far parte della routine quotidiana e non solo in vacanza ma anche in città. “E’ fondamentale avere un alimentazione ed uno stile di vita equilibrati ma anche proteggere gli occhi dalla luce intensa con berretti con visiera e lenti da sole – suggerisce Alfredo Pece, Primario della Divisione di oculistica dell’Ospedale di Melegnano e presidente della ‘Fondazione Retina 3000' -. Quando la patologia è in fase iniziale, si cerca di evitare che peggiori con integratori alimentari contenenti sostanze ad azione anti-ossidante e anti-infiammatoria che agiscono proteggendo la retina e rallentando i fenomeni ossidativi, ovvero distruttivi, della macula”. “E’ stato dimostrato che alcune sostanze con funzione anti-ossidante possono rallentare la progressione della DMLE fino al 25%. Per questo è importante una corretta alimentazione e l’attenzione verso sostanze con funzione anti-ossidante e protettive del tessuto oculare – prosegue Pece – queste sostanze possono avere un ruolo anche nella retinopatia diabetica, che rappresenta la complicanza micro vascolare più comune del diabete ed è la prima causa di cecità”. “L’occhio umano è costantemente sottoposto a una forte quota di stress ossidativo, provocato dall’esposizione alla luce solare (foto-ossidazione), con conseguente accumulo di radicali liberi e specie reattive dell’ossigeno a livello del cristallino e della retina – spiega Gianluigi Manzi, dell’UOC di Oftalmologia AORN dei Colli-Ospedale Monaldi di Napoli – per questo è importante assumere la giusta quantità di anti-ossidanti. Molti studi, tra cui AREDS 1 e AREDS 2, hanno valutato l’azione antiossidante sulle cellule retiniche di Luteina, Zeaxantina ed Omega3, contenute anche nei comuni alimenti (verdure a foglia verde, uova, tonno, salmone e sardine). Un nuovo impulso è stato dato dalla chiara evidenza che tanto la DMLE che la RD sono causate e peggiorate da fattori infiammatori. Per questo, la ricerca ha rivolto la sua attenzione anche ad altre sostanze come Gingko Biloba, Epigallocatechingallato, resveratrolo e antocianine, potenti antiossidanti per la loro funzione di protezione maculare”. Di recente è stata provata anche l’efficacia anti-ossidante e anti-infiammatoria del Maqui, il cosiddetto ‘mirtillo della Patagonia’. Si tratta della bacca di una pianta, l’Aristothelia Chilensis, di un colore molto intenso e blu, la cui forma e il cui sapore ricorda molto il nostro comune sambuco. Viene coltivata solo in Patagonia, Argentina e Cile. E’ ricco di nutrienti e in particolare di flavonoidi tra cui antocianine e delfinidine , potenti anti-ossidanti contenuti anche nei frutti rossi come fragole, mirtilli e ribes, in grado di proteggere gli occhi anche dai danni dei raggi solari.

Fonte: askanews.it

Non sempre mangiare bene basta a perdere peso

Roma, 3 giu. (askanews) – Tempo di diete in vista dell’estate: se l’obiettivo è quello di perdere i chili accumulati durante l’inverno, è necessario assumere meno calorie di quante se ne consumano aumentando l’attività fisica oppure riducendo le calorie grazie alla dieta. Attenzione però a non lasciarsi andare a regimi alimentari squilibrati che possono avere effetti negativi sul nostro benessere e ricordiamoci di bere ogni giorno la giusta quantità di acqua. Come spiega Elisabetta Bernardi, Biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino, “alcune diete sono molto complicate, altre escludono interi gruppi di alimenti, o apportano pochi carboidrati o pochi grassi, altre ancora sono personalizzate rispetto al gruppo sanguigno. Tuttavia, tutte queste diete, indipendentemente dalla loro complessità e dai rischi o benefici che apportano, sono destinate sicuramente a fallire se non si beve abbastanza acqua”. Una corretta idratazione è infatti una valida alleata per regolare il senso della fame, eliminare le tossine in eccesso e accelerare gli effetti di una dieta ipocalorica attraverso il meccanismo della termogenesi: “si è osservato – continua la dottoressa Bernardi – che all’aumento dell’assunzione di acqua è associata la perdita di peso corporeo, perché bere più acqua aiuta ad intensificare il senso di sazietà e a stimolare il consumo delle calorie per la produzione di energia. Allo stesso modo l’ipoidratazione, ovvero non bere a sufficienza, è correlata all’aumento del peso corporeo e alle sue conseguenze”. Una buona abitudine è quella di non aspettare lo stimolo della sete – che arriva “troppo tardi” quando la perdita di acqua supera lo 0,5% del peso del corpo – ma di bere costantemente lungo l’intero arco della giornata. Attenzione anche a non confondere lo stimolo della sete con quello della fame: le due sensazioni sono collegate e possono essere interpretate erroneamente e quindi spingerci a consumare uno spuntino di troppo, quando in realtà quello di cui abbiamo bisogno è un bicchiere d’acqua. Bere durante i pasti non è dannoso, ma anzi aiuta a saziarci prima e quindi ad abbuffarsi di meno. “Uno studio ha rilevato che le persone che bevono acqua immediatamente prima di un pasto hanno mostrato un calo di 2 Kg maggiore (44%) nella perdita di peso rispetto alle persone che non lo fanno – spiega la dottoressa – .Questo, suggeriscono gli autori, potrebbe essere proprio dovuto al fatto che l’acqua ha un effetto riempitivo e aiuta a mangiare di meno”. Oltre ad una corretta idratazione, un altro elemento molto importante e spesso trascurato durante le diete è il consumo di fibre. Esse sono contenute in particolar modo in alimenti che hanno un’origine vegetale, come la frutta, la verdura, i cereali integrali e i legumi. “Le fibre – sottolinea Bernardi – aumentano infatti il senso di sazietà perché riempiono lo stomaco e stimolano i ricettori che segnalano al cervello che è il momento di smettere di mangiare. Quando si consumano alimenti ricchi di fibre, però, è necessario introdurre la giusta quantità di acqua, almeno otto bicchieri distribuiti durante tutto l’arco della giornata, per aiutare l’apparato digerente ad assimilarle. Per questo una corretta idratazione risulta ancora una volta un elemento fondamentale per tutto l’organismo”.


Fonte: askanews.it

Studio Italia-Usa pubblicato su Pnas

Roma, 24 mag. (askanews) – Un interruttore per “spegnere il dolore”. Un recentissimo studio getta le basi per lo sviluppo di nuove terapie antidolorifiche – che non siano a base di narcotici – per combattere il dolore cronico di cui soffrono milioni di persone a causa di infortuni e malattie, tra cui lesioni del midollo spinale, diabete, sclerosi multipla e cancro. I farmacologi, Livio Luongo e Serena Boccella afferenti al gruppo di Ricerca di Sabatino Maione, ordinario di Farmacologia della Università Vanvitelli, in collaborazione con i ricercatori della università di St. Louis (USA) coordinati dalla Prof.ssa Daniela Salvemini, hanno identificato un nuovo protagonista nella fisiopatologia del dolore neuropatico. Nello studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS e condotto negli Stati Uniti e presso la Vanvitelli, gli autori hanno dimostrato, sugli animali in questa prima fase, che un particolare recettore cellulare, presente nel nostro organismo, potrebbe essere il colpevole della comparsa del dolore che limita drammaticamente la qualità della vita dei pazienti neuropatici. “Il dolore neuropatico può essere grave e non sempre risponde al trattamento – dice la coordinatrice Daniela Salvemini dell’Università di Saint Louis – antidolorifici oppioidi sono ampiamente utilizzati, ma possono causare importanti effetti collaterali e portare i rischi di dipendenza e abuso. C’è un urgente bisogno di opzioni migliori per i pazienti affetti da dolore cronico”. Ecco perché questo studio mira a trovare altri sistemi per combattere il dolore neuropatico che siano alternativi all’uso dei narcotici. (segue)

Fonte: askanews.it

In aumento le patologie respiratorie pediatriche correlate

Roma, 31 mag. (askanews) – “Sono in aumento le patologie respiratorie pediatriche da fumo passivo”. L’allarme viene dalla Simri, la Società Italiana per le Malattie Respiratorie infantili in occasione del World No Tobacco Day, la giornata mondiale contro il fumo promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si celebra oggi. “Tanti, troppi genitori e adulti fumano in ambienti frequentati dai bambini o entrano in contatto con loro immediatamente dopo il fumo. Il 52% dei bambini subisce il fumo passivo. Il 49% dei neonati è figlio di almeno un genitore fumatore e il 12% ha entrambi i genitori fumatori. L’esposizione al fumo passivo nei bambini e negli adolescenti può causare seri problemi cardiovascolari e neurocognitivi”, afferma la Simri nel decalogo stilato per la giornata mondiale curato da Stefania La Grutta, responsabile Unità di Ricerca di Pneumologia e Allergologia Pediatrica dell’Istituto di Biomedicina e Immunologia Molecolare (IBIM) del CNR di Palermo. “Nel mondo ogni anno oltre 60mila bambini muoiono per patologie legate al fumo passivo. I bambini esposti al fumo passivo corrono un rischio superiore ai loro coetanei di sviluppare asma e allergie, bronchiti, polmoniti, otiti e meningiti. Nei neonati esposti aumenta il pericolo di morte in culla – aggiunge il presidente della Simri Giorgio Piacentini, professore ordinario di Pediatria e direttore della Scuola di Specializzazione in Pediatria dell’Università di Verona – oggi possiamo affermare con certezza che l’aumento dei nati pretermine, è molto più forte nelle donne fumatrici. Fumare in gravidanza, inoltre, aumenta il rischio di basso peso alla nascita e di comparsa di disturbi respiratori nei primi anni vita del bambino”. “Non bisogna stare attenti solo al fumo passivo ma anche a quello cosiddetto di “terza mano”, pericoloso quanto quello diretto, cioè quello di cui si impregnano gli abiti del fumatore e i locali e i tessuti dove si fuma. Fumare favorisce l’insorgenza di patologie cardiache, dei vasi sanguigni e dei polmoni: tutte malattie che oltre ad accorciare la durata della vita, talvolta sono causa di grave invalidità. Le persone esposte abitualmente al fumo passivo hanno un rischio di cancro e malattie cardiache e respiratorie superiore alla media. Rischio che nei bambini aumenta in maniera considerevole”, conclude Piacentini che ricorda l’impegno della Simri con la campagna “Diamo un calcio al fumo” che quest’anno, in occasione nel congresso nazionale che si terrà a Bari in autunno, culminerà in una serie di iniziative rivolte ai ragazzi delle scuole primarie e secondarie.

Fonte: askanews.it

Lo afferma un'indagine del Sole 24 Ore

Roma, 20 mag. (askanews) – Bolzano, Pescara e Nuoro sono le città dove gli italiani godono di miglior salute. Lo afferma un’indagine del Sole 24 Ore, oggi in edicola, che ha stilato una classifica sulla base di 12 indicatori diversi. Sul podio per miglior livello di salute si trovano dunque nell’ordine Bolzano, Pescara e Nuoro. Di contro, l’indice assegna la maglia nera a Rieti, con Alessandria e Rovigo penultima e terzultima. Tra le grandi città, Milano e Firenze sono le uniche a comparire nella top ten, che include tre province della Sardegna (Nuoro, Sassari e Cagliari) e due lombarde (oltre a Milano, Brescia). Complessivamente, aggregando le performance delle province su base regionale, i risultati migliori sono quelli delle due province del Trentino alto Adige seguite dalle sarde, lombarde e dalle venete; all’ultimo posto le province laziali, inseguite negativamente da quelle della Basilicata e della Campania. In cima alla classifica per l’incremento maggiore della speranza di vita media è la provincia di Gorizia (ben 4,6 anni in quindici anni), dove si vive in media 83,2 anni. Guardando ai singoli indicatori, dalla classifica emerge che Alessandria e Genova registrano la maggiore incidenza di mortalità per tumore, mentre Ferrara è in cima alla classifica per casi di infarto miocardico acuto assieme a Rovigo, provincia che tra l’altro risulta più penalizzata per la scarsa disponibilità di medici di medicina generale rispetto alla popolazione residente e penultima per l’incidenza di pediatri in rapporto agli under 14. A Lucca si segnala la scarsità di geriatri in rapporto alla popolazione anziana over 65, mentre nelle province di Sud Sardegna e Vibo Valentia la recettività ospedaliera, in termini di posti letto pro capite, è ai minimi; l’emigrazione ospedaliera, che fotografa i pazienti “costretti” a farsi curare fuori regione, è un fenomeno che registra il picco negativo a Isernia e l’Aquila. La classifica finale è il risultato della media dei punteggi ottenuti dai diversi territori nei 12 indicatori presi in esame che fotografano tre aspetti fondamentali del benessere della popolazione: alcune performance demografiche registrate negli ultimi anni (ad esempio l’incremento della speranza di vita alla nascita), alcuni fenomeni socio-sanitari (come la mortalità annua per tumore e per infarto e il consumo di farmaci per asma, diabete e ipertensione) e le capacità dei servizi sanitari territoriali (dall’emigrazione ospedaliera alla disponibilità di posti letto e di medici, pediatri e geriatri in rapporto alla popolazione). L’indice per la prima volta quest’anno verrà utilizzato nella Qualità della vita 2019, la classifica che storicamente viene pubblicata a fine anno e che misura i livelli di benessere del territorio. Quest’anno la storica indagine del Sole 24 Ore compie 30 anni dalla sua prima edizione pubblicata nel 1990 e, per l’occasione, verrà anticipata da una serie di tappe tematiche di avvicinamento durante l’anno.

Fonte: askanews.it

200mila gli italiani che hanno trovato una cura.

Triplicate in 40 anni le diagnosi di celiachia200mila gli italiani che hanno trovato una curaTriplicate in 40 anni le diagnosi di celiachiaRoma, 14 apr. (askanews) – Da malattia rara a malattia cronica: quarant’anni fa la celiachia era sconosciuta, potevano passare molti anni prima di arrivare alla diagnosi e veniva riconosciuto appena un caso su mille. Ora le diagnosi sono triplicate, si identifica un caso ogni 286 e in questi quattro decenni 200.000 italiani hanno potuto dare un nome a dolori quotidiani, diarrea, emicrania, infertilità trovando finalmente una cura per la loro malattia grazie al contributo di AIC. È pensando a tutte le vite negate dalle diagnosi mancate che l’Associazione Italiana Celiachia (AIC) celebra oggi il suo quarantesimo compleanno, con una cerimonia a Roma e l’Assemblea Nazionale annuale in cui si affronteranno le sfide ancora aperte. Perché se è vero che tanti hanno potuto conoscere e affrontare il loro problema grazie alla diagnosi di celiachia, il divario fra i pazienti diagnosticati e i celiaci attesi è ancora troppo ampio: sono circa 400.000 gli intolleranti al glutine che ancora non lo sanno, ‘pazienti camaleonte’ che hanno spesso sintomi insoliti e vanno però individuati per poter migliorare la qualità della loro vita. “Negli ultimi quarant’anni le storie dei celiaci sono per fortuna molto cambiate. Quattro decenni fa erano storie di persone che lottavano per anni con sintomi che nessuno sapeva riconoscere: bambini che non crescevano, donne che non riuscivano ad avere figli senza un perché, persone in costante lotta con il sottopeso, i dolori addominali, la diarrea- spiega Giuseppe Di Fabio, Presidente AIC – Nel 1979 il paziente celiaco era una rarità, da un caso ogni 1000 individuato si è passati a uno ogni 286, oggi, i pazienti con i sintomi classici vengono riconosciuti molto velocemente, nei bambini a volte si pone la diagnosi anche prima di un anno di vita. Ciò significa poter vivere in modo normale e senza disturbi con la dieta di esclusione, sempre più agevole grazie anche al continuo lavoro di sensibilizzazione di AIC che ha consentito di ampliare moltissimo la quantità di prodotti senza glutine, presenti non più solo in farmacia ma in abbondanza in tutti i supermercati e nei negozi specializzati e di potersi recare in moltissimi ristoranti senza alcuna paura”. Tuttavia non mancano le ombre. Nonostante l’impegno di AIC sia sempre stato alto, senza mai abbassare la guardia, la diagnosi non è ancora un nodo risolto e solo il 30% dei pazienti risulta diagnosticato rispetto a una popolazione attesa di 600.000 celiaci.


Fonte: askanews.it

Presentato a Roma il primo Italian Obesity Barometer Report

Italia sempre più alle prese con il sovrapeso e l’obesità: il 46 per cento degli adulti (18 anni e più), ovvero oltre 23 milioni di persone, e il 24,2 per cento tra bambini e adolescenti (6-17 anni), vale a dire 1 milione e 700mila persone, è in eccesso di peso. In entrambe le fasce di età si osservano delle differenze in base al genere; le donne mostrano un tasso di obesità inferiore (9,4 per cento) rispetto agli uomini (11,8 per cento). Ancora più marcata è la differenza tra i bambini e adolescenti, di cui il 20,8 per cento delle femmine è in eccesso di peso rispetto al 27,3 per cento dei maschi. Sono i dati preoccupanti del rapporto di Istat realizzato per l’Italian Obesity Barometer Report presentato oggi a Roma in occasione del 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting. L’analisi territoriale conferma come l’eccesso di peso sia un problema molto diffuso soprattutto al Sud e nelle Isole; in particolare tra i più giovani, dove sono ben il 31,9 e 26,1 per cento rispettivamente i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, rispetto al 18,9 per cento dei residenti del Nord-Ovest, il 22,1 per cento del Nord-Est e il 22 per cento del Centro. Tra gli adulti, le diseguaglianze territoriali sono meno marcate: il tasso di adulti obesi varia dall’11,8 per cento al Sud e nelle Isole, al 10,6 e 10,2 per cento nel Nord-Est e Nord-ovest rispettivamente, fino all’8,8 per cento del Centro. Anche per la sedentarietà emerge un forte gap territoriale Nord – Sud. Fatta eccezione per la Sardegna, nella maggior parte delle regioni meridionali e insulari più di un terzo dei giovani non pratica né sport né attività fisica e le percentuali più elevate si rilevano in Sicilia (42 per cento), Campania (41,3 per cento) e Calabria (40,1 per cento). 

Fonte: askanews.it

Anche se la maggior parte sa che il fumo è dannoso

Più di uno studente su cinque dai 13 ai 15 anni fuma tabacco, il fumo di sigaretta è più diffuso tra le ragazze (23,6%) rispetto ai coetanei maschi (16,2%) mentre per quanto riguarda la sigaretta elettronica sono i ragazzi ad usarla abitualmente di più (21,9%) rispetto alle ragazze (12,8%). La metà ha respirato fumo passivo in casa, la maggior parte dei ragazzi è consapevole che il fumo è dannoso. Questi alcuni dati presentati al workshop sui Risultati dell’indagine sui giovani e il tabacco 2018 – Global Youth Tobacco Survey (GYPS) effettuata in Italia nell’anno scolastico 2017-2018. La sorveglianza GYTS, promossa dall’OMS e condotta in collaborazione con il CDC di Atlanta, è effettuata con frequenza quadriennale su un campione rappresentativo a livello nazionale di studenti di età compresa tra 13 e 15 anni. In Italia la rilevazione 2018 è stata condotta dall’Istituto superiore di sanità, con il coordinamento del ministero della Salute all’interno di un progetto del CCM (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie). L’indagine ha utilizzato un questionario standard e ha coinvolto 33 scuole secondarie di primo grado e 33 scuole secondarie di secondo grado con un tasso di risposta complessivo del 77,4%. Il 21,3% degli studenti (17,8% dei ragazzi e il 25,1% delle ragazze) utilizza attualmente prodotti a base di tabacco. Il 20,8% degli studenti (17,5% dei ragazzi e il 24,3% delle ragazze) fumano attualmente tabacco. Il 19,8% degli studenti (16,2% dei ragazzi e il 23,6% delle ragazze) fumano attualmente sigarette. L’1,6% degli studenti (1,8% dei ragazzi e l’1,5% delle ragazze) attualmente utilizza tabacco senza fumo. Il 17,5% degli studenti, il 21,9% dei ragazzi e il 12,8% delle ragazze utilizza attualmente sigarette elettroniche. 

Fonte: askanews.it

Le piante consigliate dalla naturopata

L’arrivo della bella stagione molto spesso fa rima con allergia. E tra pollini e fioriture, sono tantissimi i sintomi fastidiosi che impediscono di godersi la primavera: naso chiuso, starnuti frequenti, prurito alla bocca, agli occhi e al naso, ma anche difficoltà a respirare e a deglutire, ci ricordano che è tempo di agire. E allora come difenderci dal male di stagione? “Esistono numerosi rimedi naturali che consentono di contrastare i sintomi dell’allergia, ridurre l’infiammazione e migliorare la funzionalità del sistema immunitario”, spiega Cristina Settanni, naturopata, Flower Therapist, esperta in fiori australiani, autrice del libro ‘Fiori del bene’, docente presso il College of Naturophatic Medicine CNM Italia. Ecco le piante utili consigliate dall’esperta: Olio di semi di Perilla: È una pianta simile al basilico, aromatica, coltivata in Cina, Giappone, Corea, India. Dai suoi semi si ricava un olio particolarmente ricco di acido Alfa linoleico e di acidi grassi polinsaturi in particolare di Omega tre. Ha azione antinfiammatoria, antistaminica, antiallergica e immunomodulante. La Perilla riesce a limitare l’infiammazione allergica inibendo alcuni mediatori chimici principali dell’allergia; è in grado di comportarsi come un antistaminico naturale. Si trova sotto forma di integratore reperibile nelle farmacie ed erboristerie. Due perle al giorno da assumere durante i pasti principali a stomaco pieno. Ribes nigrum: le foglie e i germogli sono ricchi di sostanze antistaminiche e antinfiammatorie che svolgono un’azione antiallergica simile a quella del cortisone. Si stimola la corteccia della ghiandola surrenalica promuovendo maggiore produzione di cortisolo. I flavonoidi, inoltre, limitano la liberazione delle sostanze responsabili del processo infiammatorio e migliorano il microcircolo e la vascolarizzazione dei tessuti. La vitamina C contribuisce a migliorare l’efficienza del sistema immunitario. Dai semi si ottiene un olio ricco di acidi grassi poli-insaturi che modulano i processi infiammatori. Issopo: questa pianta contiene marrubina, una sostanza dall’azione fluidificante utilissima in caso di rinite allergica. Si usa sotto forma di olio essenziale. Durante il giorno versare 6 gocce di olio essenziale in un diffusore predisposto per le essenze e respirare; alla sera prima di dormire amalgamare 7 gocce in due cucchiai di olio di mandorle dolci e massaggiare la miscela sul petto con leggeri movimenti circolatori fino a completo assorbimento dell’olio. Eufrasia, camomilla e Juglans regia: per le allergie oculari come pronto intervento si consiglia il collirio all’eufrasia oppure il pacco con due bustine di camomilla inumidite poste direttamente sugli occhi. Oligolementi: tra gli oligoelementi più indicati ci sono il manganese che può aiutare a prevenire le manifestazioni allergiche e attenuare i sintomi se utilizzato due mesi prima del periodo critico. La dose consigliata è di una doppia settimana a scopo preventivo già da fine gennaio, e una fiala a giorni alterni per via orale nel periodo delle allergie. Australian Bush Flower Essences: per vivere con meno tensione l’atmosfera che si respira durante il giorno può essere utile l’essenza australiana Yellow Cowslip Orchid. Bene associato a Bush Gardenia per migliorare la capacità di comunicazione verso gli altri, Dagger Hakea per sciogliere il risentimento e Crowea per favorire una generale distensione psicofisica. La miscela si prepara versando 7 gocce di ciascun rimedio in una boccetta da 30 ml con contagocce riempita con due cucchiaini di brandy e acqua minerale naturale. Se ne assumono 7 gocce la mattina e 7 gocce la sera per tre settimane.

Fonte: askanews.it

Un libro per un'alimentazione corretta dall'alta cucina a casa propria

Roma, 7 mar. (askanews) – Stop al luogo comune della dieta povera e triste per i pazienti con diabete. Arriva il libro con le ricette curate dal famoso chef pluristellato Heinz Beck che offre sapori, gusto e tanto colore perchè con tutto ciò l’alimentazione sana può andare a braccetto. E non necessariamente la malattia deve far rinunciare ai piaceri della tavola. “Diabete & Alimentazione”, edito da Edimes, (140 pagine 18euro disponibile su www.edimes.it e da Giugno in libreria), con il supporto non condizionato di Mundipharma Pharmaceuticals nasce dalla collaborazione fra Beck, notissimo chef tristellato ma anche dottore in bioenergie naturali e Gabriele Riccardi, Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Federico II di Napoli.

“Lavorare a stretto contatto con i medici non significa privare chi soffre di diabete della possibilità di godersi un bel pasto. L’intento è far sì che non si pensi a quello che è vietato mangiare, offrendo invece piatti buoni, godibili, stimolanti nel gusto, capaci di dare emozioni – ha spiegato Heinz Beck presentando il volume oggi a Roma – questo è il futuro: vedere la dieta non come una privazione ma come una regola. E la vita è piena di regole”. “La nostra vuole essere una provocazione – ha detto il diabetologo Gabriele Riccardi – perchè con questo libro non parliamo più di dieta ma di vero e proprio stile di vita: per combattere e prevenire il diabete non servono sacrifici o imposizioni restrittive ma accortezza e cibi sani. Un cambio di approccio che influisce anche sull’umore del paziente. Che così affronta meglio la malattia”.

Oggi un terzo della popolazione adulta è a rischio diabete. Negli ultimi 15 anni, inoltre, si parla di un +25% di casi. Nella popolazione adulta, dai 40 anni in poi, circa il 10% ha il diabete, mentre un 10% registra alterazioni metaboliche che predispongono alla malattia. Secondo alcune stime, nel 2045 si conteranno 693 milioni di malati. Non solo: si parla di un sommerso che sfiora i 2 mln di casi. Inoltre sono in aumento i giovani, gli under40, affetti da diabete di tipo 2, raddoppiati in circa venti anni.

Heinz Beck non è alla sua prima esperienza con la salute: in passato già si è occupato di alimentazione e cura dell’apparato cardiocircolatorio, di cuore e di attenzione all’obesità. “Oggi è fondamentale coniugare il piacere della cucina al benessere in tavola – ha sottolineato – per i soggetti diabetici si cerca di privilegiare gli alimenti che abbiano un minore impatto sulla glicemia, sul colesterolo e sulla pressione arteriosa. Coniugare gusto e salute è possibile, specie se ci si ispira alla dieta mediterranea tradizionale, ricca di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e con l’olio extravergine di oliva come grasso di condimento”. Ecco allora nel volume ricette per i sette giorni della settimana: dall’Insalata di mele e sedano con salmone marinato, alla tartare di tonno con fragoline e rabarbaro, alla gelatina di mapo con gelato al combawa e fiori commestibili, all’agnello con carciofi e menta, merluzzo su fagioli borlotti e neve ghiacciata di prezzemolo, astice con radicchio e lenticchie croccanti. Ce n’è per tutti i gusti. “Le verdure sono la cosa più bella che abbiamo in natura – ha detto Heinz Beck – abbinandole e lavorandeole bene si possono fare creazioni meravigliose che sonbo molto gustose e fanno bene. Magari alcune di queste ricette sono complicate da fare a casa, ma il libro vuole stimolare a stili di vita più sani. Cominciando in cucina”.

Fonte: askanews.it

Si accendono i motori della prevenzione
 

Roma, 19 mar. (askanews) – Semaforo rosso per i maschi italiani, mai schierati in pole position quando si tratta di fare prevenzione, invece prima sosta obbligata per vincere in salute. Così, per la seconda edizione della campagna “Papà controllati”, la Società Italiana di Urologia (SIU) invita i maschi di ogni età a ad una serie di pit-stop – da cui lo slogan #fermartieriparti – per correre con la marcia giusta, il “Gran Premio della Vita”, iniziativa educazionale e di sensibilizzazione presentata in un ‘box’ di eccezione: il Museo Ferrari a Maranello. Con dieci pit-stop, dieci regole per proteggere la salute maschile, l’iniziativa intende sfatare il mito che le problematiche urologiche colpiscano solo in età adulta o avanzata, ed educare invece alla prevenzione fin dall’adolescenza. Una importante opportunità per prevenire alcune problematiche come l’iperplasia prostatica benigna (IPB), di cui soffre l’8% della popolazione maschile entro e dopo i 40 anni con tassi del 50% oltre i 60; la disfunzione erettile (DE) che compromette la vita di coppia di 3 milioni e mezzo di italiani (13% della popolazione, 1 maschio su 8) dai 45 ai 50 anni; il tumore della prostata, con quasi 35 mila nuove diagnosi (1 caso su 8) nel 2018. Ma non solo: i ‘pit-stop’ della salute tutelano anche dal rischio di problematiche che spaventano meno il maschio, come le prostatiti che infiammano il 30-50% della popolazione sessualmente attiva generalmente prima dei 50 anni e la calcolosi urinaria che ‘bombarda’ il 10% degli uomini (vs 5% delle donne) soprattutto tra i 30 e i 50 anni con circa 100.000 nuovi casi l’anno. Infine, fare prevenzione significa anche diagnosticare in tempo malattie sessualmente trasmesse o problemi di infertilità di coppia, nel 50% dei casi di responsabilità maschile, spesso associata oltre che all’età a disturbi genito-urinari e prostatici pregressi. Ecco il decalogo.

1. Evita di fumare: il fumo è strettamente correlato al tumore della vescica, al tumore del polmone e a disfunzioni sessuali. 2. Fai attenzione alla presenza di sangue nelle urine: può essere spia di tumore delle vie urinarie. Rivolgiti all’urologo. 3. Impara l’autopalpazione dei testicoli, da eseguire almeno una volta al mese: consente di individuare precocemente noduli del testicolo ma anche patologie benigne. 4. Fai attenzione alle malattie sessualmente trasmissibili: usa il preservativo e rivolgiti all’Urologo se noti alterazioni dei genitali. Alcune infezioni possono compromettere la fertilità. 5. Bevi tanto, almeno 1,5/2 litri d’acqua al giorno: in questa maniera diluisci le urine e riduci il rischio di formazione di calcoli urinari. 6. Mangia sano: una corretta dieta riduce il rischio di calcoli delle vie urinarie, prostatiti, cistiti e disfunzioni sessuali. 7. Fai attività fisica: le persone obese hanno un maggior rischio di formare calcoli urinari e sviluppare forme più aggressive di tumore prostatico. 8. Controlla pressione e glicemia: diabete e ipertensione sono fra le maggiori cause di insufficienza renale e di disfunzioni sessuali. 9. Presta attenzione alle disfunzioni sessuali: spesso sono campanello d’allarme che anticipa patologie cardiovascolari. 10. Evita l’uso di droghe, anche leggere tipo cannabis, perché peggiorano la fertilità e la funzione sessuale.

Fonte: askanews.it

Consentirà terapie personalizzate

Roma, 23 mar. (askanews) – Ogni anno 400.000 italiani sviluppano una parodontite, andando ad aggiungersi ai 20 milioni con gengive infiammate; 8 milioni hanno una parodontite grave, 3 milioni rischiano per questo di perdere denti. Per individuarli nel modo migliore e stabilire la terapia personalizzata più efficace per ciascuno, arriva la nuova classificazione delle malattie parodontali: come nel caso dei tumori, ora si individuano quattro stadi di malattia tenendo conto anche di tutte le altre caratteristiche del singolo paziente, dalle malattie concomitanti ai fattori di rischio presenti, così da avere anche un quadro dell’evoluzione possibile nel lungo periodo attraverso una ulteriore suddivisione in tre gradi. Il risultato rende possibile una vera medicina di precisione, con interventi su misura che oltre a curare la patologia ne prevengono le recidive.

Insomma, se la diagnosi di parodontite era finora una fotografia, adesso diventa un “film” di cui si può indovinare il finale per provare a cambiarlo se necessario. Gli stadi, diversi a gravità crescente, sono stati individuati tenendo conto della severità della malattia, la sua estensione e la complessità del trattamento, e tre gradi di rischio di un possibile peggioramento stabiliti valutando le caratteristiche del paziente, le altre patologie eventualmente presenti, i fattori di rischio predisponenti, lo stile di vita. Cambia così il modo di classificare l’infiammazione delle gengive e si apre la strada alla medicina di precisione per la salute orale, in cui ogni terapia o raccomandazione al paziente sarà davvero su misura. Grazie alla nuova classificazione della parodontite, presentata dalla Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SidP) in occasione del XIX Congresso Internazionale Personalized Periodontology, a Rimini dal 21 al 23 marzo, sarà infatti possibile valutare meglio come potrà evolversi la malattia e quindi avere diagnosi più circostanziate e trattamenti più orientati sul paziente, necessari per arginarla al meglio in ciascun caso. L’obiettivo è superare le raccomandazioni uguali per tutti arrivando a una vera medicina di precisione. (segue)

Fonte: askanews.it

Censirà pazienti in Italia per assicurare cure personalizzate

Roma, 25 mar. (askanews) – Con lo start-up meeting tenuto oggi presso il centro ricerche del San Raffaele di Roma, il Registro dell’emicrania cronica viene strutturato e condiviso da circa una quarantina di centri di tutta Italia. Si costituisce, così, come Registro nazionale con l’ambizione di diventare punto di riferimento non solo italiano ma internazionale e superare l’ordinaria impostazione farmacocentrica dei Registri esistenti.

Nel 2014 i primi passi grazie all’input dato dal San Raffaele di Roma e dall’Istituto superiore di Sanità, il primo studio clinico pilota, pubblicato nel 2018, realizzato da quattro centri su 63 pazienti, di cui 51 donne e che già evidenziava sprechi e incongruenze diagnostiche e terapeutiche: il 41,2% dei trattamenti terapeutici erano effettuati in auto-prescrizione senza consulto specialistico; il 19,4% delle indagini diagnostiche eseguite senza prescrizione e il 50% circa delle indagini erano evidentemente inutili. Questi risultati sono stati poi confermati dal lavoro fatto da 22 centri con 776 pazienti. Oggi l’esperienza, ormai matura, si amplia per fare il salto di qualità e strutturare il Registro nazionale dell’emicrania cronica, raddoppiando anche la platea di centri coinvolti e stabilendo un primato mondiale, dato che si tratta del primo censimento dei pazienti affetti da emicrania, di livello nazionale, che assolve a diversi ordini di esigenze.

“Contarsi per poter contare, è molto più di uno slogan per i pazienti che soffrono di questa patologia e che potranno essere inseriti nel registro ottenendo un passaporto biologico, una sorta di QRcode, che garantirà cure adeguate e di evitare esami inutili. Per il SSN, il Registro, sarà uno strumento di appropriatezza e sostenibilità – sottolinea Piero Barbanti, neurologo responsabile del Centro Cefalee dell’IRCCS San Raffaele di Roma – e metterà a disposizione del mondo scientifico una banca dati di grande valore. Considerato che l’Italia è leader per la ricerca del mal di testa, lavoreremo per garantire meno slogan e più cure”.

Grazie alle nuove frontiere terapeutiche oggi è possibile anche prevenire l’emicrania ma i costi non sono secondari ed è anche per questo che diventa sempre più importante poter garantire le giuste cure a chi ne ha realmente bisogno. I nuovi farmaci intelligenti sono utilizzati dal 2014 da 131 pazienti al San Raffaele che è tra i primi istituti in Europa a utilizzare gli anticorpi monoclonali: “I risultati sono ottimi, l’87% ha dimezzato i canonici cinque attacchi di mal di testa al mese. Sono efficaci anche nella prevenzione e aprono straordinari scenari per il futuro. Anche per questo vogliamo dare numeri effettivi al fenomeno, e definire terapie personalizzate che tengano conto della storia clinica e psicologica di ogni singolo”.

L’emicrania è una malattia familiare, la seconda più disabilitante del genere umano, e tuttavia rimane “un personaggio in cerca d’autore”, del quale non sono noti a tutti le dimensioni, i drammi e le cure.

Fonte: askanews.it

 

Tempestività determinantePoliclinico Tor Vergata aderisce a Stroke Action Plan for Europe

Asimmetria del volto, sensazione di debolezza a un braccio o una gamba, difficoltà di linguaggio, perdita di equilibrio o coordinazione, sono alcuni dei segnali da non sottovalutare e che indicano un’interruzione dell’apporto di sangue a una parte del cervello che può portare a morte o a gravi disabilità permanenti se non gestita tempestivamente. Piccoli segnali, spesso sottovalutati, possono predire il sopraggiungere di un ictus, una patologia che colpisce 200.000 persone ogni anno in Italia e che rappresenta la seconda causa più comune di morte e la principale causa di disabilità nell’a­dulto per via delle conseguenze permanenti che può comportare. Nel percorso diagnostico-terapeutico per il trattamento dell’ictus in fase acuta, la tempestività è un fattore determinante. Il Policlinico Tor Vergata – tra i centri più attivi in Italia per numero annuale di procedure di trombectomia e punto di riferimento per la presa in carico in emergenza del paziente colpito da ictus – aderisce allo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030 per sensibilizzare su prevenzione e gestione tempestiva dell’ictus. Il 22 febbraio all’Università Tor Vergata parte il primo master universitario di II livello in “Gestione dell’ictus in fase acuta” Al Policlinico di Tor Vergata sono stati trattati nel 2018 circa 140 pazienti, ottenendo una completa autonomia funzionale valutata a 3 mesi nel 50% circa dei casi, nonostante l’estrema gravità dei sintomi all’esordio. L’ottimizzazione dei percorsi e la formazione del personale dedicato sono elementi fondamentali per la corretta gestione di una patologia così grave per la quale il tempo di trattamento rimane un fattore determinante. “Il processo di invecchiamento della popolazione- spiega Marina Diomedi, responsabile della Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata – ha portato ad un aumento del numero di pazienti colpiti da ictus ma questi possono contare su una maggiore efficienza della rete dell’emergenza ictus che permette loro di arrivare al setting più appropriato in tempo utile per un trattamento. È però necessario che il paziente riconosca i sintomi e agisca con tempestività rivolgendosi a centri Hub specializzati. Il Policlinico Tor Vergata, in quanto hub della rete per l’ictus, serve un bacino d’utenza di circa 1.800.000 persone ed esegue ogni anno un numero sempre crescente di trombectomie, uno dei più alti in Italia”. La Stroke Unit della Fondazione Policlinico Tor Vergata, punto di riferimento per la presa in carico in emergenza del paziente colpito da ictus, promuoverà nel corso dell’anno iniziative di sensibilizzazione e formazione, in linea con quanto suggerito dallo Stroke Action Plan for Europe 2018-2030 firmato dalla Stroke Alliance For Europe (SAFE) e l’European Stroke Organization (ESO). Tra queste l’avvio del primo master universitario di II livello “La gestione dell’ictus in fase acuta” e la promozione di eventi diretti alla popolazione per migliorare le conoscenze sulla prevenzione ed i segni precoci dell’ictus.


Fonte: askanews.it

Nutrizione sana è primo strumento prevenzione

Un corretto stile di vita è fondamentale per la buona salute del fegato. Parola di Aisf-Associazione Italiana per lo Studio del Fegato, che sottolinea come il fegato resti lo specchio della salute del corpo, in quanto è la centrale metabolica dell’organismo: se viene alterato, genera conseguenze anche in periferia. Il panorama delle malattie del fegato è in continua evoluzione e così il ruolo dell’epatologo. Le sfide tradizionali dell’epatologia restano quelle della lotta contro le epatiti virali B e C e contro le loro conseguenze, come l’epatite acuta, la cirrosi epatica, il tumore del fegato e il trapianto del fegato. Negli ultimi anni gli specialisti poi, hanno concentrato i propri sforzi anche su altre patologie emerse: le malattie metaboliche, ossia la steatosi epatica (NAFLD) e la steatoepatite (NASH), caratterizzate da una nutrizione scorretta e da uno stile di vita alterato. “Il dilagare di obesità e diabete ad esempio – spiega Salvatore Petta, segretario dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), e Ricercatore dell’Università di Palermo specializzato in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva – rendono conto dell’incremento delle malattie croniche del fegato da accumulo di grasso, ovvero steatosi epatica non alcolica. Tale condizione interessa oggi circa il 25% della popolazione generale e più del 50% della popolazione obesa e/o diabetica; si stima poi che circa il 2% della popolazione generale e circa il 10% della popolazione di soggetti diabetici presentino una malattia di fegato con danno significativo secondario a steatosi epatica”. Per “stile di vita” non si intende solo l’alimentazione, ma anche la componente psicologica, il contesto sereno, l’attività sportiva: tutto ciò che sta intorno all’individuo sin dalla sua età più infantile influisce sulle successive patologie da adulto. Proprio lo stile di vita è il nuovo oggetto di interesse per gli epatologi per far fronte alle patologie non trasmissibili. Grande attenzione dunque da questa categoria di specialisti per la prevenzione, di cui il primo strumento è la nutrizione, che con l’attività fisica e lo stress costituisce l’insieme di elementi su cui lavorare per generare un corretto stile di vita. “Per agire in maniera incisiva sullo stile di vita bisogna intervenire già nell’età dell’infanzia, sui primi dieci anni di vita di un bambino – chiarisce Antonio Gasbarrini, Coordinatore della Commissione AISF Lifestyle e fegato, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università Cattolica, Dirigente dell’Area di Medicina Interna, Gastroenterologia e Oncologia del Policlinico Gemelli – se si riconosce uno stile di vita deviato si possono prevenire o curare meglio determinate malattie. Un corretto stile di vita permette di prevenire le malattie metaboliche (diabete, insulino-resistenza, steatosi epatica) e le loro conseguenze (come le malattie cardio e cerebrovascolari), ma anche le malattie immuno-relate, altra grande piaga oggi nel nostro Paese”. 


Fonte: askanews.it

Presentata ricerca all'Osservatorio Innovation di Ania

Tra i bisogni più sentiti dagli italiani la salute e il benessere sono la principale area di spesa, un aspetto che riguarda il 74% dei nostri concittadini, dato in linea con il resto del mondo. È uno dei risultati che emergono da una ricerca internazionale svolta da Deloitte in ambito salute, presentata a Milano all’Osservatorio Innovation di Ania. Accanto alla grande attenzione, però, permane anche una scarsa propensione all’utilizzo degli ultimi ritrovati tecnologici: il 79% degli italiani, secondo la ricerca, controlla il proprio stato di salute rivolgendosi ai medici, mentre solo il 7% utilizza device indossabili. La ricerca Deloitte ha evidenziato che due italiani su tre ritengono importante effettuare visite di prevenzione o check up almeno una volta l’anno, e nel 50% dei casi la spesa media annua è di circa 300 euro. Solo un intervistato su 10 ammette di non effettuare mai alcuna visita di prevenzione e la stessa percentuale del 10% corrisponde anche alla piccola fetta di coloro che pensano che la spesa sanitaria posso diminuire nei prossimi 5 anni. Sul tema della tecnologia applicata alla salute l’Italia resta invece più cauta: i medici restano l’interlocutore preferito del 79% degli intervistati, mentre il 24% si affida alla diagnostica tradizionale e solo il 7% dichiara di utilizzare applicazioni digitali. In particolare il digitale è ampiamente utilizzato per i servizi che facilitano l’accesso alle cure, come per esempio le prenotazioni online, mentre è molto più basso l’uso delle tecnologie digitali per il monitoraggio della salute, per la condivisione delle informazioni, la consegna di farmaci a domicilio o la telemedicina.


Fonte: askanews.it

Oggi torna lo "sconnessi Day"


Un adolescente su cinque ha un rapporto problematico con il web, secondo una ricerca della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli – Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo il grande successo, lo scorso anno, dello #SconnessiDay al Ministero della Salute, e la proposta condivisa con il cast e il regista del film “Sconnessi”, Christian Marazziti, di istituire una Giornata Mondiale della S-connessione da celebrare ogni 22 febbraio, Consulcesi Club torna sul fenomeno dipendenza da internet. Come distinguere l’adolescente appassionato di nuove tecnologie da chi ha sviluppato una vera e propria web-addiction? Attraverso il corso FAD (Formazione a Distanza) del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione “Internet e adolescenti: I.A.D. e cyberbullismo”, fruibile gratuitamente anche da parte di pazienti, insegnanti e genitori su http://www.sconnessiday.it, è possibile scoprire i campanelli d’allarme dell’internet-dipendenza. Responsabile scientifico del corso, lo psichiatra David Martinelli, del Centro Pediatrico Interdipartimentale Psicopatologia da Web presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. Il tempo trascorso in rete è sicuramente un elemento fondamentale per ravvisare un uso eccessivo del web. Tuttavia, è importante considerare come queste ore si inseriscano nell’organizzazione generale della giornata, quanto tempo libero ha l’adolescente. Un significativo segnale d’allarme è l’alterazione del ritmo sonno-veglia. Oltre a valutare il rendimento scolastico, è necessario prestare dovuta attenzione ai rapporti con i compagni ma soprattutto a quale investimento emotivo e di energie viene fatto nell’ambito dello studio e delle relazioni interpersonali. È importante il numero di relazioni reali di amicizia ma anche la qualità e la profondità di questi rapporti, gli interessi condivisi, il tempo trascorso insieme e il livello di confidenza. Bisogna, inoltre, interrogarsi su quanto siano vari e profondi, e in che relazione siano tra loro, gli interessi nella vita reale dell’adolescente, in modo da capire se siano solo l’emanazione di quelli coltivati in rete. Una dimensione che appare spesso appiattita, considerata come un elemento poco significativo per la propria vita. Attenzione a quanto l’adolescente è presente in casa, alla sua partecipazione attiva alla vita familiare. È importante anche valutare il tipo di relazioni familiari, per capire se siano strutturate come esperienze realmente comunitarie o se i rapporti avvengano prevalentemente tra singoli membri. Se costretto ad interrompere la connessione internet, l’adolescente può incorrere in manifestazioni di rabbia esplosive ed incontrollate, sia verso gli oggetti che verso le persone. Per questo è sconsigliato interrompere bruscamente il collegamento al web mentre è necessario instaurare un dialogo che porti gradualmente ad una contrattazione sul tempo da trascorrere online. È attiva la Pagina Facebook htpps://www.facebook.com/SconnessiDay/ con infografiche e materiali video per sollecitare giovani e adulti a “sconnettersi” da tutti i device almeno un’ora al giorno, dalle 20.30 alle 21.30, per tornare a vivere le relazioni reali e a comunicare davvero.


Fonte: askanews.it

L'esperta: riequilibra disagi emozionali e disturbi

 

Roma, 15 gen. – Paura d’invecchiare, crisi di coppia, iperattività, solitudine, eccessivo senso del dovere. Un fiore per combattere ogni disagio emozionale e riscoprire le proprie potenzialità: il rimedio è offerto dagli Australian Bush Flower Essences, 69 essenze floreali australiane che favoriscono il recupero del benessere psicologico trasformando positivamente l’energia della persona e superando così stati d’animo negativi. “La floriterapia è un metodo di cura naturale, agisce a livello di energia sul nostro campo elettromagnetico e si occupa di riequilibrare disagi emozionali e disturbi di origine psicosomatica – spiega Cristina Settanni, naturopata, Flower Therapist, esperta in fiori australiani, autrice del libro ‘I Fiori del bene’, edito Mondadori, docente presso il College of Naturophatic Medicine CNM Italia -. I rimedi floreali australiani non intervengono direttamente sul sintomo ma sulla disarmonia alla sua base, attivando le qualità positive presenti in noi, ma che non riusciamo a manifestare”. Degli Australian Bush Flowers ogni essenza ha un’azione specifica per il piano fisico, emotivo, psichico e spirituale dell’essere umano. Eccone allora alcuni per iniziare al meglio il nuovo anno: 1) Banksia Robur, il fiore dell’energia vitale: è il rimedio per i cali di energia. È adatto alle persone dinamiche che vivono un momento di stanchezza. Bauhinia, il fiore dell’apertura mentale: apre al cambiamento, prepara al nuovo. È adatto alle persone mentalmente rigide, abitudinarie, ostili ai cambiamenti, alle tecnologie e che hanno pregiudizi verso culture diverse. Billy Goat Plum, il fiore della purità: aiuta chi non riesce ad accettare se stesso e il proprio corpo, chi vive la sessualità con un senso di vergogna e di colpa. Demolisce la credenza del peccato, autorizzando la mente al piacere fisico. Black Eyed Susan, il fiore antistress: è adatto alle persone iperattive che agiscono con grande rapidità, incapaci di rilassarsi. Questo fiore lavora sulla virtù della pazienza, insegna la tolleranza dei ritmi altrui. Gymea Lily, il fiore della gentilezza: è suggerito alle persone dominanti, prepotenti, che tendono a prevaricare sugli altri. Favorisce il rispetto e la considerazione verso il prossimo. Nutre l’empatia. She Oak, il fiore della femminilità: trasmette la sua forza energetica in tutte le fasi della vita di una donna, scioglie i conflitti interiori e le paure inconsce che insidiano la relazione con il proprio femminile. Ma come si somministrano le essenze? “La posologia è di 7 gocce due volte al giorno, al mattino appena svegli e la sera prima di dormire, per non meno di 21-28 giorni – spiega Settanni – Le gocce si assumono direttamente in bocca o diluite in poca acqua. In alternativa possono avere un uso topico direttamente sulla pelle, possono essere vaporizzati nell’ambiente. Sono essenze prive di interazioni e controindicazioni, possono essere somministrate a neonati, bambini, anziani e anche ai nostri amici animali.

Fonte: askanews.it

L'esperto: sensazione di sicurezza influisce su percezione rischio

 

Roma, 10 gen. – Condizioni climatiche sfavorevoli, grande affluenza sulle piste e scarsa preparazione atletica sono tra le cause principali degli incidenti che si verificano negli impianti sciistici e che spesso coinvolgono minori, con esiti tragici. “Non solo, complici di cadute rovinose sono proprio gli sci o le tavole, strumenti sempre più evoluti che danno una maggiore sensazione di stabilità e quindi di sicurezza, facilitando la velocità”. Lo sottolinea Arturo Guarino, Direttore della struttura complessa di Traumatologia dello Sport dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano. La sensazione di sicurezza infatti influisce sulla percezione del rischio e i soggetti diventano più spericolati : “I traumi ad alta energia – continua Guarino – quanto mai possibili sciando a velocità sostenute sono responsabili di importanti distorsioni capsulo-legamentose specie a carico del ginocchio che si riconosce come articolazione maggiormente coinvolta. Parliamo di rotture dei legamenti collaterali o dei legamenti crociati oppure dei menischi. Inoltre, alle lesioni legamentose possono associarsi fratture dei piatti tibiali che, a seconda della gravità, rendono ancora più severa la prognosi”. Oltre alla velocità è anche la presenza di molte persone sulle piste a rendere maggiormente complicato sciare, rispetto al passato: “Gli sciatori si trovano a doversi districare tra tante persone in movimento, molte delle quali utilizzano strumenti diversi dagli sci tradizionali, come gli snowboard, che le rendono più veloci e questo può provocare delle cadute. La scarsa valutazione del rischio quando le piste sono ghiacciate, poi, aumenta la possibilità di scontri”. Per evitare incidenti che possono nuocere alla propria salute e mettere in pericolo gli altri è necessario avere consapevolezza dei propri limiti, soprattutto se si è affetti da determinate patologie: “In generale, per sciare in sicurezza bisogna avere una buona preparazione atletica e allenare la muscolatura ad affrontare un gesto atletico importante prima dell’inizio della stagione invernale. Inoltre, i soggetti affetti da artrosi a carico delle articolazioni portanti, quindi ginocchio, anca e caviglia, è bene che si rivolgano allo specialista per valutare se e con quanta frequenza è possibile sciare”. “In conclusione – aggiunge Guarino – una corretta valutazione specialistica dello stato di forma e un’opportuna considerazione delle caratteristiche soggettive muscolo scheletriche sono alla base dell’ideale prevenzione in ogni ambito ginnico-sportivo”.

Fonte: askanews.it

Con il primo "Vitamina Day"

 

Roma, 26 gen. – Con 2,8 milioni di italiani già finiti a letto con l’influenza e il picco stagionale ormai vicino arrivano i rimedi contadini per combattere a tavola gli effetti di maltempo e gelo, in occasione del brusco abbassamento delle temperature lungo tutta la Penisola. L’iniziativa è della Coldiretti con il primo “Vitamina Day” organizzato per il week end nei mercati di Campagna Amica di tutta Italia, a partire da quello di Roma del Circo Massimo, con agrichef e tutor della spesa per insegnare agli italiani a difendersi dai malanni di stagione, a partire dall’utilizzo nella dieta di arance, clementine, limoni e mandarini. E’ scientificamente provato – spiega Coldiretti – che una corretta dieta a base di vitamina C e sali minerali sia una validissima alleata contro le malattie da raffreddamento e non c’è dubbio che l’alto contenuto di questa vitamina negli agrumi, ma anche nei kiwi, ha un effetto benefico contro le scorie (radicali liberi) che “annientano” l’organismo e che sono prodotte, proprio dal nostro corpo, in grandi quantità proprio nel periodo invernale. E allora – continua la Coldiretti – invece di abusare di sostanze multivitaminiche che vanno tanto di moda oggi, è meglio preferire gli agrumi e tutta la frutta e verdura di stagione, preparando spremute e centrifugati, che il nostro Bel Paese ci offre in questo momento con benefici per il portafogli e il palato. Proprio gli agrumi sono i grandi protagonisti degli antichi rimedi contadini. Se contro mal di gola – continua la Coldiretti – si consiglia di fare gargarismi con succo di due limoni diluiti in mezzo bicchiere d’acqua e sale, contro il raffreddore basta tagliare un limone in due, versarne un po’ di succo nel palmo della mano e aspirarlo. La fastidiosa tosse può essere sedata poi – spiega Coldiretti – bevendo il succo di un limone con un cucchiaio di miele. Un caso di gola infiammata è utile anche fare degli sciacqui con un infuso di acqua bollente e foglie di basilico fresco, oppure con 6 cucchiai di aceto di mele aggiunto a mezzo bicchiere di acqua. Per la raucedine il toccasana è un centrifugato di carote fresche e un cucchiaino di miele da bere durante la giornata. E se si aggiungono problemi bronchiali i nonni contadini preparavano un decotto con 2 o 3 cucchiai di semi di lino, acqua e mezzo bicchiere di vino rosso fatti bollire per 2 o 3 minuti. Il tutto va versato su una salvietta di cotone o di lino da piegare e mettere sul petto, lasciandolo fino a quando diventerà freddo. E per la convalescenza, nessun dubbio, mangiare pomodori crudi molto maturi o berne il succo aiuta – precisa la Coldiretti – a tornare presto in forma. Nella dieta – conclude la Coldiretti – non vanno comunque trascurati piatti a base di legumi (fagioli, ceci, piselli, lenticchie, fave secche) per preparare zuppe antigelo ché contengono ferro e sono ricchi di fibre che aiutano l’organismo a smaltire i sovraccarichi migliorando le funzionalità intestinali.

Fonte: askanews.it

Nato da progetto Regione Toscana con Unipi, Ospedale Meyer e Izslt

Roma, 15 gen. - Latte di asina e olio extra vergine di oliva, dall’unione di queste due eccellenze toscane nasce un alimento gustoso e adatto per la nutrizione dei bambini allergici alle proteine del latte vaccino. L’idea di mettere insieme questi due ingredienti è nata nell’ambito di “L.A.B.A. Pro.V.”, un progetto della Regione Toscana sulla Nutraceutica di cui la professoressa Mina Martini, che studia da anni le proprietà del latte di asina, era responsabile per l’Università di Pisa e al quale hanno partecipato l’Azienda Ospedaliera Universitaria A. Meyer come coordinatore e l’Istituto Zooprofilattico delle Regioni Lazio e Toscana. Un “mix della salute” tutto toscano quindi – spiega l’Università di Pisa in una nota – composto da olio evo e da latte proveniente dal Complesso agricolo forestale regionale “Bandite di Scarlino”, dove il latte d’asina Amiatina viene prodotto, pastorizzato e confezionato con la supervisione scientifica della professoressa Martini e dei suoi collaboratori. “Per i bambini il latte di asina è un buon sostituto in caso di allergia alle proteine del latte vaccino (APLV) – spiega Mina Martini – e questo sia per le sue proprietà nutritive sia perché risulta gradevole al gusto, diversamente da alcuni sostitutivi”. “Visto poi il suo un limitato contenuto di grassi – aggiunge Martini – nel caso dei bambini in fase di svezzamento, l’idea è stata di integrarlo con olio evo il che ha dato buoni risultati sia in termini di tollerabilità che di gradimento e di accrescimento”. Come infatti ha evidenziato il progetto “L.A.B.A.Pro.V.”, i cui risultati scientifici sono in corso di pubblicazione, e che ha riguardato 81 bambini, il latte di asina è stato tollerato dal 98,7%. In particolare, 22 bambini hanno seguito la dieta a base di latte d’asina per 6 mesi mostrando un accrescimento nella norma ed i genitori hanno riferito un ottimo gradimento ed un generale miglioramento della qualità della vita dei loro figli. Da un punto di vista nutritivo, sono infatti molti i vantaggi di questo alimento essendo il latte più simile a quello umano. L’alto contenuto di lattosio, oltre a renderlo più appetibile, favorisce lo sviluppo della flora intestinale, mentre grazie al limitato contenuto di caseina e alla dimensione ridotta dei globuli di grasso risulta particolarmente digeribile. L’apporto di calcio e di vitamina D sono favorevoli allo sviluppo scheletrico e infine, nonostante sia povero di lipidi, fornisce comunque un buon contributo di Omega 3. “Le potenzialità del latte di asina sono molte – conclude Mina Martini – oltre ad essere un buon sostituto del latte vaccino nel caso di bambini affetti da APLV, le sue proprietà nutraceutiche potrebbero renderlo un alimento adatto anche per gli anziani e non ultimo per le persone che vogliono perdere peso o con problemi di dislipidemie visto il ridotto contenuto calorico, il basso contenuto lipidico ed il limitato apporto di acidi grassi saturi”.

 

Fonte: askanews.it

In tavola panettone, pandoro, cioccolato e dolci in genere
Roma, 4 dic. (askanews) – Si avvicinano le feste di Natale e il consumo di alimenti aumenta di circa il 30% e più dolci vuol dire più zuccheri. Il panettone tradizionale contiene 32 grammi di zucchero per ogni 100g; il pandoro classico 28 grammi di zucchero ogni 100 grammi; il cioccolato al latte 52 grammi di zucchero ogni 100g. Per di più gli italiani consumano, nel corso dell’anno, più zuccheri semplici rispetto a quanto raccomandato dalle autorità sanitarie. Lo sottolinea uno studio dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano che ha valutato le abitudini alimentari di 5.400 adulti italiani (58% femmine, 42% maschi) e, in particolare, il consumo di dolciumi. Dallo studio emerge che l’energia introdotta quotidianamente derivata da zuccheri semplici (tra quelli naturalmente presenti negli alimenti e quelli aggiunti in preparazioni e bevande) corrisponde a circa il 20% mentre i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) raccomandano una quota inferiore al 15%. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’energia derivata dagli zuccheri aggiunti non dovrebbe superare il 10% dell’energia quotidiana, auspicando un’ulteriore riduzione al 5%. Questi i dolci preferiti dagli italiani, secondo il campione dell’Osservatorio: il 77% degli intervistati consuma frequentemente tiramisù, budini, torte farcite con crema, panna e cioccolato; il 57% consuma regolarmente merendine, brioches e croissant. Il gelato è il dolce preferito (solo il 13% del campione non lo consuma), mentre il cioccolato è per frequenza il dolce più consumato: il 7% degli intervistati tutti i giorni, il 16% da 2 a 4 volte a settimana; il 15%, invece, lo consuma una volta sola a settimana. Gli esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano raccomandano di leggere attentamente i valori nutrizionali specificati nelle etichette dei prodotti alimentari, nelle quali sono indicati sia i carboidrati (intesi come zuccheri contenuti naturalmente negli alimenti), sia gli zuccheri (intesi come zuccheri liberi, cioè aggiunti al preparato). Su questi ultimi va posta maggiore attenzione perché è soprattutto il loro consumo che deve essere moderato.
Fonte: askanews.it
Al via a Roma Congresso Società Italiana Cardiologia
Roma, 14 dic. (askanews) – Occhio alla colonnina del mercurio se cuore e vasi non sono in perfetta forma: ogni volta che la temperatura scende sotto lo zero i pazienti più fragili rischiano un po’. Lo sottolineano gli esperti in occasione del 79° Congresso Nazionale della Società Italiana di Cardiologia (SIC), invitando i pazienti a rischio anche a non impegnarsi in attività pesanti all’aperto quando è molto freddo: l’associazione fra fatica e temperature polari, infatti, può essere un vero nemico per il cuore e aumentare fino al 34% il pericolo di un infarto. Meglio poi proteggersi dai malanni invernali, perché le infezioni respiratorie aumentano fino a 6 volte il pericolo di andare incontro a un attacco cardiaco. L’aumento di 8 gradi di temperatura riduce il rischio d’infarto del 3%, come ha dimostrato lo studio Swedeheart. “Gli studi che indicano il freddo intenso come un possibile pericolo per cuore e vasi sono numerosi: una recente indagine svedese condotta su oltre 274.000 pazienti con problemi cardiovascolari seguiti nell’arco di 16 anni, pubblicata su JAMA, ha dimostrato che nelle giornate con una temperatura al di sotto di 0°C il numero di infarti cresce – spiega Giuseppe Mercuro, Presidente SIC – la neve invece non sembra un fattore di rischio, è sempre la bassa temperatura l’elemento maggiormente associato all’aumento della probabilità di eventi cardiovascolari. Tuttavia, anche la velocità del vento, un minore numero di ore di luce e la bassa pressione atmosferica fanno salire il pericolo: in altri termini, quindi, le giornate invernali fredde e di maltempo sono quelle in cui la probabilità di problemi cardiovascolari è massima. Il suggerimento è quello di ‘aggiustare’ dal cardiologo la terapia anticoagulante riducendo l’esposizione al freddo attraverso abbigliamento e riscaldamento adeguati”. “Il meccanismo responsabile dell’aumento del rischio di attacco cardiaco dopo un’esposizione al freddo intenso è legato a molti fattori, tra cui il più importante è l’effetto di vasocostrizione indotto dalle basse temperature – osserva Ciro Indolfi, Presidente Eletto SIC – .Il restringimento dei vasi sanguigni infatti potrebbe indurre una rottura della placca coronarica e provocare la formazione di un trombo. Se poi ci si aggiunge la fatica di spalare la neve, che aumenta molto la pressione arteriosa e fa salire il battito cardiaco oltre il 75% della frequenza cardiaca massima, il pericolo cresce ancora. Tutto questo è vero soprattutto in pazienti che non sono in perfette condizioni di salute o hanno numerosi fattori di rischio cardiovascolare, per esempio colesterolo alto, ipertensione, pregressi infarti. L’eventualità di un infarto inoltre è consistente specialmente se si sceglie di attività fisica al mattino, fra le 6 e le 10, quando la probabilità di eventi cardiovascolari è massima nell’arco delle 24 ore. Infine, non bisogna dimenticare che anche le infezioni respiratorie, molto frequenti durante la stagione invernale, e anch’esse in parte favorite dal freddo eccessivo, possono contribuire ad aumentare il rischio di infarto: nei giorni successivi a tosse, raffreddore o influenza la probabilità di un attacco di cuore può aumentare fino a sei volte, soprattutto nei pazienti più fragili”.
Fonte: askanews.it
Il ginecologo: per superare infertilità assoluta fattore uterino
Roma, 5 dic. (askanews) – “Il fatto che questa gravidanza sia stata ottenuta mediante un trapianto da una donatrice non vivente è senz’altro un grande successo. La procreazione medicalmente assistita e la genetica hanno permesso di raggiungere traguardi impensabili fino a poco tempo fa, e adesso, con questa metodica, si può superare anche l’ultimo fattore ritenuto insormontabile: quello dell’infertilità assoluta del fattore uterino”. Così il professor Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian College of Fetal Maternal Medicine, commenta la prima nascita avvenuta grazie ad un trapianto di utero da donatrice deceduta, a San Paolo, in Brasile, e reso noto dalla rivista scientifica Lancet. “La possibilità di trapiantare un utero da una donatrice a una donna è stata sperimentata ormai quattro anni fa – afferma l’esperto – Era il 2014 quando fu eseguita la prima dimostrazione da una donna vivente ad un’altra. Ma la strategia legata a un trapianto da donatore vivo è senz’altro più favorevole rispetto a quella da donatore morto, perché la vascolarizzazione è più apprezzabile e i vasi uterini possono essere azionati in modo migliore per il trapianto. Le tecniche sono estremamente raffinate e in genere riservate solo a grandi esperti in chirurgia oncologica ginecologica”. “Il trapianto tra viventi offre dunque maggiori possibilità di pianificazione dell’intervento – prosegue Giorlandino – e riduce anche il tempo di ischemia a freddo, che potenzialmente si traduce in un tasso di successo più alto. Il trapianto da una donatrice non vivente è dunque un grande successo. Questo approccio infatti rimuove i limiti legati a problemi etici, in conseguenza del rischio di doversi sottoporre ad un intervento chirurgico piuttosto invasivo, e quelli legali”. “Va infatti considerato che la donatrice perde la sua potenzialità di generare subendo una menomazione permanente della sua capacità riproduttiva. Le strategie di donatore vivente e cerebrale – conclude l’esperto – non si escludono a vicenda e, vista l’attuale scarsità di innesti uterini e il previsto aumento futuro della domanda, entrambi saranno probabilmente necessari”.
Fonte: askanews.it
Unipd: suo studio utile per capire come incrementare nostre difese
Roma, 17 dic. (askanews) – Un minuscolo animale che popola le acque marine di bassa profondità, Botryllus schlosseri, sta rivelando importanti aspetti sull’evoluzione delle nostre cellule del sangue e sull’incredibile sistema di difesa rappresentato dal nostro sistema immunitario. Questo invertebrato, che vive incrostando qualsiasi supporto immerso nell’acqua di mare, compresi altri organismi, si può facilmente reperire anche nella Laguna di Venezia. Ricercatori del Dipartimento di Biologia lo allevano sia presso la Stazione Idrobiologica di Chioggia e che nel Dipartimento stesso. In uno studio pubblicato su Nature, ricercatori dell’Università di Stanford e dell’Università di Padova dimostrano che questo piccolo animale porta in sé un tesoro dal punto di vista scientifico: le sue cellule staminali non solo possono aiutarci a comprendere come si sviluppano le nostre cellule del sangue e come sia evoluto il nostro sistema immunitario, ma hanno anche grandi potenzialità per ulteriori scoperte biologiche. “Nella nostra ricerca – spiega la prof.ssa Lucia Manni, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova – siamo riusciti a isolare e caratterizzare le cellule staminali di Botryllus coinvolte nella formazione delle cellule del sangue e del sistema immunitario. Si è così scoperto che, anche se il sistema circolatorio dei mammiferi e di Botryllus sono separati da più di 500 milioni di anni di evoluzione, condividono molti geni. Inoltre, abbiamo individuato la speciale sede in cui le cellule staminali risiedono e maturano in cellule del sangue, ovvero la sede dell’ematopoiesi. Questa sede, chiamata nicchia, è rappresentata da un organo ghiandolare, l’endostilo, che per significato risulta dunque paragonabile al midollo osseo dei mammiferi in cui avvengono i processi di maturazione delle nostre cellule sangue. Ben 327 geni coinvolti nella formazione delle cellule del sangue in Botryllus sono simili a quelli che caratterizzano l’ematopoiesi nei mammiferi. Studiare l’ematopoiesi nei mammiferi è molto complicato: le cellule staminali che originano la linea sanguigna sono difficili da individuare e, una volta individuate, lo è ancora di più seguirle nel loro differenziamento. In Botryllus questo invece è semplice, perché la sua tunica è trasparente e i suoi vasi sanguigni sono visibili e facilmente accessibili. Perciò, grazie al suo semplice ma efficace sistema immunitario, Botryllus potrà in futuro rivelarsi utile anche per capire come possiamo incrementare le nostre risposte immunitarie contro organismi dannosi o contro patologie come il cancro. Questo ci rende particolarmente orgogliosi, se consideriamo che l’interesse per questo piccolo invertebrato è partito proprio nei laboratori della nostra Università”. La specie Botryllus schlosseri fu introdotta per la prima volta in un laboratorio circa 60 anni fa proprio nell’Università di Padova, dal professore emerito Armando Sabbadin. Da allora è studiata in diversi centri di ricerca sparsi nel mondo. Il suo interesse risiede principalmente in due caratteristiche. In primo luogo, – spiega l’Università di padova – si tratta di un organismo che appartiene al gruppo dei tunicati, ovvero gli animali rivestiti da una sostanza gelatinosa, la tunica. I tunicati sono considerati i parenti più stretti dei vertebrati, il gruppo zoologico a cui appartiene anche la specie umana. Studiare i tunicati, che sono animali relativamente semplici, significa dunque aprire una finestra sull’evoluzione dei vertebrati, che sono molto più complessi e quindi difficili da studiare. In secondo luogo, Botryllus è una specie coloniale, cioè una specie in grado di riprodursi non solo sessualmente, ma anche asessualmente mediante gemme. La riproduzione asessuata non coinvolge gameti, ma cellule staminali pluripotenti in grado di generare individui interi, completi di tutti i tipi cellulari. Questa speciale proprietà si rivela fin dall’inizio dello sviluppo embrionale: dall’uovo fecondato si forma una larva natante, che ha in sé il germe di una piccola gemma. Alla metamorfosi, la larva si trasforma in un individuo sessile, fisso al substrato, sulla cui parete del corpo la gemma cresce fino a diventare un nuovo individuo. A questo punto, attraverso cicli continui di gemmazione, la colonia si propaga sul substrato grazie al moltiplicarsi di individui che si dispongono caratteristicamente a forma di fiore: ogni petalo del fiore è un individuo.
Fonte: askanews.it

Esperti a confronto su diagnostica e terapia

Napoli, 24 nov. (askanews) – E’ una vera e propria rivoluzione quella annunciata da Michelino De Laurentiis (direttore della UOC Oncologia Medica Senologica del Pascale di Napoli) a margine del convegno “Attualità in senologia: dalla diagnostica alla terapia. Opinion Leader a confronto”, e che riguarda l’immunoterapia per una forma di tumore del seno particolarmente aggressivo (il triplo negativo).

“Finalmente – ha spiegato De Laurentiis – abbiamo trovato il modo di attivare la risposta immunitaria contro il tumore al seno così come già si fa, da qualche anno, con altri tumori. Si concretizza una nuova possibilità di cura per questo sottotipo tumorale particolarmente aggressivo, possibilità che sarà pienamente disponibile per tutti nel giro di 1-2 anni, ma che è già realtà in alcuni centri oncologici ad elevata specializzazione, come il Pascale. Apre, inoltre, un nuovo percorso di ricerca che porterà rapidamente, sono fiducioso, allo sviluppo di tutto un nuovo filone di trattamenti immunoterapici per il tumore al seno”.

Lo studio si chiama “ImPassion 130” ed è stato presentato in seduta plenaria al Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo) a Monaco di Baviera. Le pazienti arruolate sono state 902, tutte donne con tumore mammario triplo negativo in fase avanzata e metastatica. De Laurentiis ha chiarito che aggiungere un farmaco immunoterapico alla chemioterapia standard migliora in maniera significativa il tempo di controllo della malattia. In particolare, nel sottogruppo di pazienti con espressione tumorale della molecola PDL-1, per la cui scoperta è stato recentemente attribuito il Premio Nobel per la Medicina, l’Atezolizumab ha prodotto una riduzione del rischio di progressione di malattia del 40%. Nello stesso sottogruppo di pazienti, il trattamento sperimentale ha ridotto del 40% circa anche il rischio di morire per il tumore. Questo risultato, in particolare, appare straordinario, visto che in questo sottotipo tumorale mai si era individuato, in precedenza, un farmaco in grado di influire positivamente sul rischio di morire per il tumore.

Fonte: askanews.it

Oms: fumo causa 7 mln decessi l'anno

Roma, 23 nov. (askanews) – La comunità scientifica internazionale è concorde nel ritenere il fumo quale principale fattore di rischio per l’insorgenza di malattie non trasmissibili. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le vittime del fumo sono oltre 7 milioni l’anno (alle quali si aggiungono altri 600mila morti per fumo passivo). Solo nel nostro Paese i dati del Ministero della Salute evidenziano come tra i 70.000 e gli 83.000 decessi ogni anno siano causati dal consumo di sigarette (circa un migliaio per fumo passivo). Tuttavia, nonostante la consapevolezza sui danni da fumo e le sempre più stringenti politiche di prevenzione e controllo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2025 i fumatori saranno ancora oltre 1 miliardo, un numero uguale a quello attuale.

Anche di questo si è discusso al simposio “Fumo e rischio cardiovascolare” tenutosi in occasione del XL Congresso Nazionale della Società Italiana di Angiiologia e Patologia Vascolare (Siapav), nel quale è emerso come una parte sempre più preponderante della comunità medico-scientifica sostenga l’adozione di politiche anti-fumo basate eventualmente anche sul principio della riduzione del danno, ad integrazione delle altre principali strategie volte a ridurre il danno correlato al fumo di sigaretta (prevenzione e dissuasione). Come spiega Guido Arpaia, presidente Siapav e Direttore S.C. di Medicina Interna dell’ASST di Vimercate: “Nel fumatore il rischio vascolare si manifesta in vari modi. In particolare il danno da fumo vede una lenta ma inesorabile crescita della placca aterosclerotica che sebbene priva di sintomi può determinare un evento acuto a carico di organi vitali come cuore, vasi periferici, cervello e reni”. È infatti il fumo, insieme al diabete, la maggiore minaccia alla salute delle arterie e allo sviluppo di Arteriopatie Periferiche a causa di un meccanismo di infiammazione cronica: il rischio è 2.15 volte maggiore rispetto agli ex fumatori[1] con ricadute come riduzione della circolazione periferica anche sintomatica (malattia delle vetrine). “Un dato oltremodo preoccupante”, prosegue Arpaia, “è che anche in caso di procedure interventistiche solo il 36% pazienti smette di fumare nel periodo successivo. Gli operati per malattie vascolari periferiche che subiscono interventi di by-pass o endovascolari che non smettono di fumare sviluppano più complicanze e hanno maggior rischio di mortalità”.

Fonte: askanews.it

Mosca: numero nettamente inferiori alle morti, come in guerra

Roma, 22 nov. (askanews) – “In Italia nascono sempre meno bambini, un numero nettamente inferiore rispetto ai decessi (464.000 nati per 647.000 morti – Istat 2017), meno anche rispetto agli anni della prima e seconda Guerra Mondiale. Perdiamo ogni anno circa 180.000 persone, è come se città come Modena o Reggio Calabria fossero azzerate”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN), Fabio Mosca, in occasione del Convegno “Indagine Famiglie 2.0”, tenutosi Roma, alla Città del Vaticano.

“L’Italia è tra i paesi che fanno meno figli al mondo. L’indice di fecondità (numero di figli per donna in età fertile) è 1,34, siamo con la Spagna il fanalino di coda in Europa. Secondo le ultime previsioni Eurostat, sulla base dei trend attuali, nel 2050 nasceranno appena 375 mila bambini, il rischio è che la famiglia italiana sarà completamente ridefinita: tre quinti dei nostri bambini non avrà fratelli, cugini, zie e zii; solo genitori, nonni e bisnonni. Stiamo diventando un Paese con prevalenza della popolazione anziana: già oggi per 161 persone di età maggiore di 64 anni, ci sono solo 100 bambini di età inferiore a 15 anni. Di questo passo il welfare diventerà insostenibile, già oggi il rapporto tra la popolazione in età inattiva su quella attiva è del 55%. Bisogna invertire questa tendenza, incentivando innanzitutto la natalità e per farlo occorre ricostruire un tessuto sociale e delle facilitazioni per le famiglie, che oggi in Italia non sono sufficienti. Non è un caso che nelle regioni del Sud ormai da più di 10 anni la natalità sia più bassa che al nord”, ha aggiunto Mosca.

“La questione non è solo economica ma anche culturale. Il problema vero è che l’Italia non è neonato (e bambino) – centrica, il figlio è visto come un vincolo, un limite alla libertà, all’autonomia e all’affermazione personale, il nuovo stile di vita è individuale, “child free”. Ma una società senza figli è una società senza futuro. Non basta ridare autonomia ai giovani e renderli indipendenti prima, togliendo incertezza e precarietà, creando prima le condizioni per favorire decisioni familiari riproduttive. Non basta migliorare le politiche per la conciliazione tra casa e lavoro, rendendo l’organizzazione più adatta alle madri lavoratrici e offrendo asili e servizi numericamente ed economicamente adeguati. È ormai non più rimandabile adottare politiche che previlegino le donne, garantendo lavoro e stabilità, partendo dalla consapevolezza che oggi le donne che lavorano fanno più figli”, ha sottolineato.

Fonte: askanews.it

Nell'Unità operativa di Ortopedia e traumatologia 2 dell'Aoup

Roma, 26 nov. (askanews) – Il primo impianto in Toscana di una vertebra stampata in 3D è stato eseguito con successo nelle scorse settimane a Pisa, nell’Unità operativa di Ortopedia e traumatologia 2 dell’Aoup diretta dal professor Rodolfo Capanna. Il paziente è un uomo di 56 anni, affetto da una neoplasia primitiva ossea che interessava la terza vertebra lombare, in trattamento nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Prato. Dopo un esame bioptico, che aveva confermato la malignità della lesione, è stato pianificato un intervento chirurgico di resezione in blocco della vertebra L3 affetta dal tumore e di ricostruzione della stessa mediante una nuova vertebra, stampata in titanio in 3D, ottenuta dalla rielaborazione e ricostruzione dell’esame Tac del paziente.

L’impianto utilizzato è stato sviluppato specificamente per questo paziente partendo dalle immagini tac della sua colonna vertebrale, che sono state ricostruite tridimensionalmente per poter ottimizzare il disegno dell’impianto. La collaborazione dei chirurghi con gli ingegneri dell’ITC (Instituto Tecnológico de Canarias) ha portato al disegno di un impianto perfettamente congruente alla resezione in blocco pianificata in fase preoperatoria. Il design è stato ottimizzato in modo da ottenere le condizioni biomeccaniche (elasticità e resistenza) più adatte a favorire la sua colonizzazione da parte del tessuto osseo del paziente; a tal fine a struttura dell’impianto ha una porosità di circa il 90 % per lasciare spazio libero, che sarà occupato dall’osso di nuova generazione. L’impianto è stato realizzato con una stampante tridimensionale partendo da polvere di titanio grado 23.

Fonte: askanews.it

 

Cresce diffusione della steatoepatite non alcolica (NASH)

Roma, 25 ott. – Non solo epatite C. La salute del fegato è minacciata anche dal grasso, quello che si annida a livello della pancia e che si va a depositare proprio all’interno di questo organo vitale. Una nuova sfida per la salute del fegato, legata all’incremento dell’obesità, che si somma a quella non ancora del tutto risolta rappresentata dall’epatite C. Il cosiddetto “fegato grasso”, infatti, è la porta d’ingresso per lo sviluppo della steatoepatite non alcolica (NASH), malattia grave che può danneggiare irrimediabilmente il fegato. Delle nuove sfide e di come affrontarle hanno parlato medici, associazioni pazienti e istituzioni riuniti al convegno “Dopo l’HCV, le nuove emergenze per la salute del fegato”, promosso da Gilead Sciences, che si è svolto a Roma. Perché per agire in maniera efficace contro le malattie epatiche è necessario l’impegno congiunto di tutti e la capacità di garantire l’accesso alle cure anche alle popolazioni che ne sono ancora escluse. In Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%). Risultato: complessivamente, il 45,1% dei soggetti sopra i 18 anni pesa troppo. A questo fenomeno si lega l’aumento della steatosi epatica (NAFLD), l’accumulo di grasso nel fegato o “fegato grasso”, che viene calcolato colpisca il 25-30% della popolazione. “Data la crescente percentuale di persone obese in Italia, tra cui anche bambini, anche la prevalenza della NAFLD sta crescendo e, dal punto di vista delle patologie del fegato, rappresenta ora e soprattutto in futuro una nuova sfida da vincere”, ha affermato Salvatore Petta, segretario dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF). L’accumulo di grasso, infatti, può progredire provocando l’infiammazione del fegato, la steatoepatite non alcolica (NASH), detta così perché non associata al consumo di alcol. Una condizione che colpisce il 2-3% della popolazione e che a sua volta porta allo sviluppo di fibrosi, cirrosi e infine epatocarcinoma.

Fonte: askanews.it

Test in pista pre e post assunzione

Milano, 24 ott. – Pasta, cioccolato, birra e molto altro ancora: si stanno diffondendo a vista d’occhio nelle città italiane i negozi che propongono prodotti a base della cosiddetta cannabis light, ovvero la varietà a basso contenuto di principio psicoattivo. Ma siamo certi che il loro consumo sia sempre privo di effetti, soprattutto su attività delicate come la guida? A richiamare l’attenzione sul fenomeno, che coinvolge i giovani ma anche i consumatori in età più matura, è Quattroruote che ha organizzato un test sulla propria pista, misurando le capacità al volante di soggetti volontari prima e dopo l’assunzione di cibi a base di cannabis light, con la consulenza scientifica di un medico e degli esperti dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. Per le prove, Quattroruote ha acquistato in incognito, in un negozio del centro di Milano, alcuni prodotti alimentari a base di cannabis, chiedendo poi alla redazione de Il Cucchiaio d’Argento, brand della stessa Casa editrice, di utilizzarli per confezionare dei dolci. Ai tre tester (uno dei quali ha solo mangiato, mentre il secondo ha sia mangiato sia bevuto e il terzo ha solo bevuto) sono stati prelevati – prima e dopo il consumo delle sostanze – dei campioni di saliva e urine, inviati per le analisi al Laboratorio di Tossicologia forense dell’Università di Pavia al fine di determinare la presenza di alcaloidi con effetti psicoattivi. Le prove in pista si sono focalizzate su aspetti rilevanti ai fini della sicurezza come il peggioramento dei tempi di reazione, la distorsione nella percezione della velocità, la percezione degli stimoli luminosi, gli errori in frenata e in accelerazione; sono state ripetute dopo un intervallo di tempo dall’assunzione delle sostanze giudicato sufficiente dagli esperti per determinare eventuali disabilità nella guida. I risultati sono stati significativi: pur non commettendo errori di guida clamorosi, i tre tester hanno incrementato in maniera significativa i falsi allarmi (ovvero gli azionamenti del pedale del freno in assenza dello stimolo visivo) nella prova statica dei riflessi. A questo si è aggiunto un aumento del tempo di reazione a veicolo fermo di uno dei soggetti, che ha anche messo in luce una percezione distorta della velocità stimata rispetto a quella effettiva. Piccoli segnali riferiti a un campione limitato, ma che possono suonare come un campanello d’allarme. 

Fonte: askanews.it

Otodi: pochi ospedali con sistemi integrati per assistenza trauma

Roma, 24 ott. – Ogni anno in Italia vengono eseguiti oltre un milione di interventi chirurgici su pazienti che hanno riportato un grave trauma come le fratture articolari e quelle esposte. Rappresentano una grande sfida per il chirurgo e un grande impegno per il paziente che, per le fratture dell’arto inferiore, dovrà astenersi dal carico per almeno 2 mesi durante i quali dovrà però eseguire esercizi di rieducazione funzionale dell’articolazione interessata per il ripristino dell’articolarità. Di questo importante tema ne stanno discutendo in questi giorni a Riccione gli ortopedici e traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi) in occasione dell’11 Trauma Meeting. Non tutte le regioni, però, sono in grado di far fronte in maniera tempestiva a casi molto gravi, e non tutti gli ospedali sono dotati di Sistemi integrati per l’assistenza al trauma (Siat) dove vengono trattati i pazienti. Per questo, secondo i presidenti del Congresso, Domenico Tigani e Alberto Belluati, rispettivamente direttore di Ortopedia e Traumatologia all’ospedale Maggiore di Bologna e direttore di Ortopedia e Traumatologia all’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna – è necessario investire nel settore dell’emergenza e della gestione del trauma al fine di affrontare in maniera adeguata casi complicati che necessitano interventi immediati”. Le fratture articolari derivano da traumi ad elevata energia e sono più frequenti nei giovani, anche se sempre più frequentemente, quale effetto dell’allungamento della vita media, anche gli anziani presentano fratture articolari. In questi casi, a tutte le difficoltà di riduzione e trattamento delle fratture articolari si somma anche la scarsa qualità dell’osso. Le fasce di età più coinvolte sono quelle compresa tra i 19 e i 40 anni (80%) e quella degli ultrasettantenni (65%). Le donne che hanno riportato gravi fratture sono state le ultrasettantacinquenni (85% dei casi), seguita dalla fascia di età 19-40 (75%). Diverso tra gli uomini, la fascia di età 19-40 anni è stata la più colpita con il 92% dei casi, seguita dalla fascia 41-54 anni con il 53% dei casi. Gli ortopedici hanno sottolineato quanto sia indispensabile garantire l’assistenza ai pazienti in ambienti idonei e con personale con competenze multidisciplinari. “Al fine di ridurre ricoveri inappropriati – spiegano Tigani e Belluati – è necessaria una valutazione congiunta, da parte degli specialisti, e l’adeguatezza dei percorsi assistenziali per i pazienti politraumatizzati secondo linee guida e percorsi diagnostico-terapeutici condivisi. La costituzione dei Siat in ambito regionale rappresenta la risposta a esigenze di questo tipo. In tutti i Centri specializzati itaiani dovrebbero operare équipe mediche capaci di affrontare tutti gli aspetti del trattamento delle lesioni traumatiche. In questo team multidisciplinare ha un ruolo significativo il rianimatore, il chirurgo vascolare e anche il neurochirurgo specializzato nelle lesioni periferiche e i riabilitatori. Oltre, naturalmente, all’ortopedico”. Secondo gli ortopedici di Otodi, bisogna garantire un soccorso qualificato urgente direttamente sul luogo e centralizzare i pazienti critici verso le strutture che dispongono delle migliori capacità di trattamento; esercitare un governo complessivo della recettività regionale attraverso sistemi informatici di consultazione in tempo reale dello stato di occupazione dei posti letto disponibili; nonché prevedere una forte integrazione tra tutti i suoi nodi su un territorio più o meno esteso. Con la solita lentezza si sta completando su tutto il territorio nazionale la costituzione del Siat in modo da garantire assistenza a tutto il Paese. Dal Trauma Meeting di Riccione, inoltre, al quale stanno prendendo parte oltre 1.300 chirurghi ortopedici, emerge che vi sono criticità che andrebbero affrontate nell’immediato. “Non esiste – conclude l’ortopedico Sebastiano Cudoni, presidente di Otodi – una reale politica sanitaria sulla medicina specialistica ortopedica. Non tutti gli ospedali in Italia hanno al loro interno tutte le specialità e non tutte le regioni ne sono dotate. Da ciò consegue un’organizzazione che varia a seconda delle disponibilità di ciascuna regione. Un’organizzazione tipo web model con interazione e scambio continuo di pazienti tra i nodi della rete troverebbe campo di applicazione senza rinunciare al ruolo hub dei pochi ospedali presenti nel nostro paese. Questi devono rimanere il riferimento per il trattamento dei pazienti con lesioni complesse”.

Fonte: askanews.it

Il ginecologo: ogni ecografia ostetrica prelievi gratuiti

Roma, 23 ott. – La dolce attesa è emozionate per i futuri mamma e papà ma allo stesso tempo può essere ricca di insidie. Nei nove mesi di gravidanza infatti sono diversi i controlli da fare, tra esami del sangue ed ecografie, per monitorare la salute della donna e del bambino, e non è escluso che per mettere a freno ansie e paure si ecceda. E così, oltre alle visite dal ginecologico, aumentano anche le spese per esami diagnostici ripetuti con cadenza mensile. “Fondazione Altamedica ha stanziato dei fondi per dare la possibilità alle donne in gravidanza di fare alcuni test a titolo gratuito – spiega Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian college of fetal maternal medicine – tutte le donne che faranno ecografie ostetriche nei centri Altamedica avranno infatti la possibilità di eseguire gratuitamente il prelievo per la ricerca di Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, con un risparmio di quasi 200 euro. Un’iniziativa volta ad incentivare la prevenzione delle malattie infettive in gravidanza e a salvaguardare la salute del bambino”. Il progetto ‘Eko-Torc’ è stato appena avviato e proseguirà fino all’esaurimento delle risorse disponibili. Le ecografie sono tutte quelle ostetriche, dal primo al terzo trimestre (ad esclusione di ecocardio e di flussimetria), per le quali le cliniche Altamedica offriranno test senza spese per Toxoplasmosi, Rosolia e Citomegalovirus, le tre più importanti malattie infettive in gravidanza. Se dopo aver fatto il prelievo, emergesse qualche problema sulle risposte, il centro è a disposizione per eseguire ulteriori controlli. “Le patologie infettive in gravidanza stanno aumentando in modo significativo e la loro contrazione è tra le cause più frequenti di anomalie fetali – prosegue Giorlandino – Di conseguenza un monitoraggio attento in gravidanza è importantissimo per escludere la trasmissione al feto. Se non si è protetti, i tre esami vanno ripetuti una volta ogni mese, il Citomegalovirus invece non lascia protezione quindi bisogna ripeterlo sempre. E in caso di esito positivo possono essere adottate tempestivamente alcune terapie. La diagnosi precoce può salvare il feto”.

Fonte: askanews.it

Con il fondatore indiano dottor Madan Kataria

Roma, 26 set. – Riscoprire il senso di comunità messo a dura prova dalla frenesia della vita quotidiana ed essere più felici. Perché la ricerca ha “scoperto” che il fattore più potente del benessere è dato dalla qualità delle relazioni umane . E’ possibile grazie ai Club della Risata, il cuore del Movimento dello Yoga della Risata, che si ritroverà, da domani al 30 settembre, allo Yes Touring Hotel di Rimini per il Ritiro Spirituale e l’Advanced Course, seguiti dal 2° Congresso italiano, alla presenza del suo fondatore, il medico indiano Dott. Madan Kataria e di sua moglie Madhuri. Un evento organizzato da Lara Lucaccioni, principale Master Trainer italiana della pratica, in collaborazione con l’Associazione di promozione sociale Yorido, e a cui è possibile partecipare secondo diverse formule. Saranno 5 giorni dedicati alla rivoluzionaria pratica prevalentemente di gruppo nata in India nel 1995 e oggi diffusa in tutto il mondo, basata sull’idea unica che tutti possono ridere per scelta e in assenza di umorismo come esercizio fisico, ottenendo così un enorme benessere, come poche altre discipline riescono a fare. Da domani a venerdì 28 settembre, Madan Kataria sarà impegnato in un ritiro per condividere il suo messaggio di unione e pace nel mondo attraverso la risata e tutte le ultime applicazioni dello Yoga della Risata. Da venerdì 28 a domenica 30 settembre, il suo keynote speech dal titolo “Come portare lo Spirito Interiore della Risata nella vita quotidiana” darà il via al 2° Congresso nazionale, con i principali esponenti italiani e non solo della pratica che racconteranno gli importanti risultati ottenuti nei vari campi di applicazione terapeutica quali: aziende, scuole, famiglie con genitori-figli, sport, carceri, ambienti sanitari con le persone disabili, gli anziani e i malati di Alzheimer, i pazienti oncologici, gli utenti psichiatrici, i tossicodipendenti. Il primo Club della Risata nacque nel 1995 in un parco pubblico di Mumbai con sole 5 persone, oggi sono migliaia diffusi in oltre 100 Stati di cui oltre 400 solo in Italia. Sono luoghi gratuiti dove praticare in gruppo lo Yoga della Risata, disciplina che combina la respirazione profonda dello yoga a esercizi fisici di risata, scatenando una produzione biochimica di grande benessere, dall’effetto antidepressivo e ansiolitico, purché si rida per 10-15 minuti, e innumerevoli altri benefici fisici, emotivi, mentali e sociali. La scienza ha infatti dimostrato che il fisico non distingue tra risata spontanea e autoindotta, che diventa poi autentica per effetto dei neuroni specchio.

Fonte: askanews.it

Messi a punto dagli studiosi del Cnr-Ibcn

Roma, 26 set. – Generare, grazie a una bio-stampa 3D, organi-modello per la sperimentazione in batteria di terapie “personalizzate”, in sostituzione dei test farmacologici sugli animali. È il primo step di uno studio condotto da Ibcn-Cnr, Campus Biomedico di Roma e Fondazione Giovanni Paolo II di Campobasso, pubblicato su Scientific Report. Sono organi-modello specifici del paziente, in vitro, realizzati con bio-stampa tridimensionale (3D Bio-printing), in grado di sperimentare terapie innovative e su misura, senza ricorrere a test farmacologici sugli animali o a indagini invasive su pazienti affetti da mutazioni genetiche. A metterli a punto un team di ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibcn), Campus biomedico di Roma e Fondazione Giovanni Paolo II (Fgps) di Campobasso. La ricerca, pubblicata su Scientific Report, costituisce il primo step verso la generazione di organi in piastra sia per sostituire i test sugli animali sia per l’affidabilità dei risultati della medicina personalizzata. “Fino a oggi”, spiega Roberto Rizzi, ricercatore Cnr-Ibcn e coordinatore dei lavori, “la sperimentazione animale ha generato la maggior parte delle informazioni sulla validità di un prodotto farmaceutico, considerando, innanzitutto, la diversità specie-specifica del target finale e solo successivamente la causalità dell’insorgenza della patologia nel paziente”. Obiettivo del lavoro, sviluppare tessuti umani individuo-specifici per testare l’efficacia di nuovi farmaci, riducendo così il ricorso a terapie non sempre necessarie, costose e, a volte, anche dannose per il paziente. “Su questa linea”, afferma Fabio Maiullari, ricercatore Fgps, “è stata realizzata per la prima volta con questa tecnologia, una struttura di stampa tridimensionale cardiaca vascolarizzata, utilizzando cellule multi-specie, sia murine (riprogrammate) sia umane, partendo da differenti geometrie di stampa”. Un modello standard da cui partire per sviluppare, in futuro, ulteriori prototipi di organi e tessuti, quali giunzione neuromuscolare, cervello, cervelletto, pancreas, cute, microambienti tumorali, vasi sanguigni, etc., da cellule staminali pluripotenti indotte – iPSC), utili a testare terapie su misura per curare patologie non solo neurodegenerative ma anche oncologiche. Il lavoro rientra nel progetto SATISFY Generazione di tessuti umani individuo-specifici per test di efficacia di nuovi farmaci, coordinato dal Cnr, in collaborazione con il Dipartimento di scienze e biotecnologie medico-chirurgiche dell’Università la Sapienza di Roma e finanziato dal programma di LAZIOINNOVA (2018) Progetto gruppi di ricerca- Conoscenza e cooperazione per un nuovo modello di sviluppo.

Fonte: askanews.it

25 settembre Giornata Mondiale del Sogno

Roma, 24 set. – Basta tenere chiusi i sogni nel cassetto: i desideri possono essere trasformati in realtà. Si celebra il 25 settembre la Giornata mondiale dei sogni, uno stimolo a non perdere mai la speranza di soddisfare le proprie ambizioni, dedicata ai sognatori ma soprattutto a chi confida meno nelle proprie possibilità. Quindi, perché non cercare un lavoro più stimolante? Perché non prenotare un viaggio alla scoperta di civiltà dimenticate? Una vita più soddisfacente non è una mera fantasia e sognare ad occhi aperti è solo il primo passo per concretizzare le più profonde aspirazioni. “La giornata mondiale del sogno non è dedicata solo ai sognatori in senso stretto, ma anche a tutti coloro che hanno il famoso ‘sogno nel cassetto’. Ebbene, forse, è il caso di pensare a come tirarlo fuori e farlo diventare realtà – spiega la psicologa Eleonora Iacobelli, vicepresidente Eurodap-Associazione Europea per il Disturbo di Attacchi di Panico e responsabile trainer del centro Bioequilibrium – innanzitutto ci vuole chiarezza: senza essere sicuri di ciò che si vuole si rischia di rincorrere i sogni altrui. Ripensate ai vostri obbiettivi e scriveteli”. “Poi serve tenacia – aggiunge l’esperta – l’unico modo per raggiungere l’obiettivo è non arrendersi mai. Può sembrare banale, ma la resistenza alla frustrazione è la dote più importante per permettere ai nostri sogni di realizzarsi. E ancora creatività, perché è necessario essere creativi nel trovare vie alternative al fine di ottenere ciò che vogliamo, e gratificazione. È indispensabile gratificarci con un piccolo premio ogni volta che riusciamo a fare un passo in più nel raggiungimento del nostro obiettivo”. Se questi sono i consigli da mettere in pratica durante la veglia, nelle ore notturne come fare a dormire sonni tranquilli allontanando incubi e turbamenti? “Il materiale onirico cambia a seconda della fase della vita in cui ci si trova e del genere di appartenenza ma, soprattutto, è il nostro stato d’animo ad incidere profondamente sulla qualità dei nostri sogni: quindi, stati d’ansia o paura possono generare veri e propri incubi”, osserva Iacobelli. Ecco alcuni consigli proposti dallo staff di BioEquilibrium per una buona notte: Addormentatevi utilizzando la respirazione diaframmatica (addominale): recenti ricerche hanno dimostrato come diversi neuroni alla base del tronco encefalico siano sensibili alla respirazione. Una corretta respirazione può, quindi, essere utilizzata da “calmante naturale”. Evitare d’intraprendere attività che richieda un notevole sforzo cognitivo e/o fisico prima di andare a letto. Provate a rilassarvi cercando di svuotare la mente. Cercate di addormentarvi in un ambiente nettamente distinto da quello in cui si svolge il resto della vostra vita in casa. Per conciliare il sonno una buona tecnica è quella di mettersi supini e di contare da 100 indietro accompagnandovi con la respirazione. In alternativa riportate alla mente un evento positivo della vostra vita e ripercorretelo mentre respirate lentamente e profondamente.

Fonte: askanews.it

I consigli del nutrizionista Michelangelo Giampietro

E’ arrivato il momento delle vacanze e se il desiderio è quello di trascorrere tutta la giornata al mare, insieme ai teli e alle creme solari è possibile portarsi dietro il pranzo, da consumare sotto l’ombrellone. Ma attenzione, anche il pranzo in spiaggia ha un suo galateo e per non rischiare di diventare i classici italiani al mare, oggetto di tantissime parodie, è bene tenere a mente alcune semplici regole. Perché il bon ton non va mai in vacanza.

Stop a preparazioni unte e ipercaloriche. Il pranzo va preparato in anticipo e conservato in una borsa termica per evitare che deperisca in breve tempo. Sarebbe meglio quindi evitare gli alimenti che richiedono aggiunta di sughi, salse e condimenti vari, che rischiano di cadere dal piatto e sporcare. Inoltre, causano sonnolenza e digestione lunga e non permettono il bagno in tempi brevi. Questo non significa rinunciare a preparazioni stuzzicanti o gustose. Vanno bene ad esempio pasta fredda, insalate di riso, cannoli di Bresaola della Valtellina IGP, spiedini di pollo, sformati di verdure monoporzione, frittatine già tagliate, torte salate tagliate a fette.

Prediligere cibi monoporzione o facilmente sporzionabili. Praticità è la parola chiave, il cibo da spiaggia deve essere adatto da mangiare al massimo con una forchetta, senza essere tagliato in spiaggia con il rischio di attirare sabbia ad ogni minimo e frequente movimento. Inoltre, sempre per una questione di rispetto dei propri vicini di ombrellone, meglio evitare di imbandire una tavola con le vivande sugli asciugamani. L’idea in più arriva dal jar food, il cibo monoporzione in barattoli di vetro, che oltre ad essere originale è anche comodissimo in spiaggia.

Banditi piatti dagli odori troppo intensi. Bisognerebbe cercare di lasciare meno tracce possibile, così da evitare di attirare insetti e non creare disagio per chi occuperà lo spazio successivamente. Quindi no a pietanze troppo speziate o fritte, così come sono bandite le preparazioni a base di pesce, formaggi stagionati o uovo sodo, che potrebbero infastidire l’olfatto dei vicini con un odore che rimane nell’aria.

Vietati gli spettacoli di folklore. Evitare allestimenti vistosi, ingombranti e poco discreti, quindi bandite tende e costruzioni improvvisate d’emergenza, così come fornelli da campeggio, scaldavivande, zuppiere, tinozze, ecc. La spiaggia non è un campeggio (anche in questo caso vigono comunque delle regole di buona condotta). L’obiettivo, tacito ma meglio non darlo per scontato, è di non essere invadenti per i vicini d’ombrellone e non dare spettacoli di costume popolare.

Sì a contenitori informali e colorati, ma con discrezione. La borsa frigo è comoda ma è meglio non ostentarla troppo e non portarne più di due. Inoltre, conservare i cibi a lungo in contenitori non adatti, rischia di alterarne sapori e consistenze. Per esempio, vanno benissimo acciaio e vetro per frutta, frittate, insalate di verdure o di pasta. Meglio evitare l’acciaio nel caso di cibi molto acidi (o con tanto limone). Evitare poi la pellicola per avvolgere alimenti ancora caldi o unti.

I CONSIGLI DEL NUTRIZIONISTA MICHELANGELO GIAMPIETRO “Scegliere cosa mangiare al mare, soprattutto con temperature e umidità elevatissime, non è semplice – commenta Michelangelo Giampietro, medico specialista in Scienza dell’Alimentazione e in Medicina dello Sport e docente di “Alimentazione, nutrizione e idratazione” presso la Scuola dello Sport CONI Roma. La soluzione è quella di consumare pasti con porzioni più piccole, preparati con cibi freschi e leggeri e fare spuntini più frequenti con frutta di stagione oppure centrifugati di frutta, verdura ed erbe aromatiche fresche particolarmente ricche di acqua, minerali e vitamine, utili a mantenere una corretta idratazione e a proteggersi dai danni dell’esposizione eccessiva ai raggi solari. E non tralasciare alimenti che integrano naturalmente i sali minerali persi con la sudorazione come il cocomero, le zucchine, i cetrioli, l’avocado, i peperoni, i pomodori… e la bresaola, per chi non vuole rinunciare al gusto mantenendo la forma. Tra l’altro, tutti questi alimenti contengono triptofano, un amminoacido essenziale che insieme ai carboidrati favorisce la produzione di serotonina, l’ormone del buonumore, e di melatonina, che regola i ritmi sonno-veglia”.

ANCHE LA BRESAOLA VA AL MARE: PANINI, PASTA FREDDA, INSALATE E FINGER FOOD “Non bisogna, però, incorrere nell’errore comune di preparare sempre e solo panini – continua Giampietro. É importante variare la propria alimentazione, soprattutto in estate. Quindi via libera a tantissime ricette fresche, dalle classiche “insalatone” alla pasta fredda, alle insalate di riso, farro o altri cereali, ai carpacci con verdure e, ogni tanto, anche i panini, preferendo quelli integrali, ai cereali e/o con i semi, sempre in abbinamento con una verdura fresca e di stagione. Per insaporire preparazioni e variare le ricette, inoltre, si può utilizzare la Bresaola della Valtellina IGP come ingrediente che aggiunge quel gusto in più e costituisce un valore aggiunto dal punto di vista nutrizionale (è ricca di proteine ad alto valore biologico, di amminoacidi essenziali, sali minerali e vitamine ed è povera di grassi. I piatti si possono preparare di sera, quando la calura ci dà tregua, per poi conservarli in frigorifero e consumarli sotto l’ombrellone”.

La Bresaola della Valtellina IGP si sposa, infatti, con tante ricette fresche e sfiziose, e grazie alla web app “Bresaola Inedita” è possibile sperimentare numerose varianti alle soluzioni classiche, come i Fagottini di Bresaola ai 3 colori, con mela, peperoni e caprino fresco, oppure i Cannoli di bresaola e quinoa al profumo di curcuma, l’insalata “L’originale” con germogli di soia, Grana Padano, mela, semi di sesamo e succo d’arancia, il panino “L’affidabile” con melanzane grigliate e Provolone Valpadana o le Penne di grano saraceno fredde con bresaola e pomodori datterini rossi

Fonte: askanews.it

Sviluppata da Enea e Campus Bio-Medico

Una maglietta “intelligente” che acquisisce frequenza cardiaca e dati respiratori, grazie a una nuova applicazione tecnologica sviluppata da ENEA e Università Campus Bio-Medico di Roma. Realizzata in tessuto elasticizzato con sensori in fibra ottica, faciliterà sia le indagini cliniche che la valutazione delle prestazioni sportive.

“I sensori utilizzati per realizzare questo sistema sono commerciali, ma noi li abbiamo incapsulati all’interno di particolari materiali polimerici. Sostanzialmente abbiamo dato un corpo all’elemento senziente, trasformandolo in un vero e proprio sensore”, spiega il ricercatore ENEA Michele Caponero. “I sensori in fibra ottica incorporati nelle magliette risultano particolarmente utili in medicina sportiva, in quanto lasciano il paziente molto più libero nel movimento di quanto non avvenga con i metodi tradizionali, che prevedono l’utilizzo di un numero elevato di cinghie sul corpo”, aggiunge Caponero.

“Testata su ciclisti in allenamento simulato, la maglietta ci ha permesso di monitorare i parametri degli atleti, in particolare i volumi compartimentali e la frequenza respiratoria, che possono risultare utili per ottimizzare il training e migliorare le prestazioni”, spiega il professore Emiliano Schena dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Queste magliette offrono vantaggi significativi anche per le indagini cliniche; ad esempio durante le risonanze magnetiche consentono di monitorare alcuni parametri legati agli atti respiratori, laddove i sensori tradizionali di tipo elettrico risultano disturbati dall’intenso campo magnetico necessario per eseguire l’esame, senza nulla togliere al comfort del paziente, che deve limitarsi a indossare una maglia. “Monitorare la frequenza respiratoria sotto risonanza può essere importante, per esempio, per chi soffre di ansia o attacchi di panico. Se il paziente ha crisi di questo tipo durante la procedura, la maglietta le rileva precocemente, favorendo l’intervento del medico. Inoltre, la nostra idea è quella di usare queste magliette per rimuovere dalle immagini della risonanza gli artefatti da movimento dovuti alla respirazione del paziente, che peggiorano la qualità delle immagini”, spiega Daniela Lo Presti, che ha seguito il progetto inizialmente come tesista presso ENEA e attualmente come dottoranda presso l’Università Campus Bio-Medico.

Nella realizzazione della maglietta smart, ENEA si è occupata dell’aspetto tecnologico del sensore e del cablaggio, mentre l’Università Campus Bio-Medico ha ottimizzato il posizionamento dei sensori per misurare al meglio i parametri fisiologici.

Il progetto, che è stato autofinanziato dai due partner, prevede anche una serie di altre possibili applicazioni della tecnologia in fibra ottica. “Possiamo usare questi sensori per il monitoraggio della temperatura nelle procedure di ablazione laser per la rimozione dei tumori, in modo da salvaguardare i tessuti sani. Inoltre, stiamo investigando la possibilità di utilizzare questa tecnologia per monitorare il livello di umidità nell’aria erogata dal ventilatore polmonare prima che questa raggiunga le vie aeree del paziente”, aggiunge Daniela Lo Presti. “Avvolgendo i sensori in un materiale idroscopico, questi diventano sensibili alle variazioni di umidità e in questo modo possono essere utilizzati per testare la qualità dell’aria erogata durante ventilazione artificiale”, conclude Caponero.

Fonte: askanews.it

Uno su tre preoccupato dal ritorno alla routine e per le scadenze lavorative

Il traffico del ritorno, la ripresa della routine, l'ansia di avere di nuovo delle scadenze: ecco cosa temono gli italiani che tornano dalle vacanze, tanto che uno su tre (33%) confessa che questi ultimi giorni di svago "sono quelli in cui ci si sente meno in forma". A fotografare quella che è già stata definita 'sindrome da rientro' è uno studio online di In a Bottle (www.inabottle.it) su 3.500 italiani.
    "La sindrome da rientro - spiega Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva - è una sensazione di stanchezza e fatica a tornare nella routine. A volte ci si sente anche irritabili con difficoltà a concentrarsi. In realtà è semplicemente una 'sindrome da adattamento': corpo e mente che si erano lasciati andare in vacanza devono rientrare in uno schema rigido, imposto dai compiti quotidiani".
    Un italiano su 2 (51%), poi, rientra sentendosi appesantito dai bagordi estivi. "La vacanza può determinare alcuni effetti nocivi sulla salute - commenta Luca Piretta, nutrizionista e docente dell'Università Campus Bio-Medico di Roma - spesso è sinonimo di sregolatezza di orari, cambi dei ritmi sonno-veglia e di eccessi con gli alcolici, e talvolta ci si lancia in sport estremi o di resistenza senza l'adeguato allenamento o preparazione alimentare. Per ultimo, si rischia di tornare dalle vacanze con qualche chilo di troppo".
    Come si supera quindi questa sindrome? "L'idratazione è fondamentale per permettere un corretto afflusso di sangue ai tessuti e quindi agli antiossidanti di raggiungere tutte le cellule e recuperarle dagli insulti dei radicali liberi. Inoltre - conclude Piretta - tutte le reazioni chimiche cellulari avvengono solo se è presente l'acqua e questo ci deve far comprendere quanto sia essenziale questo elemento anche per ammortizzare la sindrome da rientro".

Fonte: Ansa.it

Chi vive con tranquillità mentale, fa più sogni positivi

 Troppi incubi tormentano la notte? Tutto dipende da come si passa il giorno. I ricercatori delle Università di Turku (Finlandia) e di Skövde (Svezia), hanno notato infatti come le persone più tranquille nello stato di veglia riescano a fare sogni più positivi, mentre quelli che vivono con più ansia elaborino sogni più negativi.
    Ciò significa, spiegano gli studiosi scandinavi, che le esperienze oniriche possono riflettere la salute mentale di una persona. Dunque, per dormire sonni tranquilli è necessario abbandonare questo stato di continua tensione. I ricercatori hanno chiesto a una serie di persone di compilare un questionario che misurava il loro stato di agitazione e il loro benessere. Poi, per tre settimane, hanno tenuto un diario giornaliero dei sogni: ogni mattina, al risveglio, dovevano scrivere tutte le loro esperienze oniriche e le emozioni che avevano vissuto. Gli studiosi hanno notato come le persone con più elevati tassi di tranquillità mentale arrivavano a riferire più emozioni oniriche positive, mentre quelli con livelli più elevati di ansia raccontavano di emozioni negative dipese dai sogni.
    Dunque, la tranquillità della notte dipende da come si vive il giorno. "La pace della mente è uno stato di pace interiore e armonia, uno stato di benessere più complesso e duraturo tradizionalmente associato alla felicità nelle culture orientali", commenta Pilleriin Sikka, una delle ricercatrici che ha condotto l'analisi.

Fonte: Ansa.it

I consigli del professor Antonio Paoli

Roma, 23 lug.

Otto consigli per runner e ciclisti per una integrazione intelligente, e per offrire all’organismo ciò di cui ha bisogno prima, durante e dopo lo sforzo fisico. Il caldo, infatti, favorisce un innalzamento della temperatura corporea anche per la perdita di sudore, con possibile carenza di liquidi e sali minerali di cui l’organismo ha bisogno. E ci vuole molta attenzione ai muscoli, posti sotto stress dallo sforzo, soprattutto se non si è adeguatamente preparati. “Running e ciclismo sono attività di endurance che vengono svolte generalmente all’aperto e che quindi risentono molto delle condizioni ambientali – spiega il Professor Antonio Paoli, direttore del Laboratorio di Nutrizione e Fisiologia dell’esercizio presso il Dipartimento di scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Padova. “Chiaramente durante il periodo estivo con l’innalzarsi delle temperature e, soprattutto, se il clima è umido i fattori di termoregolazione diventano critici. Non dobbiamo dimenticare che, soprattutto se l’umidità ambientale è elevata, la sudorazione svolge un ruolo fondamentale nel controllo della temperatura corporea e, quando si suda, si perde acqua ed elettroliti. Al di là degli aspetti di termoregolazione bisogna tenere conto anche degli aspetti energetici. Questo tipo di attività sono ad alto dispendio energetico per un certo numero di minuti e quindi è fondamentale anche essere in un adeguato equilibrio energetico. Ricapitolando possiamo dire che i principali fattori che influenzano la fatica e la prestazione sono la disidratazione e la deplezione di carboidrati; durante il periodo estivo soprattutto la prima può risultare il maggiore limite alla prestazione”. In questo senso, particolare attenzione deve essere prestata all’abbigliamento. Occorre scegliere fibre traspiranti, leggere e chiare, oltre a proteggere il capo quando necessario. Allo stesso modo, meglio preservare la pelle dalle radiazioni solari con filtri ad elevata protezione (SPF 30 o più alti). “Sul fronte dello sforzo adeguare la velocità alla temperatura può essere utile se non si sta correndo alle olimpiadi: quindi ridurre di 12-15 secondi al chilometro quando la temperature salgono. La diminuzione dovrebbe essere graduale: ogni 3 gradi di aumento bisogna ridurre di un po’ la velocità”. Quando si fa movimento c’è il rischio di dimenticare che l’organismo può non sopportare lo sforzo cui lo stiamo sottoponendo. E ovviamente la risposta del corpo viene di conseguenza, sotto forma di un malessere che non va sottovalutato. “I segnali da non sottovalutare sono diversi – precisa l’esperto. Nausea (anche con vomito), sudorazione eccessiva, gambe molli, frequenza cardiaca eccessivamente alta anche a ritmi blandi o quando ci si ferma, crampi, emicrania fino ad arrivare a confusione mentale, fatica ad organizzare i pensieri e disorientamento”. Ovviamente molti di questi problemi possono essere prevenuti con un pizzico di attenzione e soprattutto facendo in modo che l’organismo abbia sempre a disposizione il “carburante” di cui ha bisogno per sostenere l’attività fisica. “L’importanza di un’integrazione adeguata per chi fa sport con un certo impegno è ormai ampiamente dimostrata, ricordando che occorre pensare alle ore che precedono lo sforzo, a quanto accade nel corso dell’attività e ad un adeguato recupero dopo lo sforzo. In questo senso, esistono numerose prove dell’assunzione di carboidrati nel pre allenamento o pre gara. A questo si prestano ottimamente le maltodestrine che permettono una liberazione graduale del glucosio. Le maltodestrine sono dei carboidrati complessi, ottenuti, in genere, da amidi o tuberi, con una catena di 10-20 molecole di glucosio. Anche durante lo sforzo, soprattutto se questo è prolungato (sopra i 60/90′), le maltodestrine possono essere utili con anche una bevanda contenete sali (soprattutto se è molto umido)” – conclude Paoli. Per quanto riguarda i sali minerali, non bisogna pensare ad una “ricetta” unica per tutti perché la quantità di sali necessari varia da individuo ad individuo. Ci sono persone che perdono più sali rispetto ad altre durante la traspirazione. Una prova empirica per individuare il tipo di sudore è indossare una maglietta nera, fare esercizio e poi lasciare asciugare il sudore: a seconda dell’intensità dell’alone bianco si può individuare il tipo di sudore. Per quanto riguarda il “post”, dopo la prestazione bisogna continuare a reidratare – riducendo però la quota di sali – ed eventualmente integrare con delle fonti aminoacidiche. Le regole da seguire, secondo gli esperti sono, innanzitutto: Scegliere gli orari migliori: nei mesi estivi, a causa delle elevate temperature, è consigliabile fare sport la mattina presto o al tramonto, quando il sole inizia a calare; L’attività migliore: non tutti gli sport vanno bene per chiunque. E’ importante scegliere l’attività più adatta sulla base del proprio allenamento, delle condizioni fisiche e dell’età senza naturalmente rinunciare al piacere e al divertimento. L’estate è sicuramente un buon momento per sperimentare nuove discipline, meglio se all’aria aperta o in acqua; Iniziare per gradi: soprattutto se lo si fa in maniera occasionale, è fondamentale iniziare l’allenamento gradualmente evitando di sottoporre subito il corpo a sforzi eccessivi. La durata e l’intensità potrà essere aumentata per gradi man mano che ci si sentirà più allenati; Riscaldamento e stretching: qualsiasi sia l’attività fisica che si sceglie di particare è importante fare alcuni esercizi di riscaldamento per ridurre il rischio di infortuni come contratture e stiramento muscolari. Inoltre, al termine dell’allenamento, è consigliato dedicare circa 10/15 minuti ad esercizi di allungamento muscolare. Lo stretching non sembra ridurre il rischio di infortuni, ma mantenere una certa mobilità è importate per la salute, il benessere e la performance; Alimentazione varia ed equilibrata: fondamentale è seguire una dieta varia ed equilibrata in grado di fornire i macro nutrienti essenziali al lavoro muscolare come carboidrati, proteine e grassi, ma anche i micronutrienti come minerali e vitamine; Acqua quanto necessario: altro aspetto da non trascurare è l’apporto idrico. In genere si consigliano almeno due litri durante la giornata ma questa quantità può variare in base alla temperatura ed umidità e quindi alle perdite. È fondamentale anche idratarsi durante le attività di lunga durata; L’integrazione sportiva: nel caso di attività intensa può essere opportuno optare per l’uso di integratori sportivi che facilitano ad esempio l’assunzione di aminoacidi ma anche quella di sali minerali; L’abbigliamento più adatto: in estate, considerata la sudorazione abbondante, è consigliabile indossare abiti leggeri e freschi, meglio se in fibra naturale, che consentano una adeguata traspirazione. Se si sta all’aria aperta è opportuno anche proteggere la testa dal sole con un cappello o una semplice bandana. Il benessere è il risultato di una serie di condizioni, fisiche e psicologiche, che ci consentono di affrontare al meglio la vita di ogni giorno. Anche grazie all’attività fisica costante e a una corretta integrazione alimentare il nostro organismo riesce ad espletare al meglio le proprie funzioni. Un aiuto per gli sportivi, oltre a seguire i consigli degli esperti, può venire dalla linea di prodotti per l’integrazione Dompé Friliver Sport, studiata per apportare le sostanze nutrizionali utili a soddisfare al meglio le esigenze metaboliche dell’organismo, prima, durante e dopo le differenti attività sportive.

 

Fonte: askanews.it

I sette consigli dell'endocrinologa


Roma, 10 lug.
L’estate è ormai al culmine e milioni di italiani affollano già le spiagge in cerca di relax dopo un duro anno di lavoro. Tuttavia, la comprensibile voglia di esporsi al sole e di praticare sport all’aperto, rischia di far sottovalutare il rischio di incorrere in un colpo di calore, tanto negli adulti quanto nei bambini. Per godersi la stagione estiva in tutta tranquillità, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione e Serena Missori, endocrinologa e nutrizionista, in collaborazione con Consulcesi Club, lanciano una serie di consigli per difendersi dai colpi di calore. Occhio all’idratazione. È importante rimanere idratati, aggiungendo all’acqua succo di limone e menta fresca, per il reintegro dei sali minerali. Per rinfrescarsi e combattere al tempo stesso la cellulite, è utile un gustoso drink drenante all’anguria e menta: per 2 persone basta frullare 400 grammi di anguria, il succo di un limone, 5-6 foglioline di menta fresca e 200 ml di acqua. Diffidare dei succhi di frutta confezionati. Per quanto allettanti, i succhi di frutta confezionati sono troppo concentrati rispetto alla quantità di liquidi che abbiamo all’interno del nostro corpo e possono farci disidratare ulteriormente creandoci problemi gastro-intestinali. Se proprio vogliamo berli, è bene diluirli con acqua. No alle fibre sintetiche. Evitare abiti in fibre sintetiche, poliestere e nylon e prediligere abiti in cotone e lino, ma anche la viscosa, che lasciano traspirare meglio la nostra pelle e non fanno aumentare la temperatura corporea. Proteggere la testa con un cappello bagnato. Il miglior modo per proteggere la testa è quello di bagnare un cappello di cotone con la tesa rigida che sarà indossato proprio in occasione di camminate sotto il sole o se ci si espone in spiaggia. Sì agli spuntini, no alle abbuffate. Contro i sintomi di insolazione e colpo di calore è utile mangiare poco e spesso. È bene non abbuffarsi perché la digestione diventa impegnativa e quindi richiama più sangue all’interno dell’apparato digerente privando gli altri organi. Evitare cibi freddi. La tentazione di refrigerarsi con alimenti e bevande a bassissime temperature è inevitabile con il caldo, ma può rivelarsi molto pericolosa. Questo non significa che non possiamo mangiare il gelato, ma che lo dobbiamo stemperare in bocca prima di deglutire per evitare uno shock termico. Attenzione a proteggere i bambini. L’estate rappresenta per i più piccoli il momento del distacco dalla scuola, delle giornate al mare, dei giochi all’aperto, ma è anche la stagione in cui, a causa del caldo e dell’afa, i genitori devono prestare particolare attenzione al loro benessere e alla loro idratazione. È importante, quindi, evitare di esporli al sole e far loro praticare attività fisica o sportiva nelle ore più calde; bagnargli spesso la testa e rinfrescare tutto il corpo, senza dimenticare di aumentare l’apporto idrico per reintegrare i liquidi persi tramite la sudorazione, privilegiando un’alimentazione ricca di frutta e verdura.

Fonte: askanews.it
 

Differenze genetiche spiegano diverse reazioni a effetti caffè

Roma, 11 lug.
Sensibilità al caffè: c’è chi può bere 5 tazzine al giorno senza grossi problemi e chi passa la notta in bianco per averne bevuta solo una. Il modo in cui gli individui metabolizzano la caffeina dipende anche dal corredo genetico, per cui è possibile dividere i consumatori di caffè in tre gruppi: quelli ad alta, a media e a bassa sensibilità al caffè. Questo è quanto emerge dal report del dottor J.W.Langer, docente di Farmacologia presso la Copenhagen University’s Medical School, realizzato per l’Institute for Scientific Information on Coffee (ISIC). Il report “Genetics, Metabolism and Individual Responses to Caffeine” si basa sulle evidenze della letteratura esistente per analizzare e spiegare perché alcune persone sono più sensibili all’effetto della caffeina e in che modo i professionisti della salute devono tener conto di queste caratteristiche nel consigliare i pazienti. La risposta di un individuo alla caffeina è probabilmente determinata da due fattori genetici principali: la maggiore o minore rapidità del metabolismo del fegato e la presenza di una variazione genetica che rende il sistema nervoso centrale più sensibile agli effetti stimolanti della caffeina. Sulla base di questi fattori, Langer ha proposto tre livelli descrittivi di sensibilità globale alla caffeina: Alta sensibilità alla caffeina, con metabolismo lento del fegato e alto legame con il sistema nervoso centrale. Anche piccole quantità di caffeina causano un effetto stimolante e dosi più elevate possono causare problemi di sonno, come succede in una minoranza di persone. Sensibilità regolare alla caffeina, con equilibrio tra inattivazione della caffeina nel fegato e legame nel sistema nervoso centrale: ciò significa che l’individuo può in genere bere 2-5 tazze di caffè durante il giorno, senza controindicazioni o disturbi del sonno. Di solito la caffeina non è raccomandata la sera, ma le differenze individuali prevalgono, come succede nella maggior parte delle persone. Bassa sensibilità alla caffeina: metabolismo veloce della caffeina. Se ne possono consumare quantità maggiori (anche se i professionisti della salute consigliano di rimanere all’interno delle linee guida EFSA di non più di cinque tazze di caffè al giorno9). Il caffè che si beve prima di coricarsi normalmente non disturba il sonno. Spiega Langer: “Siamo tutti bevitori di caffè differenti: il nostro corredo genetico programma la reazione alla caffeina, così come il colore dei capelli e degli occhi.” Un individuo con bassa sensibilità alla caffeina probabilmente non sperimenterà gli effetti che si vogliono ottenere tipicamente da questa sostanza, come la veglia, la vigilanza e una maggiore concentrazione. È importante per gli specialisti della salute sottolineare che chi metabolizza velocemente la caffeina non dovrebbe superare l’assunzione giornaliera raccomandata nel cercare di ottenere gli effetti desiderati.


Fonte: askanews.it

L'esperta: tutti a rischio macchie

Roma, 5 lug.
Sì alla tintarella ma senza strafare: con le vacanze alle porte e il primo sole dell’estate i rischi per la pelle e la salute sono sempre in agguato. Eritemi, eczemi e nei possono fare la loro comparsa proprio durante il periodo estivo causando fastidi e preoccupazioni. Come proteggersi allora dall’esposizione, salvaguardando anche l’abbronzatura? “La pelle va protetta dai Raggi UV – spiega la dermatologa dell’INI-Istituto Neurotraumatologico Italiano, Francesca Bruni – se chi ha la carnagione chiara rischia di più un’eritema o un’ustione e chi ha la carnagione scura rischia di meno, nessuno è immune dall’eventuale comparsa o trasformazione di nei che, sotto l’effetto dei raggi ultravioletti, possono diventare maligni”. Per evitare di andare incontro a brutte sorprese, alcuni accorgimenti possono essere adottati prima di partire. “Prima di andare in vacanza è consigliabile, se richiesto, sottoporsi all’epiluminescenza, l’unico esame strumentale che permette di vedere i nei a un forte ingrandimento e percepisce i cambiamenti molto prima di quanto si possa fare a occhio nudo – prosegue la dermatologa – . Si consiglia il periodo prima dell’estate perché la pelle non deve essere ancora abbronzata e perché in caso di rischio il neo viene tolto prima dell’esposizione solare per evitare danni. L’esame è consigliato per chi ha molti nei, per chi ha notato la comparsa di nei recenti, per chi ha nei congeniti e chi ha familiarità per il tumore della pelle. In questi ultimi casi il controllo dovrebbe essere annuale”. Ma ecco i dieci consigli dell’esperta per una corretta esposizione al sole: 1) L’esposizione al sole deve avvenire in modo graduale. Si inizia i primi giorni con un paio d’ore, per poi aumentare, giorno dopo giorno, il tempo e la quantità di sole assorbito. 2) Niente sole nelle ore centrali: da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio le radiazioni fanno più male, per cui, per l’intera vacanza, in quegli orari, bisognerebbe evitare di prendere il sole. Non si deve rinunciare al mare ma bisogna prediligere l’ombra. 3) Protezione in anticipo: la protezione va applicata mezz’ora prima dell’esposizione al sole. 4) Si parte con la 50: tutti devono iniziare con la protezione 50, poi chi ha la carnagione scura può diminuire fino a 30, chi è più chiaro deve continuare con la 50. 5) Crema ogni due ore: è importante che tutta la superficie corporea sia protetta e, soprattutto, che la crema solare venga applicata ogni due ore, perché tra salsedine, sabbia e sudore si perde l’efficacia. 6) Cerotti per i nei: se notiamo un neo che non ci piace, che ha cambiato forma o dimensione, possiamo coprirlo anche con un cerotto. Ma solo se si tratta di un neo sospetto particolarmente allarmante. 7) Cappello e occhiali: proteggere sempre il viso con un cappello e gli occhi con gli occhiali da sole. 8) Integratori: per chi vuole proteggersi senza rinunciare all’abbronzatura sono consigliabili gli integratori solari che vanno a potenziare l’effetto dei cibi rossi e arancioni a base di betacarotene. Si protegge la pelle da ertiemi ed eczemi e si acquista colorito. 9) Acqua e doposole: nelle giornate molto assolate se ci si espone molto al sole si raccomanda di bere tanta acqua e idratare molto la pelle. Sole e abbronzatura sono fonte di disidratazione. 10) Per chi ha problemi di macchie sul viso in farmacia sono disponibili fondotinta compatti a protezione 50+, da applicare prima di esporsi al sole.

Fonte: askanews.it

Quello che c'è da sapere su rischi infettivi, punture, vaccini

Roma, 12 giu. (askanews)
Viaggiare con consapevolezza è d’obbligo, soprattutto quando si tratta di bambini. Un viaggio, infatti, soprattutto in Paesi lontani, può presentare dei rischi per la salute dei più piccoli, se non si osservano alcune importanti norme di prevenzione. I bambini contraggono le stesse malattie degli adulti, ma in forma più grave, ciononostante circa la metà non viene sottoposto a una visita medica pre-partenza. Le malattie che vengono più comunemente contratte dai bambini durante un viaggio internazionale, sono: diarrea (28% dei casi), malattie dermatologiche (25%), malattie febbrili sistemiche, specialmente malaria, (23%), malattie respiratorie (11%) e malattie prevenibili da vaccino (2%), soprattutto infezione da Salmonella typhi e epatite A. In generale, i viaggiatori internazionali hanno registrato un aumento costante negli ultimi anni e secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo nel 2016 sono stati oltre 1 miliardo, di cui 18 milioni di italiani, con un 4% in più rispetto al 2015 e si stima che nel 2025 le cifre arriveranno a raddoppiare. Quanti sono i bambini viaggiatori nel mondo? La cifra si aggira intorno a 1,9 milioni, secondo una stima diffusa dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Ma chi è il bambino viaggiatore? Spesso sono bambini che arrivano in Italia con le loro famiglie da altri Paesi (migranti o rifugiati) o bambini e adolescenti che viaggiano da soli (adottati internazionalmente o in fuga dai loro Paesi di origine. Una categoria particolare sono i bambini nati in Italia che vanno in vacanza nei loro Paesi di origine, i cosiddetti VFR (visiting friends and relatives). Infine i bambini “turisti”, che viaggiano con le loro famiglie per diletto. Il bambino viaggiatore sarà uno dei temi al centro della prima giornata di lavori al 74° Congresso della Società Italiana di Pediatria, SIP che si apre il 12 giugno a Roma, con un focus della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) dedicato a tutti i bambini che viaggiano, in particolare i bambini turisti e i bambini figli di immigrati che tornano in visita nel loro Paese di origine (VFR). “Questi infatti, sono i bambini maggiormente a rischio di contrarre infezioni durante un viaggio: il rischio infettivo è sottovalutato da parte dei genitori e la cultura della profilassi limitata”, spiega la Presidente SITIP Luisa Galli. I bambini VFR viaggiano anche molto piccoli, sotto l’anno di età, con permanenze per periodi prolungati e verso destinazioni a maggior rischio di patologie importanti quali malaria, febbre gialla, tifo, soprattutto in Asia e Africa Sub Sahariana o diarrea del viaggiatore, soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa. Solo il 30% di questi bambini viene sottoposto a una consulenza medica prima del viaggio, consulenza spesso ostacolata dalla barriera linguistica”, aggiunge Galli. “E’ importante essere bene informati sui possibili rischi a cui si può andare incontro prima, durante e dopo ogni viaggio, pianificando ogni dettaglio nel rispetto della salute e del benessere dei bambini e di tutta la famiglia”, afferma il Presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani. “E ricordare – aggiunge – che alcune malattie come la malaria possono manifestarsi anche a distanza di tempo, pertanto è opportuno indagare episodi febbrili che possono verificarsi al rientro se si è stati in Paesi ad alta endemia”.

Fonte: askanews.it

I rimedi degli esperti per imparare a gestire l'ansia

Roma, 20 giu. (askanews)
La paura di volare colpisce sempre più persone per le cause più diverse: dal timore di perdere il controllo, all’angoscia di attentati terroristici. Così, i nuovi mezzi di trasporto prediletti sono treno, auto e nave. E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato da Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), a cui hanno risposto 568 persone di ambosessi dai 25 ai 65 anni. Il 67% delle persone non ama infatti prendere l’aereo perché ha la sensazione di non avere il controllo del mezzo e, quindi, della situazione in generale. Il 77% teme un possibile attentato, e ciò incide fortemente sulla preferenza di un mezzo alternativo per spostarsi. Il 69% preferisce spostarsi in un luogo non troppo lontano dalla propria residenza e con mezzi alternativi come il treno (37%) o altri mezzi su strada (45%); solo in pochi amano prendere l’aereo per raggiungere le mete dei loro viaggi (17%). “In un mondo in cui tutto va veloce, compresi gli spostamenti, siano essi per vacanza o per lavoro, il mezzo di trasporto per elezione è ormai l’aereo perché permette lunghi spostamenti in breve tempo – spiega la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico – per molti, però, l’esperienza del volo è spesso vissuta con uno stato emotivo terribile, notevole ansia, preoccupazione, paura, fino al vero e proprio panico. Sono dati allarmanti, quindi è necessario tentare di risolvere, o almeno imparare a gestire questa forte ansia, che conduce alla paura di volare”. Ecco allora alcuni consigli e rimedi pratici dello staff di Bioequilibrium che possono migliorare il viaggio ad alta quota: 1) Chiedere informazioni a bordo: a volte può succedere che a scatenare la paura siano interpretazioni erronee di normali avvenimenti collegati al volo, quindi informarsi potrebbe essere utile a diminuire l’ansia; 2) Evitare sostanze eccitanti: evitare accuratamente qualsiasi sostanza eccitante prima del volo. E’, infatti, noto che bevande come il caffè non sono d’aiuto nelle situazioni di stress o ansia. 3) Pensare ad altro: evitare di pensare ossessivamente al volo alimentando così l’ansia e la paura; 4) Imbarcarsi riposati: tentare di dormire in maniera regolare nei giorni precedenti alla partenza; infatti la mancanza di sonno potrebbe accentuare lo stato di alterazione fisiologica legata alla paura del volo; 5) Affidarsi al personale di bordo: nel caso in cui si è in aereo e si sente la paura salire, bisogna cercare di non lasciarsi prendere dal panico e rendere nota la situazione al personale di bordo. Stuart ed hostess, infatti, sono perfettamente addestrati ad intervenire e sapranno come aiutarvi. 6) Frequentare un corso: per chiunque fosse interessato a vivere in libertà e senza paura il consiglio è iscriversi al corso ‘Voliamo insieme’, promosso dallo staff di Bioequiliubrium (www.bioequilibrium.it).

Fonte: askanews.it

L'esperto: bene mare e montagna ma no tuffi e attenzione a umidità

Roma, 12 giu. (askanews)
Estate alle porte e il mal di schiena che non da tregua. Ma per combatterlo non serve restare a casa rinunciando alle ferie: trascorrere alcuni giorni al mare o in montagna può essere addirittura un toccasana per la salute della colonna, basta adottare alcuni accorgimenti. Quindi, che ci si trovi sotto l’ombrellone o in località ad alta quota, sì alle passeggiate, in pianura o nell’acqua, e ad esercizi di stretching di allungamento. No all’umidità, agli sport sulla sabbia e alle scalate su pareti rocciose. “Mare e montagna vanno benissimo ma per chi soffre di mal di schiena o vuole prevenirlo è necessario seguire alcune raccomandazioni – spiega Pier Vittorio Nardi presidente del Cismer, Associazione di Chirurgia Italiana Spinale Mini-invasiva e Robotica e responsabile della Chirurgia Vertebrale dell’ospedale Cristo Re di Roma – . Il sole fa molto bene, irrobustisce le ossa, ma, in particolare per gli anziani, è deleteria l’umidità, quindi in luoghi estivi e balneari molto umidi l’invito è a coprirsi per evitare reumatismi o artrosi. Per il resto le passeggiate sono consigliate così come gli esercizi in acqua, alleata per chi soffre di mal di schiena”. E allora ecco i dieci consigli dell’esperto per trascorrere le vacanze estive all’insegna del benessere, osteggiando cervicali e dolori lombari: 1) Evitare l’umidità: mare e montagna vanno bene entrambi purché siano climi secchi e non umidi. Il clima secco è l’ideale, per cui evitare i condizionatori d’aria e sbalzi termici eccessivi tra ambienti raffreddati e aria aperta. 2) Sì alle passeggiate in montagna: in montagna vanno benissimo le passeggiate, possibilmente in percorsi pianeggianti, con uno zaino leggero, che contenga ad esempio solo il cambio e una bottiglietta d’acqua. Attenzione anche alle scarpe che devono essere le più adatte e comode possibile. 3) No alle scalate: evitare discese e salite molto ripide così come il sovraccarico dello zaino perché possono provocare danni alla schiena. Di sicuro è sbagliato intraprendere scalate sulle rocce. 4) Sì al nuoto: l’acqua fa bene alla schiena, quindi il consiglio è nuotare molto, in particolare fare molto dorso, pochissimo stile libero e niente rana. Nuotare a stile rana manda infatti in iperlordosi la colonna ed accentua le erniazioni. 5) No ai tuffi: niente salti in acqua dalle rocce. I tuffi sono dei microtraumi di colonna. 6) Sì alle camminate in acqua ma niente bagnasciuga: Bene camminare in pineta o sulla pista ciclabile ma anche in acqua se il terreno è piatto o uniforme. Evitare invece di passeggiare sul bagnasciuga in pendenza perché squilibra la colonna. Anche camminare sulla sabbia è molto faticoso e non rilassante per la schiena. 7) No alla corsa: La corsa sulla sabbia o sull’asfalto è da evitare: preferire le passeggiate. 8) Stretching e bicycle: in acqua, al mare o in piscina, buoni risultati si ottengono facendo dello stretching di allungamento e un po’ di bicicletta, comunque movimenti isometrici, uniformi. Meglio ancora camminare nell’acqua alta che porta a sviluppare una controresistenza e a muoversi in modo ottimale. In ogni caso non caricare mai troppo gli addominali a secco ed evitare sovraccarichi di pesi, dal trasporto di borse frigo pesanti al piantare in spiaggia l’ombrellone. 9) Sdraiati ma non troppo: rispetto alla sdraio è meglio il lettino, con un telo -cuscinetto di supporto per il lombare, per non avere la curva della sdraio. Non bisogna però passare molto tempo sdraiati, al massimo 30 minuti, poi muoversi e passeggiare. Evitare anche di stare anche troppo seduti. 10) No agli sport sulla sabbia: beach volley, i racchettoni, il lancio del freesby sono banditi se si soffre di dolori alla schiena.

Fonte: askanews.it

L'alimentazione che aiuta a prepararci alla tintarella

Roma, 15 giu. (askanews)
Proteggere la pelle dai danni dei raggi Uv e preparala all’abbronzatura: la strategia comincia con una dieta ricca di frutta e verdura. Per la dieta pro abbronzatura, alleata della pelle e della tintarella, meglio puntare tutto sul colore, scegliendo dalla “tavolozza” la frutta e la verdura dalle cromie inconfondibili. L’alimentazione delle prossime settimane può infatti aiutare la pelle prima dei bagni di sole estivi e a recuperare la forma perduta. Gli alimenti possono aiutare a migliorare l’incarnato regalando un colorito dorato grazie al loro potere antiossidante, sono utili a difendere la pelle dall’azione dannosa dei raggi solari che aumentano la produzione di radicali liberi. Diventiamo “pittori del piatto” favorendo all’organismo alcune delle sostanze utili al benessere della pelle: carotenoidi, flavonoidi e vitamine. Con l’arrivo del caldo quasi tre italiani su quattro (74%) si espongono ai raggi solari per ottenere la sospirata abbronzatura. La tintarella è uno degli obiettivi più perseguiti da nord a sud dell’Italia, dal mare alla montagna, lungo i fiumi o in campagna, ma anche in città fra piscine, parchi e balconi. L’11% di chi si abbronza decide di farlo senza utilizzare alcuna protezione, anche se il consiglio degli esperti è di esporsi gradualmente al sole evitando le ore più calde soprattutto in caso di carnagione chiara. Ma anche l’alimentazione aiuta a “catturare” i raggi del sole e a difendere l’organismo dalle elevate temperature, dalle scottature e dagli stati di spossatezza. La dieta adeguata per un’abbronzatura sana e naturale si fonda sul consumo di cibi ricchi in Vitamina A che favoriscono la produzione nell’epidermide del pigmento melanina che protegge dalle bruciature e dona il classico colore scuro alla pelle. Sul podio del “cibo che abbronza” secondo la classifica salgono carote, radicchi e albicocche, ma sono d’aiuto anche insalate, cicoria, lattughe, meloni, peperoni, pomodori, fragole o ciliegie. Il primo posto è conquistato indiscutibilmente dalle carote che contengono Vitamina A. Al posto d’onore salgono gli spinaci, a pari merito il radicchio mentre al terzo si posizionano le albicocche seguite da cicoria, lattuga, melone e sedano, peperoni, pomodori, pesche gialle, cocomeri, fragole e ciliegie che presentano comunque contenuti elevati di vitamina A o caroteni.

Fonte: askanews.it

Studio pilota internazionale CAPRII

Roma, 24 mag. (askanews)
Non esiste una dieta valida per tutti, perché ogni individuo reagisce, anche a uno stesso alimento, in maniera diversa.
Queste variazioni sono in parte determinate dalla risposta glicemica post prandiale individuale al singolo alimento e dall’attività del suo microbiota.

A dimostrarlo per la prima volta, è stato uno studio israeliano del Weizmann Institute of Science, in collaborazione con i laboratori di ricerca guidati da Eran Elinav and Eran Segal, pubblicato su Cell nel 2015, nel quale gli autori, attraverso la raccolta di parametri individuali quali il profilo glicemico, gli indici nutrizionali, il microbiota intestinale e il tipo di attività fisica, sono riusciti a monitorare gli effetti degli alimenti sull’organismo e, tramite un algoritmo, a formulare una dieta personalizzata. Con la loro analisi, gli scienziati israeliani hanno dimostrato come la dieta personalizzata sia capace di prevenire patologie non trasmissibili, quali il diabete mellito tipo 2 e l’obesità. Considerando che la prevalenza di queste malattie è in aumento tra la popolazione pediatrica, diventa pertanto auspicabile l’elaborazione di algoritmi per una dieta personalizzata anche per i bambini.

Nasce così lo studio CAPRII (Children Alimentary Personalized Research Italy Israel), il primo studio pilota internazionale condotto dal Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università di Napoli “Federico II”, insieme allo Schneider Children’s Medical Center e al Weizmann Institute of Science di Israele, con l’obiettivo di creare algoritmi utili a elaborare diete personalizzate nei bambini, ottenuti confrontando la Dieta Mediterranea con una dieta standard. “La dieta personalizzata – spiega Annamaria Staiano del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, Sezione di Pediatria presso l’Università di Napoli “Federico II” e Vice Presidente SIP (Società Italiana di Pediatria), coautrice dello studio CAPRII – è un’intuizione speciale che dimostra come anche lo stesso alimento produca effetti diversi, in persone diverse. Gli effetti non dipendono solo dal cibo, ma anche dalla persona che lo assume.

Ognuno reagisce in modo differente e individuale allo stesso alimento: un cibo capace di generare una risposta salutare in alcuni individui può produrre in altri un effetto dannoso sul piano fisico e metabolico. Sulla base del profilo glicemico post-prandiale, di un minimo di indagini di laboratorio e sulla caratterizzazione del microbiota, è possibile oggi sviluppare algoritmi capaci di predire esattamente la risposta personale ad alimenti specifici, persino prima che vengano consumati. L’elemento ancora più importante è che questi algoritmi possono essere utilizzati per prevenire, con le diete personalizzate, la diffusione di malattie non trasmissibili, quali l’obesità e il diabete”.
 

(Fonte: askanews.it)

Piazza di Siena ospita la XXI Giornata nazionale

TRAPIANTI 24 maggio 2018 - 16:55
Crescono donazioni e trapianti in Italia, mai così bene in 10 anniPiazza di Siena ospita la XXI Giornata nazionaleCrescono donazioni e trapianti in Italia, mai così bene in 10 anniRoma, 24 mag. (askanews) – E’ con numeri di donazioni e trapianti di organi mai raggiunti negli ultimi dieci anni che a Piazza di Siena a Roma nell’ambito del Concorso Ippico Internazionale, domenica prossima si celebra la XXI Giornata Giornata Nazionale per la Donazione e il Trapianto di Organi e Tessuti.

Promossa dal Ministero della Salute e dal Centro Nazionale Trapianti, in collaborazione con le associazioni di settore. Il Concorso Ippico Internazionale – Piazza di Siena 2018 (24-27 maggio) è uno degli eventi sportivi di eccellenza che il CONI organizza per promuovere, insieme alla Federazione Italiana Sport Equestri, la qualità tecnica degli atleti e per restituire alla città un momento di forte condivisione con il mondo dello sport. In una rinnovata Villa Borghese, l’evento sportivo dedica uno spazio ai bambini delle scuole primarie che potranno partecipare al “Battesimo della Sella”, un percorso didattico inserito nella Pony City, antistante al Tempio di Diana. In questo contesto si inserisce la collaborazione con il Centro Nazionale Trapianti per la Campagna nazionale di comunicazione “Diamo il meglio di noi” di cui FISE è partner storico.

Ogni bambino riceverà un coloratissimo braccialetto con il logo della campagna che gli permetterà di accedere all’area pony. Inoltre, per tutte le classi delle scuole elementari di Roma che parteciperanno al “Battesimo della Sella” sarà disponibile il kit Salvo e Gaia – Un regalo che vale una vita, un prodotto del Ministero della Salute e del Centro nazionale trapianti pensato per sensibilizzare i più piccoli al tema del dono. Il report annuale dei dati 2017 su donazione e trapianto in Italia registra un aumento netto su tutti i fronti, un record mai raggiunto nel settore dei trapianti negli ultimi dieci anni. Cresce il numero delle donazioni e dei trapianti di organi, tessuti e cellule e a beneficiare di questo trend positivo sono i pazienti in lista di attesa che, per il secondo anno consecutivo, registrano un calo. Secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti consolidati al 31 dicembre 2017, ci sono stati 1.763 donatori (sia deceduti che viventi) l’+11% in più rispetto all’anno precedente che conferma il trend in ascesa negli ultimi 5 anni, riconducibile alla riorganizzazione della Rete Nazionale Trapianti. Aumentano nel 2017 anche gli accertamenti di morte eseguiti (45,1 per milione di popolazione rispetto ai 40.8 del 2016) e il numero di donatori utilizzati (1437 contro i 1298 del 2016).

Su questo scenario positivo influisce anche il dato sulle opposizioni alla donazione, pari nel 2017 al 28.7% contro il 32.8% dell’anno precedente (-4.1 punti percentuali). Un quadro complessivo molto positivo per il numero dei trapianti che nel 2017 ha segnato il +6% rispetto all’anno 2016 con 3921 interventi totali (organi prelevati da donatore deceduto e vivente). Al 31/12/2017 i pazienti in lista sono stati 8743 mentre al 31 dicembre dell’anno precedente erano 9026.

(Fonte: askanews.it)

Studio intenso porta ad accumulare stress e ansia

Roma, 22 mag. (askanews)
nsia, palpitazioni, insonnia, tachicardia. Parte il conto alla rovescia per l’esame di maturità e insieme sale la paura di non essere all’altezza della prova. Lo studio intenso può portare infatti ad accumulare stress e alla vigilia degli scritti e dell’orale è possibile incappare in vere e proprie crisi d’ansia, con conseguenti vuoti di memoria, incubi notturni e disturbi fisici ed emotivi.

Come fare allora per affrontare il rush finale liberi da ansie e timori? “Ognuno di noi gestisce gli esami in modo diverso, ma per qualcuno l’ansia è talmente forte da diventare opprimente – spiega la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico – poiché è proprio questo il periodo in cui si avvicina l’esame di maturità e ha inizio la sessione estiva per gli universitari, Bioequilibrium ha pensato di lanciare un’iniziativa gratuita per evitare il panico da esame: non ricordare nulla di quanto studiato, sentire il battito cardiaco aumentare a dismisura o mancare l’aria, sono sensazioni tipiche di chi sta per affrontare una prova importante”.

Ecco perché lo staff di Bioequilibrium, il centro nato per aiutare le persone ad abbassare i propri livelli di stress, il 31 maggio, propone un corso di 2 ore per vincere l’ansia da prestazione. Il corso, aperto a maturandi e chiunque si trovi in questo periodo a dover sostenere un esame, è gratuito. Ad una breve parte teorica, in cui verrà spiegata cos’è l’ansia e cosa succede nel nostro cervello quando sale l’adrenalina, seguirà una parte pratica, in cui verranno svolti degli esercizi di respirazione e di rilassamento. A conclusione del corso verranno fornite delle risorse che trovano il loro fondamento nel metodo E.M.D.R. “L’ansia è una risposta compiuta dal nostro organismo in vista di un evento futuro valutato soggettivamente come minaccioso – prosegue l’esperta – tale percezione di minaccia è accompagnata molto spesso da sintomi cognitivi, fisici, emotivi e comportamentali. Possiamo avere agitazione, tremori, tachicardie, nausea, vertigini come segni diretti di un’ansia che cresce in maniera direttamente proporzionale alla vicinanza, alla difficoltà e all’importanza attribuita all’evento.

Pensieri di tipo catastrofico, come ‘Non passerò la prova!’, ‘Farò una pessima figura!’, ‘Mi considereranno un fallito!'”. “A tutto però c’è un rimedio – conclude l’esperta – Grazie a esercizi di respirazione profonda da ripetere nel corso della giornata, ed evitando magari di pensare continuamente a scenari catastrofici è possibile gestire l’ansia e arrivare all’esame in equilibrio”. Per informazioni e prenotazioni scrivere a info@bioequilibrium.it o chiamare il numero 06.64824008 dal martedì al venerdì dalle 10 alle 18.

(Fonte: askanews.it)

L'aritmia più diffusa in occidente: Rischi spesso sottovalutati

Roma, 22 mag. (askanews)
La fibrillazione atriale, l’aritmia più diffusa in occidente, colpisce circa un milione di italiani ed i numeri aumentano fino al 4% dell’intera popolazione con età superiore ai 65 anni, con rischi sempre più frequenti di incorrere in ictus cardioembolico. La connessione tra fibrillazione atriale e ictus tromboembolico è spesso sottovalutata, ma costituisce un rischio da 4 a 9 volte maggiore per i pazienti affetti da fibrillazione atriale.

Nel 20% dei casi, l’ictus, si rivela fatale, mentre nel 60% dei casi è causa di disabilità. Gli oltre 60.000 nuovi casi l’anno hanno destato preoccupazione e attenzione nella comunità scientifica e lo studio di nuove strade terapeutiche e preventive ha portato alla sperimentazione di nuovi farmaci anticoagulanti e di dispositivi medici all’avanguardia. Dunque, incoraggiare la prevenzione e la diagnosi precoce della fibrillazione atriale e sostenere la realizzazione di percorsi terapeutici e di pratiche sanitarie ottimali, sono gli obiettivi dell’ Associazione Giuseppe Dossetti: i Valori – Tutela e Sviluppo dei Diritti Onlus, http://www.dossetti.it/. Se ne è discusso questa mattina al convegno “Il cuore «matto» di un milione di anziani over 65” presso la Camera dei Deputati.

Così, l’Associazione Dossetti si impegna a ripresentare, nel corso della corrente legislatura, la Proposta di Legge, per cui si batte da Marzo 2015, «Disposizioni in materia di malattie cardio-cerebrovascolari e per la prevenzione e la cura dell’ictus cerebrale ischemico» al fine di garantire la diminuzione di casi individuali e ridurre le complicanze dell’aritmia nel lungo periodo.

(Fonte: askanews.it)

Il mood food con virtù terapeutiche

Roma, 16 apr. (askanews) – Malinconia, spossatezza, apatia e cattivo umore. Prerogative del cambio di stagione ma anche di quelle brutte giornate in cui poche ore di luce, freddo e intemperie contribuiscono a rabbuiare il sorriso. Per dare scacco allo stress, arriva il “mood food”, il cibo dell’umore. Perché l’umore è anche una questione di chimica e si può veicolare a tavola, con gli alimenti del sorriso. Ciò che mettiamo ogni giorno nel piatto aiuta a mantenere in salute non solo il corpo, ma anche la mente. E le virtù terapeutiche e nutritive di alcuni cibi aiutano a scatenare l’ormone della felicità.

La serotonina, le endorfine e la dopamina, gli ormoni della felicità, svolgono un ruolo molto importante per l’umore e le emozioni, come sostengono numerose ricerche scientifiche. Si tratta di neurotrasmettitori chimici che veicolano le informazioni fra i neuroni, attraverso la trasmissione sinaptica, stimolando la sensazione di piacere, serenità, motivazione e ricompensa. La serotonina viene sintetizzata a partire da un amminoacido essenziale, il triptofano, dal quale dipende anche la produzione di un altro importante ormone, la melatonina, che regola i ritmi sonno-veglia. La dopamina è sintetizzata grazie ad altri due amminoacidi, la tirosina e la fenilalanina: quest’ultima non viene prodotta dal nostro organismo e va perciò assunta dall’esterno (alimenti ricchi sono: il frumento, i ceci, i fagioli, le fave, le lenticchie, il formaggio, ecc.).

“Esiste una stretta relazione tra cibo e umore, e determinati alimenti hanno un forte potere riequilibrante – commenta Michelangelo Giampietro, medico specialista in Scienza dell’Alimentazione e in Medicina dello Sport e docente di “Alimentazione, nutrizione e idratazione” presso la Scuola dello Sport CONI Roma – I cibi giusti sono quelli ricchi di specifici micronutrienti (cioè presenti in piccole quantità) come le vitamine del gruppo B (soprattutto B12, considerata la vitamina dell’energia), la vitamina C, gli acidi grassi omega 3 e il triptofano (un amminoacido presente nella maggior parte delle proteine che assumiamo con gli alimenti) che migliorano umore, concentrazione e memoria. Il triptofano ha un effetto positivo sullo stress, perché, in presenza di vitamine del gruppo B, di carboidrati e di ferro, aumenta la produzione della serotonina.

Ricca di proteine e triptofano, vitamine del gruppo B e sali minerali, la Bresaola della Valtellina IGP è anche povera di grassi (2 g per 100 g di prodotto). Nella “dieta del buonumore” perché non includere, quindi, il salume tipico valtellinese? “La bresaola della Valtellina IGP, rispetto a molte altre carni trasformate e lavorate, è una buona fonte di triptofano (336.2 mg/100 g di prodotto, di cui 15 mg liberi), l’amminoacido che insieme ai carboidrati favorisce la produzione di serotonina. Per ottenerne quantità elevate e aumentare così la produzione di serotonina, è consigliabile realizzare combinazioni gustose tra alimenti che contengono questo amminoacido essenziale, come ad esempio pane con la Bresaola della Valtellina IGP e scaglie di parmigiano, oppure riso con gamberi, pasta e ceci, yogurt/latte con cereali”, continua Giampietro.

La Bresaola della Valtellina IGP è ricca sia di proteine ad alto valore biologico (33,1% contro il 29,3% del prosciutto crudo sgrassato e disossato, il 19,8% del prosciutto cotto e il 19% della fesa di tacchino) sia di amminoacidi essenziali e vitamine (B1 o Tiamina, B6 e soprattutto B12), tanto che una porzione da 50 grammi è in grado di coprirne il 25% del fabbisogno giornaliero della popolazione adulta per la Vitamina B6 e il 18% per la Vitamina B12. La Bresaola è ben “fornita” anche di Sali minerali preziosi per la salute dell’organismo, soprattutto zinco, ferro e selenio, che grazie alle loro proprietà nutrizionali concorrono al buon funzionamento anche del sistema immunitario. E’ importante sottolineare, inoltre, che la Bresaola della Valtellina IGP, al pari di chiunque altro alimento, va sempre inserita nell’ambito di abitudini alimentari ben equilibrate, con una scelta quanto più ampia possibile di alimenti, privilegiando il consumo di prodotti di stagione. Per le sue caratteristiche nutrizionali e per la piacevolezza al gusto, la Bresaola può essere considerata “un alimento gradevole e sicuro che rappresenta, a buon diritto, un’alternativa valida ed efficace anche nei momenti di stanchezza, di umore negativo e di maggiore impegno”.

Fonte: askanews.it

Evento Scudomed e AreaMedici su sanzioni e ispezioni con regole Ue

Roma, 17 apr. (askanews) – Il 25 maggio prossimo diventerà pienamente operativo il regolamento europeo 2016/679 in materia di privacy, che rappresenta una rivoluzione culturale nella tutela dei dati personali e che coinvolge in modo diretto le strutture sanitarie pubbliche e private chiamate ad adeguarsi alle nuove regole. Regole più stringenti, che tengono conto delle nuove tecnologie che permeano la nostra vita, di quanto i dati siano diventati preziosi in quanto possibile fonte di business (anche illecito) e quindi della necessità di tutelarli al meglio. E che prevedono anche, in caso di violazioni, pesanti sanzioni che possono arrivare fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del volume d’affari totale annuo. Proprio su questo aspetto Scudomed e Area Medici hanno focalizzato l’attenzione con l’evento svoltosi oggi a Roma dal titolo “La privacy nella sanità: il sistema sanzionatorio e l’attività ispettiva”.

Una volta che il regolamento diventerà pienamente operativo, ha sottolineato il presidente di Scudomed Massimiliano Parla, “l’attività ispettiva partirà. E quindi è importante fare un buon data protection assessment per verificare quali sono i punti deboli delle strutture” e porre riparo. “È importante mappare le zone e occuparsi della difesa non solo della rete ma – sottolinea Parla – del dato nudo e crudo così come viene raccolto”.

Le oltre 500 strutture sanitarie private, in gran parte accreditate al Servizio sanitario nazionale, aderenti all’Aiop “sono pronte ad affrontare il nuovo regolamento”, ha detto il direttore generale dell’associazione Filippo Leonardi. Nel tempo trascorso tra la pubblicazione e l’operatività del regolamento la sede nazionale Aiop ha svolto “un’intensa attività di informazione e formazione” proprio per accompagnare le strutture nel percorso di adeguamento.

Anche le strutture cattoliche “sono pronte a integrare le nuove regole, facendo anche molta attività di formazione, un aspetto importante”, ha dichiarato Padre Virginio Bebber, presidente di Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari) che ha tenuto a sottolineare come “se è vero che ormai c’è una datizzazione della persona umana, occorre ricordare che per primo va garantito sempre l’uomo, ancor più quando malato. L’uomo malato è il vero padrone di casa nelle nostre strutture”.

Un esempio concreto del lavoro fatto e del sistema costruito proprio per ottemperare a quanto richiesto dalla normativa europea è arrivato dall’IFO, con la relazione di Giuseppe Navanteri dell’Ufficio tecnologie e sistemi informatici che ha concluso: “Dobbiamo arrivare a capire che il dato sensibile è un patrimonio, un diritto inviolabile, una nostra proprietà”. Un tema ripreso con forza dal colonnello Marco Menegazzo a capo del Nucleo Speciale Privacy della Guardia di Finanza che, su delega del garante per la Privacy, si occupa già ora delle ispezioni. Compito che continuerà a svolgere anche con la nuova normativa.

“A noi – ha spiegato – spetta il compito di verificare che la normativa venga applicata in modo corretto e, qualora riscontriamo delle anomalie, di rapportare all’Autorità facendo una fotografia di quello che rileviamo consentendo così all’Autorità di procedere con l’attività sanzionatoria”. Non bisogna dimenticare, ha aggiunto, che “il dato identifica la persona. Dobbiamo creare una cultura di protezione dei dati, che vuol dire protezione delle persone. A maggior ragione per i dati sensibili e ultrasensibili come quelli sanitari”. Con il nuovo regolamento “cambia tutto”. “Si passa da un sistema statico, fatto di check list a un sistema in cui si deve rendere conto di quello che si è fatto, all’accountability, alla responsabilizzazione. Bisogna poter dimostrare quello che si è fatto. Avere nella propria struttura un bravo Data Protection Officer (Dpo), in grado di sostenere un’ispezione sulla privacy, è di grande aiuto”.

Fonte: askanews.it

 

Esperto: padroni possono agire contro artrosi e neurodegenerazione

Roma, 17 apr. (askanews) -Invecchiamo tutti, uomini e animali. E in alcuni casi, o meglio per alcune specie, anche i disturbi sono simili con l’avanzare dell’età. Fido con il passare degli anni può andare incontro alle stesse patologie degli esseri umani: disfunzioni cognitive e artrosi, malattie che hanno ricadute anche sul padrone spesso inerme di fronte alla sofferenza dell’amico a quattro zampe. Ma alcune strategie nutrizionali a base di integratori possono migliorare l’invecchiamento cerebrale e proteggere i neuroni, permettendo di controllare i disturbi comportamentali dei pet anziani, e regalando a cane e padrone più tempo da trascorrere insieme in salute.

“L’invecchiamento cerebrale è un processo che può colpire tutti i cani, così come accade per l’uomo – spiega il presidente dell’Anmvi-Associazione nazionale medici veterinari italiani, Marco Melosi – seppure non è facile stabilire un’età precisa, secondo alcuni studi condotti negli Stati Uniti il 50% dei cani che hanno superato gli 8 anni manifestano un disturbo definito “disfunzione cognitiva canina”, una malattia neurodegenerativa che può palesarsi con sintomi simili a quelli della malattia di Alzheimer dell’uomo. Il cane può cambiare comportamento e abitudini alimentari, può diventare più aggressivo o irritabile, può avere alterazioni del sonno e iniziare ad abbaiare durante la notte o sembrare disorientato. Questi sintomi, appaiono gradualmente e poi tendono ad aggravarsi sempre di più”.

In questi casi cosa può fare il padrone? “Il veterinario può dare suggerimenti su come accudire un animale anziano con questo tipo di disturbi – osserva l’esperto – ma oggi alcuni prodotti, integratori neurologici, assicurano risultati efficaci. Nel settore delle neuroscienze sono stati individuati dei principi attivi naturali come la fosfatidilserina o l’estratto di Ginkgo biloba che svolgono un’azione di neuroprotezione delle cellule cerebrali in grado di ottimizzare il processo di invecchiamento cerebrale ritardando i sintomi patologici. Se il cane è disorientato e confuso bisogna comunque stargli più vicino, se è aggressivo bisogna avvicinarlo con cautela evitando situazioni di stress, se è apatico o svogliato bisogna invitarlo a muoversi”.

In comune uomini e cani anziani hanno però anche altri disturbi: le articolazioni non reggono più e ci si muove a fatica. “L’artrosi colpisce quasi il 100% degli animali anziani – spiega Melosi – è causata da un’erosione delle superfici articolari dovuta a un consumo fisiologico delle cartilagini; a seguito di queste erosioni si sviluppa un’infiammazione cronica che dà origine a dolore e alla produzione di osteofiti, speroni ossei che peggiorano il dolore nel cane e nell’uomo. Ma l’artrosi nel cane non è solo senile; può essere provocata anche da malattie ortopediche come la displasia del gomito e dell’anca e in questi soggetti le erosioni e le infiammazioni delle articolazioni si manifestano anche in giovane età, tanto da poter compromettere la qualità della vita dei cuccioli”.

“Per gli animali anziani che manifestano precocemente segni di artrosi, ma anche per evitare semplicemente una rapida evoluzione della patologia, esistono sostanze come la Palmitoilglucosamina in grado di proteggere le articolazioni e rallentare il processo artrosico. Il dolore viene mitigato, permettendo anche di ridurre l’uso di antidolorifici. Per il resto – conclude il presidente dell’Anmvi – i suggerimenti sono gli stessi da adottare con l’uomo: incoraggiare il movimento con passeggiate regolari proporzionate all’età e alle condizioni del cane e controllare il peso se tendono a ingrassare”.

Fonte: askanews.it

 

L'esperta: servono spazi "decompressione"

Roma, 26 apr. (askanews) – Insonnia, depressione, problemi fisici gravi o cronici: tutti sintomi dell’eccesso di fatica e stress che la vita lavorativa comporta e che rischia di risucchiare il dipendente in una spirale da cui è difficile tirarsi fuori. In un mondo lavorativo volatile tutto è non determinabile e frenetico: E a risentirne è la salute: lo conferma anche la scienza che con una ricerca pubblicata sulla rivista Lancet e ripresa dalla CBS, stabilisce che lavorare più di 55 ore alla settimana accresce il rischio di ictus del 27% e di sviluppare una malattia cronica del 13%. Questa instabilità porta l’organismo e la salute mentale a situazioni di stress e per cercare di “non perdere la testa” l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) ha istituito la Giornata Mondiale per la Salute e Sicurezza sul Lavoro, utile a ricordare di ridimensionare gli impegni e a salvaguardare se stessi.

“La realtà del lavoro è cambiata: oggi il modo di giudicare una buona performance infatti non è uguale a ieri – spiega Marina Osnaghi, prima Master Certified Coach in Italia – perché si lavora per obbiettivi con azioni fulminee, decisioni veloci veicolate con poche informazioni che però devono essere efficaci e ponderate. Anche le aspettative elevate e la paura delle intelligenze artificiali che sostituiscono l’operato dell’uomo, rendendolo fragile e spaventato, sono due fattori da non sottovalutare perché il lavoratore si sente improvvisamente obsoleto. I contesti “centrifuga” fanno parte ormai della nostra realtà quotidiana e provocano pressione continua di cui è difficile liberarsi”.

Lavorare troppo fa male non solo al fisico ma anche alla mente, tesi supportata dalla ricerca della Melbourne University e pubblicata sul The Guardian, in cui è evidenziato come dopo i 40 anni sia bene lavorare solo 25 ore alla settimana. La ricerca, frutto di un sondaggio effettuato su un campione di 6500 lavoratori australiani, si è basata su tre parametri: memoria, abilità percettive e capacità di comprensione di un testo scritto. È emerso che, indistintamente uomini e donne, hanno difficoltà a concentrarsi e il calo della produttività è più che evidente. “Il nostro migliore amico? Siamo noi: possiamo diventare flessibili, cambiare idee e il nostro modo di vivere per diventare bravi a orientarci nella confusione – prosegue la master coach Marina Osnaghi – la soluzione è trovare spazi di decompressione, iniziando dalle piccole cose come smettere di mangiare di fronte al pc o non pranzare affatto, per arrivare alle grandi e complesse come cambiare prospettiva mentale e imparare a convivere con la pressione dei nostri tempi con cui tutti ci dobbiamo misurare ed essere in grado di commutare la velocità e il caos da anomalia a normalità”.

Fonte: askanews.it

 

 

 

Monza, 15 mar. (askanews) – Un’innovativa soluzione high-tech che consente alle persone che vivono con la sclerosi multipla di poter effettuare l’attività fisica adattata (AFA) direttamente da casa: si tratta di MS-FIT, un serious game, ovvero un gioco digitale che non ha esclusivamente uno scopo di intrattenimento e che utilizza le caratteristiche fondamentali dei videogames per consentire a chi vive con la sclerosi multipla di svolgere quotidianamente un’attività fisica adattata, sotto lo stretto monitoraggio del medico che riceve i dati e i progressi direttamente attraverso la piattaforma.

L’utilizzo della tecnologia nella riabilitazione e, in questa iniziativa, nella Attività Fisica Adattata, rappresenta un aspetto importante a supporto del paziente che, attraverso un mini-personal computer e un motion controller, vede riprodotto sullo schermo il suo avatar che lo guida nello svolgimento degli esercizi. In MS-FIT, gli esercizi si ispirano al Pilates e intervengono su tre aspetti che sono trasversali, in termini di necessità, a tutte le persone con sclerosi multipla, ovvero la postura, l’equilibrio e la respirazione. Lo strumento, grazie all’approccio dell’attività fisica adattata, tiene conto delle esigenze di chi vive con questa patologia, per cui è fondamentale porre attenzione al concetto di fatica, e prevede meccanismi di sfida-premio per invogliare il paziente a “proseguire” con gli esercizi, in un ambiente immersivo e ispirato alla metafora del viaggio.

“La sclerosi multipla, che si manifesta in età giovanile, può essere combattuta anche con l’allenamento e l’esercizio – sia fisico che mentale – che saranno tanto più efficaci quanto più vengono praticati precocemente, anche prima che i danni diventino manifesti – ha spiegato Letizia Leocani, Dirigente Medico presso il Dipartimento neurologico IRCCS Ospedale San Raffaele e Professore associato di Neurologia presso l’Università Vita-Salute, San Raffaele – la ridondanza del nostro cervello consente di compensare il danno nervoso senza che i sintomi si manifestino per molto tempo, e potenziare la riserva cognitiva e motoria è di fondamentale importanza per rallentare o prevenire la comparsa o la progressione dei disturbi”.

Il progetto, sviluppato da Roche ed Helaglobe ha visto il coinvolgimento di 12 centri neurologici diffusi su tutto il territorio nazionale e di FISM – Fondazione Italiana Sclerosi Multipla. “Con la tecnologia di MS-FIT, prodotto sviluppato per effettuare attività fisica adattata in modo autonomo, verrà promosso uno studio coordinato dalla Fondazione di AISM (FISM) con il contributo di Roche che coinvolgerà un network di centri di eccellenza nella ricerca riabilitativa e nell’esercizio fisico – ha precisato Giampaolo Brichetto, Coordinatore Ricerca in Riabilitazione FISM-AISM – l’obiettivo sarà testare la fattibilità e la validità di questo particolare approccio di attività fisica adattata nella persona con sclerosi multipla. Questo studio si inquadra nell’impegno che AISM con la sua Fondazione sta portando avanti nel settore della neuro-riabilitazione e dell’attività fisica adattata”.

Fonte: askanews.it

Diventare ultracentenari? Si parte dal piatto

Roma, 20 mar. (askanews) – Alzarsi da tavola quando non si è ancora sazi e dieta vegetariana. Sono i segreti della longevità secondo gli studi degli esperti. Ma cosa mettono nel piatto i centenari? Ogni loro pasto è composto in media dal 70% di vegetali (di cui però solo il 20% è frutta perché contiene molti zuccheri) e per il 30% di proteine magre, il tutto condito da abbondante olio d’oliva. E come spuntino? Frutta secca e olive.

Proprio al rapporto tra alimentazione e longevità, partendo dai più recenti studi scientifici sulle abitudini degli ultracentenari, l’Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO) dedicherà un approfondimento nel corso del convegno annuale della Federazione Italiana delle Società Malattie Apparato Digerente (FISMAD), il più importante evento italiano per la gastroenterologia, in programma dal 21 al 24 marzo a Roma. Non si parlerà solo di cibo e benessere: l’associazione infatti sarà presente al congresso con i suoi specialisti per trattare le principali novità nella ricerca e nella clinica in gastroenterologia.

Sottolinea Gioacchino Leandro, presidente dell’Associazione Italiana Gastroenterologi ed endoscopisti Ospedalieri (AIGO): “Il cibo è una vera e propria ‘medicina naturale’ e a questo tema AIGO ha dedicato una serie di eventi aperti al pubblico nel corso di EXPO Milano 2015. Che cosa si mangia è molto importante ma altrettanto importante è quanto si mangia: uno dei segreti di lunga vita è sintetizzato dal detto giapponese ‘Hara hachi bu’, cioè la raccomandazione di alzarsi da tavola quando si è sazi solo all’80%. Infatti, tutti gli studi sulle popolazioni dove si concentrano il maggior numero di centenari mostrano che questi ultimi hanno in comune una restrizione delle calorie assunte, compresa tra le 1200 e le 1500 al giorno. E la suddivisione dei macronutrienti è molto simile a quella della nostra dieta mediterranea: 55% di carboidrati, 35% di grassi e 10% di proteine”.

Un’analisi demografica sulla longevità ha individuato cinque zone aree nel mondo dove la popolazione è particolarmente longeva e sana: sono le zone di Villagrande Strisaili (Sardegna), Loma Linda (USA), Nicoya (Costa Rica), Ikaria (Grecia) e Okinawa (Giappone). A determinare questa positiva situazione non è solamente il patrimonio genetico ma anche e soprattutto lo stile di vita, a iniziare dall’alimentazione. Qual è, quindi, il segreto dell’alimentazione dei centenari? Consumare in abbondanza alimenti vegetali a ogni pasto; prediligere grassi vegetali e, cioè, mangiare olive, noci, mandorle e frutta a guscio; preferire pane e farine integrali; scegliere come fonti di proteine i legumi, le uova, i formaggi e, in misura minore, il pesce. E’ importante, inoltre, che gli alimenti siano poco raffinati e non di origine industriale. Un’abitudine molto importante delle persone longeve, che la scienza sta prendendo oggi in esame, è la frugalità della dieta. Si tratta di un intervento che prevede la riduzione dell’assunzione di calorie, sempre facendo attenzione a mantenere un’adeguata nutrizione.

Fonte: askanews.it

 

In crescita distorsioni e fratture
Roma, 9 mar. (askanews) – “Ogni anno il numero degli incidenti da sport invernali, in particolare sci e snowboard, è sempre più consistente, eppure basterebbe un po’ di buon senso dedicando qualche ora alla ginnastica presciistica, prima di avventurarsi sulle piste, per evitare il rischio di incappare in infortuni che in molti casi possono essere anche gravi e fastidiosi. Dall’inizio della stagione invernale stiamo assistendo a un aumento delle lesioni traumatiche rispetto agli anni precedenti, infortuni che molto spesso costringono a rimanere bloccati per un lungo periodo di tempo. E’ quanto sottolinea il dott. Sebastiano Cudoni, presidente degli Ortopedici Traumatologi ospedalieri d’Italia (Otodi). La prima cosa che l’esperto ortopedico consiglia di fare è quello di “evitare di avventurarsi nelle discese fuoripista, regolare gli attacchi degli scarponi, sincerarsi delle condizioni del manto nevoso per evitare di trasformare la vacanza in montagna in un incubo.

Secondo l’Otodi, dall’inizio della stagione, gli infortuni da sport invernali hanno provocato circa il 40% di distorsioni, il 27 % di contusioni, il 12% di fratture e il 21% tra lussazioni e trauma cranico. Un aumento, rispetto allo scorso anno, di circa il 5%. “Sono incidenti che si potrebbero evitare – spiega il dottor Cudoni – Snowboard e sci non sono affatto pericolosi se praticati con buon senso e nel rispetto delle regole. Correre con sci e snowboard su piste ad alta densità di persone può provocare scontri molto spesso causa di lesioni importanti”.

Fonte: askanews.it

Pericoloso escludere da tavola ogni alimento di origine animale

Roma, 16 mar. (askanews) – Seguire un’alimentazione vegetariana che escluda in modo assoluto ogni tipo di alimento animale espone neonati e bambini a complicanze di tipo metabolico che possono seriamente minarne la salute. È importante, quindi, che i genitori che non mangiano, e non fanno consumare ai propri figli, prodotti d’origine animale informino di questa loro scelta il pediatra di famiglia. Insieme a lui, infatti, va pianificata una corretta supplementazione alimentare e le sue indicazioni devono essere seguite scrupolosamente. La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) “guarda con grande preoccupazione l’aumento di casi di neonati e di bambini con problemi neurologici attribuibili ad errori alimentari legati ad una dieta vegetariana incongrua. Per questo, anche in seguito ad alcuni recenti fatti di cronaca, la Società Scientifica ha deciso di ribadire quanto espresso in suo Position Paper del 2017 realizzato insieme alla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) e alla Società di Medicina Perinatale (SIMP)”.

“Il pediatra ha il compito e il privilegio di aiutare i genitori italiani a sviluppare e mantenere corretti stili alimentari per sé e per i propri figli dalla nascita fino all’adolescenza – sottolinea il presidente nazionale FIMP, Paolo Biasci -. Pertanto ci troviamo in prima linea nell’accompagnare anche quelle famiglie che scelgono un’alimentazione a base vegetale parziale o totale. Senza una nostra corretta consulenza il rischio è che i genitori cerchino informazioni nei forum presenti nel web rifugiandosi in pericolosi fai-da-te”. “La FIMP da sempre consiglia a tutti gli italiani di seguire la dieta mediterranea in quanto, se correttamente seguita, è quella universalmente considerata la più salutare anche perché basata su un’assunzione bilanciata di tutti i gruppi alimentari, a favore di frutta, verdura e cereali e con un utilizzo già contenuto delle proteine animali – prosegue Mattia Doria, Segretario Nazionale FIMP alle Attività Scientifiche ed Etiche – non vogliamo però ostacolare o colpevolizzare le famiglie che scelgono un’alimentazione vegetariana che, se ben pianificata e supplementata, è compatibile con una crescita sana e uno sviluppo corretto. Il punto nodale degli stili alimentari vegetariani, infatti, risiede proprio nella valutazione del tipo e della modalità di supplementazione delle sostanze carenti. Come per ogni altro aspetto della salute dei bambini, siamo al fianco delle famiglie per sostenerle e consigliarle sempre nel modo più appropriato e personalizzato alle specifiche esigenze”.

Fonte: askanews.it

Roma, 13 feb. – Uno studio coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Cnr di Padova ha investigato i meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica nei pazienti diabetici integrando i dati ottenuti da studi in vitro e in vivo e superando i limiti degli approcci puramente sperimentali.

Il diabete è una malattia metabolica caratterizzata da aumentati livelli di glucosio nel sangue, che costituiscono un importante fattore di rischio per complicanze cardiovascolari, renali e retiniche. Due principali fattori concorrono a produrre gli elevati livelli di glucosio: la diminuita capacità di azione dell’insulina e un difetto delle cellule del pancreas (le beta-cellule) che secernono insufficienti quantità di questo ormone.

Sebbene nella letteratura scientifica – spiega il Cnr – siano presenti studi in vivo, nonché ricerche in vitro sul difetto di secrezione insulinica, è ancora in buona parte sconosciuta la dinamica dei processi responsabili del difetto beta-cellulare che caratterizza questa malattia. Una fondamentale difficoltà di queste ricerche è infatti l’impossibilità di adottare in vivo, nell’uomo, le tecniche d’indagine usate in laboratorio.

Grazie a uno studio, coordinato dall’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Padova in collaborazione con l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa e le università di Pisa e di Pittsburgh (Usa), è stato possibile confrontare i risultati ottenuti in vitro con quelli su pazienti diabetici ed avere conferma dei meccanismi responsabili del difetto di secrezione insulinica, fondamentale nello sviluppo del diabete di tipo 2, la forma più comune che interessa il 90% dei casi e che si sviluppa prevalentemente a partire dai 40 anni di età.

“Nella letteratura scientifica sono presenti studi in vivo sul ruolo della disfunzione delle beta-cellule, mentre la ricerca in vitro ha chiarito i meccanismi chiave (detti di ‘attivazione’ e ‘amplificazione’) che controllano la secrezione di insulina”, spiega Andrea Mari, ricercatore dell’In-Cnr e co-autore dello studio, ora pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale ‘Diabetes’. “Attraverso l’analisi dei dati ottenuti dagli studi in vitro, abbiamo sviluppato un modello matematico che rappresenta i meccanismi secretori della beta-cellula normale. Lo stesso modello è poi stato utilizzato con successo per simulare le risposte secretorie ottenute in una serie di esperimenti classici sull’uomo, dimostrando la congruità tra gli studi in vitro e quelli in vivo”.

“Basandoci su questa coerenza interpretativa, siamo stati in grado di verificare che la risposta diabetica dipende dai meccanismi di amplificazione della secrezione, mentre quelli di attivazione non appaiono coinvolti”, conclude Eleonora Grespan, dell’In-Cnr. “La ricerca, inoltre, conferma il potenziale applicativo dei modelli matematici nella comprensione della fisiopatologia, in particolar modo quando gli studi in vivo sono limitati da ragioni pratiche o etiche e nei casi in cui l’analisi di molteplici condizioni sperimentali rappresenti la chiave per comprendere i difetti funzionali a livello cellulare”.

 

Fonte: Askanews.it

Roma, 16 feb. – “Dottore, ma è vero che non si deve fare il bagno dopo mangiato? Dottore, ma è vero che la cioccolata fa bene? Dottore, ma è vero che parlare troppo al cellulare fa venire il cancro?”. Sono domande che i medici italiani si sentono porre tutti i giorni dai loro pazienti che, magari, si sono informati prima su siti non sempre affidabili, o hanno “orecchiato” qualcosa in TV, o letto distrattamente un titolo di giornale. Ora, a rispondere – e ad aiutare i medici a rispondere – ai dubbi dei cittadini arriva Dottoremaeveroche, il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che è on line da oggi pomeriggio alle 14,30 agli indirizzi www.dottoremaeveroche.it e https://dottoremaeveroche.it.

“Dottoremaeveroche si compone di una sezione contro le fake news, dedicata al cittadino, che potrà trovare risposte semplici ed argomentate alle più comuni domande in tema di salute, e di una sezione dedicata agli operatori con un vero e proprio “kit di primo soccorso comunicativo” composto da infografiche e brevi clip, da condividere con il proprio paziente durante la spiegazione di determinati argomenti”, sottolinea Alessandro Conte, Coordinatore del Gruppo di Lavoro composto da medici del Comitato Centrale Fnomceo, giornalisti scientifici, comunicatori e debunker, e che si appoggia a un board composto dalle Società Scientifiche che hanno dato la loro adesione.

Il sito sarà presentato oggi pomeriggio alle 17 al Ministero della Salute di Lungotevere Ripa 1, a conclusione dell’evento “La comunicazione della Salute al tempo delle fake news” (scarica QUI la cartella stampa dell’evento), alla presenza del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “Le “bufale” o “fake news”, fenomeno purtroppo quanto mai moderno – che oggi incidono pesantemente sulla salute – rischiano di trasformarsi in vere e proprie azioni criminose, colpevolmente sostenute o meno da interessi economici, o soltanto dalla scellerata supponenza dell’ignorante”, afferma Cosimo Nume, Coordinatore Area Strategica Comunicazione Fnomceo e responsabile scientifico del Convegno. “In un mondo dove a volte la gente rischia di rimanere vittima di fake news sulla salute o, peggio, di false terapie, il sito vuole dare un piccolo contributo di certezza partendo dalle evidenze scientifiche, da quello che la scienza ha dimostrato, quello che è riproducibile, quello che noi chiamiamo verità scientifica” conclude Filippo Anelli, presidente Fnomceo.

 

Fonte: Askanews.it

Roma, 21 feb. – Patologie differenti che hanno in comune il corpo dei ragazzi, la loro psiche e il rapporto con il cibo. Obesità, anoressia e bulimia sono i temi dell’ultimo numero di “A Scuola di Salute”, il magazine digitale realizzato dalI’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente, diretto dal prof. Alberto G. Ugazio. «Da sempre, gli adolescenti hanno un rapporto dialettico con il proprio corpo – spiega Ugazio – un rapporto che è diventato un fattore di importanza sempre crescente, soprattutto ai tempi dei social network. Questa relazione viene portata all’esterno per essere valutata attraverso like e condivisioni. Il corpo è oggetto di giudizio immediato, il selfie uno specchio pubblico, che esce dalla dimensione privata della propria cameretta». L’obesità infantile rappresenta oggi una delle grandi emergenze sanitarie dei Paesi ad alto sviluppo e l’Italia detiene, in Europa, uno dei primati negativi di bambini e adolescenti con eccesso di peso. Rivolgersi al pediatra è importante, perché anche il bambino con semplice sovrappeso può presentare già in età precoce delle complicanze rilevanti come il fegato grasso (steatosi epatica), livelli elevati di insulina, trigliceridi, colesterolo, uricemia e pressione arteriosa aumentata. L’approccio dovrà essere personalizzato, perché anche se alla base dell’obesità possono esserci fattori comuni (familiarità, sedentarietà, cattive abitudini alimentari) ogni bambino, ogni ragazzo, è diverso dall’altro.

Gli specialisti del Bambino Gesù propongono consigli pratici per ridurre l’apporto calorico e diminuire il contenuto dei grassi, «ma più che la prescrizione di diete – spiegano -, spesso disattese, l’educazione alimentare, specie dell’adolescente, deve essere volta a stimolare comportamenti autonomi e corretti», che comprendono anche un’attività fisica regolare (almeno 60 minuti al giorno).

Anoressia e bulimia sono Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) che possono presentarsi in modo estremamente variabile, fino a determinare un grave impatto sullo sviluppo sia fisico che psicologico del bambino e dell’adolescente. Si tratta di malattie complesse determinate da più fattori – spiegano gli specialisti – sia di natura genetica-biologica sia ambientale. La maggiore vulnerabilità osservata nelle ragazze adolescenti, o in giovani adulte, sembra suggerire come questi disturbi possano essere scatenati dai cambiamenti fisici e ormonali che caratterizzano la pubertà nonché da una possibile difficoltà evolutiva nel passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Negli ultimi anni si è registrato un esordio sempre più precoce di questi disturbi, che da un lato può essere spiegato dall’abbassamento dell’età della prima mestruazione (menarca) e da un anticipato ingresso nell’età adolescenziale, dall’altro può essere ricondotto alla prematura età in cui bambini e adolescenti sono esposti alle pressioni sociali e culturali dei media, internet e social network in particolare. Le dinamiche familiari – spiegano gli esperti del Bambino Gesù – possono svolgere un ruolo rilevante nella gestione del disturbo del comportamento alimentare, che necessita sempre di un trattamento integrato multispecialistico (MIT, Multifocal Integrated Treatment). E’ importante per i genitori essere consapevoli che l’anoressia e la bulimia sono malattie specifiche, non un capriccio dell’adolescente né un modo di attirare l’attenzione”.

Fonte: Askanews.it

Roma, 21 feb. – Sul ruolo del caffè sulle prestazioni sportive e sulla resistenza arrivano nuovi dati dall’Institute for Scientific Information on Coffee – ISIC che ha di recente diffuso i risultati di uno studio su incidenza di caffè e caffeina sui diversi tipi di attività fisica, sui potenziali meccanismi di queste sostanze e sulle implicazioni per gli atleti professionisti e dilettanti. I dati della ricerca sono stati presentati da Neil Clarke, docente della Facoltà di Scienze della Vita all’Università di Coventry (UK) e pubblicati su International Journal of Sports Physiology and Performance: dimostrano che il consumo di caffè incide positivamente sulle prestazioni durante una disciplina di resistenza, come la corsa: in particolare, l’assunzione di caffè 45-60 minuti prima di una gara di circa 1 km e mezzo (circa un miglio) migliora la prestazione del 2% circa – equivalente a cinque secondi – rispetto al gruppo di controllo. Il caffè è una fonte di caffeina e la European Food Safety Authority ha dimostrato che la caffeina determina un miglioramento delle performance fisiche (effetto ergogenico). Numerosi studi indicano che una dose moderata di caffeina, equivalente a circa 3mg/kg del peso corporeo, può migliorare le attività di resistenza come la corsa, il ciclismo e il canottaggio, oltre che le attività di resistenza in palestra e gli sport a intervalli come il calcio e il rugby.

L’ipotesi principale secondo cui il caffè e la caffeina possono migliorare le performance è l’effetto antagonista sui recettori dell’adenosina. Questo permette al corpo di generare maggior forza durante la contrazione muscolare e di contrarre i muscoli con più vigore, oltre che con una maggiore frequenza. Si ha inoltre la sensazione che l’attività sia più facile, e meno dolorosa. È stato infatti dimostrato che la caffeina può ridurre il dolore muscolare e lo sforzo percepito durante l’attività fisica. Tuttavia, esistono differenze fra gli individui e il loro modo di reagire alla caffeina, dipendenti dal patrimonio genetico. Nonostante la maggior parte della ricerca sia stata effettuata su individui allenati, gli atleti dilettanti possono ugualmente trarre effetti dal consumo di caffè o caffeina. Uno dei motivi per cui gli individui allenati potrebbero avere performance migliori grazie a caffeina e caffè è legato al fatto che essi hanno una concentrazione più elevata di recettori dell’adenosina.

È sempre esistita la convinzione che bere caffè potesse avere un effetto diuretico, ma ricerche recenti hanno dimostrato che non è così, soprattutto durante l’attività fisica; in realtà bere caffè può aiutare a mantenere l’idratazione.

Fonte: Askanews.it

Cioccolata, miele e spezie: i comfort food che salvano girovita.

Roma, 18 gen. (askanews) – Lasciate alle spalle le feste natalizie, siamo ormai nel pieno dell’inverno, stagione in cui una bella tazza di cioccolato caldo ristora il corpo infreddolito e delizia il palato. Ma se la bilancia dice che abbiamo esagerato con pandori e panettoni, dobbiamo per forza metterci a stecchetto e passare alle fredde insalatine? Per scongiurare eccessive restrizioni, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione e Serena Missori, endocrinologa e nutrizionista, autrice del libro “La dieta dei biotipi”, lanciano una serie di consigli utili a godersi un po’ di sano comfort food senza rimorsi, in collaborazione con Consulcesi Club. Eccoli.

1 – Sì a qualche golosità in più ma attenzione a junk food e alcolici. L’apporto calorico in inverno può aumentare perché il corpo brucia più calorie per mantenere la temperatura corporea ottimale. Quando tremiamo per il freddo, ad esempio, produciamo irisina, ormone che converte il grasso cosiddetto “bianco” in grasso “bruno”, facendoci dimagrire. A seconda del tipo di persona, del suo stile di vita e di eventuali patologie, d’inverno la dieta quotidiana può aumentare dalle 200 alle 500 calorie. Questo non significa però dare libero sfogo ai peccati di gola che prima o poi presentano il conto sulla bilancia; restano banditi gli alcolici, i fritti ed i dolciumi. 2 – Tisane speziate amiche della linea. Prima regola, valida in tutte le stagioni: bere per mantenere idratato l’organismo e la pelle, che con il freddo tende a seccarsi. Quindi via libera a tisane con cannella e zenzero, spezie che fanno aumentare il metabolismo. Bene anche infusi con arancio e thè verde, ricco di antiossidanti, che fa aumentare circa del 35% il dispendio calorico. 3 – Via libera alla dolcezza del miele La colazione ideale? Un bicchiere d’acqua tiepida con succo di limone (drenante e disintossicante) ed 1-3 cucchiaini di miele che aiuta a proteggere da raffreddore e mal di gola. Preparare quindi un porridge con il latte di mandorle e fiocchi d’avena, ricchi di beta glucano ed avenantramide, fibre che facilitano il transito intestinale dolcemente. Inoltre l’avena richiede un dispendio energetico maggiore per essere digerita, dunque “si brucia” di più. 4 – La cioccolata riscalda e fa dimagrire. Ma è sullo spuntino che ci si può davvero concedere qualche golosità, come la cioccolata fondente, soprattutto al peperoncino. Un quadratino per una pausa sfiziosa ci scalderà e attiverà il metabolismo grazie al cacao che aiuta a dimagrire. 5 – Le zuppe salvano il girovita. A pranzo o a cena via libera a zuppe riscaldanti di cereali e pseudo cereali come il riso, il miglio, il farro, il sorgo, la quinoa, l’orzo, insieme a legumi come fagioli cannellini, borlotti, ceci e lenticchie, senza dimenticare le verdure. Arricchire i piatti con spezie riscaldanti. Abbondare pure con il brodo di ossa di pollo o di manzo, è ricco di gelatina (collagene) che è anti invecchiamento, disintossicante, protegge le articolazioni, migliora il sonno e ottimizza le funzioni del corpo. 6 – Mangia in base al tuo Biotipo. Linfatico, sanguigno, bilioso o celebrale sono le principali costituzioni corporee. Scegli le verdure amare e drenanti come il radicchio e la cicoria se sei linfatico, carne magra se sei sanguigno, pseudo cereali come quinoa e crucifere se sei bilioso, verdure rilassanti come lattuga e valeriana se sei celebrale. Il corso, on line gratuitamente sul sito www.corsi-ecm-fad.it, è sviluppato in quattro moduli didattici composti da video-lezioni e materiali di approfondimento. Un questionario finale accerta la comprensione dei contenuti e assegna 4 crediti ECM. 


Fonte: askanews.it

Da team Milano-Bicocca un 'consensus document' internazionale.

Roma, 23 gen. (askanews) – Cosa fare se si soffre di malattie cardiovascolari e si desidera andare in alta montagna? Una risposta ufficiale e documentata arriva dal gruppo di ricerca di Gianfranco Parati, professore di Medicina cardiovascolare all’Università di Milano-Bicocca e direttore dell’Unità operativa di cardiologia dell’Auxologico San Luca di Milano, che studia questa problematica dal 2004 con spedizioni in quota in varie parti del mondo, compreso l’Everest. Con il titolo “Raccomandazioni cliniche per l’esposizione ad alta quota di individui con condizioni cardiovascolari preesistenti” è stato infatti recentemente pubblicato un “consensus document” su una delle più prestigiose riviste cardiologiche internazionali, lo European Heart Journal.

“Si tratta di raccomandazioni estratte da numerosi studi – spiega Gianfranco Parati – che abbiamo analizzato grazie ad una estesa ricerca nella letteratura del settore, per dare raccomandazioni che non fossero semplicemente opinioni personali ma consigli basati su evidenze scientifiche, incluse quelle ricavate dai nostri progetti ‘HighCare’ sul campo in alta quota. Ne emerge un ventaglio di raccomandazioni che tengono in considerazione da un lato aspetti ambientali come velocità di salita, quota raggiunta, temperatura o il fatto di dormire in quota, e dall’altro aspetti personali come allenamento, storia clinica, stabilità dei problemi cardiovascolari, terapia in corso, esami diagnostici recenti, training precedente, preparazione fisica e clinica”.

Dallo studio pubblicato si evidenzia quindi la necessità di personalizzare quanto più e meglio possibile le raccomandazioni e gli accorgimenti medici per il paziente cardiopatico amante dell’alta montagna, ma quali sono le indicazioni generalizzabili, valide per tutti? “Occorre prepararsi fisicamente – risponde il professor Parati – e valutare con il proprio medico la propria condizione, per individualizzare il consiglio. Bisogna effettuare una precisa stima del livello di rischio cardiovascolare individuale prima di avventurarsi, anche perché alcuni problemi possono essere subclinici, cioè ancora non manifesti. Occorre inoltre prevedere un adeguamento della terapia nei soggetti più a rischio. In altre parole, vi sono raccomandazioni generali sulle procedure e sulla prudenza da esercitare, ma poi i consigli debbono essere individuali, basati sulle condizioni del singolo, e devono prevedere un’interazione con il medico e con lo specialista esperto di medicina di montagna. Il paziente cardiologico non deve necessariamente privarsi del piacere della montagna, ma la deve affrontare con serietà, consapevolezza, prudenza e preparazione, basandosi su dati scientifici e sulla propria storia personale”.

Ma in cosa consiste e come si manifesta il rischio d’alta quota in chi è portatore di problematiche cardiovascolari? “L’esposizione ad alta quota, definita come una quota maggiore di 2500 metri sul livello del mare – spiega la dottoressa Camilla Torlasco, co-autrice dello studio, che si occupa di ricerca presso l’Auxologico di Milano e l’Università di Milano-Bicocca – comporta uno sforzo da parte dell’organismo per adattarsi. Ciò dipende dalla serie di modificazioni ambientali di intensità progressiva che si osservano all’aumentare dell’altitudine. Fra queste, la più rilevante in termini di effetti sull’organismo è la riduzione della pressione barometrica o atmosferica, cioè la pressione determinata dal ‘peso’ della colonna d’aria presente al di sopra del punto di misura: al ridursi della pressione barometrica si osserva una ‘rarefazione’ delle molecole presenti nell’aria (azoto, ossigeno, anidride carbonica), che porta al fenomeno noto come ‘ipossia ipobarica’. In sostanza, l’organismo registra una carenza di ossigeno e deve mettere in atto delle misure per contrastarla. In una persona esposta a ipossia ipobarica, e quindi durante il soggiorno in alta quota, possiamo osservare un aumento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria, della pressione arteriosa e polmonare; si osserva inoltre una riduzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel sangue e, talvolta, la comparsa di apnee del sonno. Dopo un periodo di tempo variabile in base alle condizioni di partenza del soggetto (età, sesso, indice di massa corporea, eventuali patologie, terapia farmacologica in corso eccetera) e alla quota a cui ci si espone, l’organismo raggiunge un nuovo punto di equilibrio nel quale si è ‘adattato’ alla quota a cui si trova. Questo processo è noto come acclimatamento”.

“Nel caso di persone con pregresse patologie cardiache, vascolari o polmonari, – prosegue – l’esposizione ad alta quota può essere pericolosa, perché all’organismo, già indebolito dalla patologia di base, viene richiesto uno sforzo importante di adattamento. Da qui la necessità di valutare caso per caso il grado di stabilità del quadro clinico e la capacità di adattamento del cuore e dell’apparato vascolare. Questo può comportare la necessità di rivalutare la terapia in atto, in collaborazione con il proprio medico e con uno specialista adeguatamente preparato su questi temi”.

Fonte: askanews.it

Sulla varietà Autumn royal. Benefici anche dopo stop assunzione.

Roma, 23 gen. (askanews) – Che l’uva fosse un alimento alleato della salute è un fatto ormai noto, proprio perché, per la peculiare composizione, è un concentrato di sostanze preziose per il nostro organismo. Ma quali sono i reali benefici del consumo di questo frutto? Un team di ricercatori del Crea viticoltura ed enologia, sede di Turi, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Bari, ha realizzato una ricerca sull’uomo per valutare il legame fra l’assunzione prolungata di uva e i processi di coagulazione e fibrinolisi, che potrebbero portare all’insorgenza dei disturbi cardiovascolari. Ne è emerso che gli effetti salutari derivanti dall’assunzione dell’uva da tavola fresca potrebbero contribuire a proteggere l’organismo dall’insorgenza delle malattie cardiovascolari. Tali effetti antitrombotici, inoltre, persistono anche dopo l’interruzione dell’assunzione.

Per la ricerca è stata utilizzata, per la prima volta, uva da tavola fresca e non derivati. È stata scelta la varietà Autumn Royal, a bacca nera, proprio per le sue caratteristiche: moderato contenuto di zuccheri, elevato contenuto di composti polifenolici e in particolare di antociani, elevata attività antiossidante. Sono stati reclutati 30 volontari sani: 20 hanno assunto una dieta arricchita d’uva (5g/kg di peso, al giorno) per tre settimane e 10 hanno seguito la loro dieta abituale ma priva di uva. Le analisi del sangue, effettuate all’inizio, alla fine del periodo di assunzione di uva e dopo un mese dalla fine dell’assunzione, hanno dimostrato innanzitutto che non si è verificato alcun aumento della glicemia né del profilo lipidico, sfatando così un falso mito. Inoltre, l’assunzione prolungata di uva ha anche un effetto anticoagulante, perché aumentando la capacità fibrinolitica del plasma riduce i meccanismi di formazione dei trombi ed esalta quelli deputati alla loro rimozione.

Ricca di sali minerali (potassio, ferro, fosforo, calcio, manganese, magnesio, iodio, silicio, cloro, arsenico), vitamine A, B e C, e polifenoli, l’uva ha infatti proprietà ricostituenti e antiossidanti, perché combatte i radicali liberi responsabili del deterioramento dei tessuti e del DNA. Con il suo contenuto di acqua e fibre, inoltre, permette di purificare l’intestino e il fegato. Ma non solo. Se assunta nella dieta alle dosi sopra riportate, la sua composizione la rende particolarmente indicata come valido ausilio nel trattamento dei principali fattori di rischio dell’aterosclerosi come l’ipertensione, il diabete, l’iperlipidemia e lo stress ossidativo, al punto da poter contribuire a ridurre la mortalità legata ai disturbi cardiovascolari.

Fonte: askanews.it

Consigli utili per evitare corse e affollamento al pronto soccorso

Roma, 9 gen. (askanews) – L’influenza e i virus parainfluenzali che l’hanno preceduta hanno messo al tappeto, o meglio a letto, milioni di italiani. E non si parla ancora di picco raggiunto. Sotto pressione sono naturalmente tutti i presidi medici, a cominciare dai pronto soccorso. In particolare quelli pediatrici, costretti al massimo sforzo nella gestione del flusso di piccoli pazienti ed alla necessità di ricovero urgente per le sindromi influenzali più gravi come le bronchioliti nei lattanti.

Il consiglio che dai Pronto Soccorso arriva alle famiglie, difficile certo da rispettare quando si tratta di bambini, per permettere di curare al meglio i casi seri, è sempre lo stesso: evitare di leggere nei sintomi dei propri figli situazioni di gravità che invece non sono tali. A cominciare ovviamente da quello che è considerato, a torto, l’indizio di gravità numero uno, la febbre. “E’ importante che i genitori siano informati per essere così più tranquilli nell’affrontare la fase acuta influenzale dei loro bambini ed evitare corse al pronto soccorso che potrebbero non servire, con la conseguenza di ingolfare ulteriormente queste strutture già così fortemente sollecitate”, spiega ad askanews il dottor Fabrizio Scalercio, dirigente medico pediatra della UOD Pronto Soccorso pediatrico osservazione breve del Policlinico Umberto I di Roma. E la prima cosa da sapere, concetto condiviso da tutte le Società di pediatria, è che la febbre alta non provoca danni al bambino, a meno che non si superino i 43°C. Il trend attuale peraltro, sottolinea ancora il dottor Scalercio, “è quello di dare meno farmaci antipiretici perchè proprio la febbre è il più importante antinfettivo”.

Ecco quindi, a proposito di febbre, alcuni elementi importanti da tenere in considerazione in famiglia nella valutazione dello stato dei propri figli alle prese con l’influenza. Innanzitutto, la febbre elevata, come ricordato anche da Scalercio, non indica una gravità maggiore ma la naturale e valida capacità del bambino di rispondere alle infezioni. E quando si deve ricorrere all’antibiotico? Non è un antipiretico, pertanto non agevolerà un abbassamento della temperatura corporea a breve distanza dalla sua somministrazione. Se anche l’antipiretico poi, che si tratti di paracetamolo o ibuprofene, non abbassa la febbre generalmente questo non significa la presenza di una particolare situazione di allarme.

Altro consiglio utile è quello di non aver paura di far uscire il bambino con febbre dalla propria abitazione per recarsi ad esempio dal pediatra (o allo stesso pronto soccorso ove realmente necessario) anche nelle stagioni più fredde, perchè questo non espone i piccoli malati al rischio di polmonite o altre complicazioni. Infine la risposta alla domanda che tutti i genitori si fanno: quando il bambino può tornare a scuola o all’asilo senza più necessità di farmaci? Semplice, quando rimane senza febbre oltre le 24 ore.

Fonte: askanews.it

Mentre impazza la polemica sugli studi scientifici che si contraddicono l’un l’altro e la ricerca di ‘fake news’, nella pausa natalizia che interessa molte parti del mondo, appare, quasi in sordina, una nuova metanalisi su JAMA (Journal of the American Medical Association) che può essere presa a ‘caso di scuola’ proprio per capire come interpretare i dati delle ricerche.

La metanalisi, ossia l’analisi di più ricerche sullo stesso argomento, è stata realizzata da un gruppo di ricercatori guidati dal dottor Jia-Guo Zhao del Dipartimento di Chirurgia Ortopedica all’ospedale cinese di Tianjin. Ed ha concluso che gli anziani che assumono calcio e vitamina D hanno la stessa probabilità di subire fratture di quelli che non seguono alcun trattamento. I ricercatori hanno esaminato 33 studi che hanno preso in considerazione oltre 51mila persone con più di 50 anni, ma va specificato che si trattava di soggetti che vivevano in comunità. Dal momento che la vitamina D serve ad assorbire e ad utilizzare il calcio per mantenere le ossa in salute succede che molti anziani siano sottoposti a questa terapia ‘di default’ con dosaggi da 600 UI (Unità internazionali) prima dei 70 anni e di 800 UI dopo. Mentre dosaggi superiori a 1000 UI potrebbero presentare il rischio di effetti collaterali anche seri specialmente nella popolazione più anziana e fragile se non carente di vitamina D.
“Come sempre non bisogna fermarsi al titolo – spiega il Professor Andrea Giustina, Presidente Eletto della Società Europea di Endocrinologia ESE e Full Endocrinology Professor del San Raffaele di Milano – ma analizzare bene i dati per non rischiare di diffondere messaggi sbagliati. Innanzitutto alcune ricerche incluse nello studio non sono ‘di qualità’ e quindi alterano i risultati complessivi, oltre a differenze enormi tra dosi, tipo e frequenza di vitamina D utilizzata. Inoltre in molti casi non è indicato che si tratti proprio di colecalciferolo (il composto ideale per le finalità di protezione dello scheletro). Infine è poco consistente l’uso del calcio in associazione alla vitamina D nei vari studi”.
“Quindi se le conclusioni non sono precise possiamo invece fare tesoro del messaggio di fondo: la supplementazione dell’ormone vitamina D va prescritta quando nell’organismo ve ne sia una carenza effettiva e non come trattamento universale al di sopra di una certa età, quindi per stabilire che ve ne sia una necessità è prima opportuno dosarla prima del trattamento. Un trattamento prevede quindi una diagnosi corretta e non l’assunzione che a quell’età tutti siano carenti. E la verifica dei valori raggiunti durante la somministrazione anche per personalizzare i dosaggi. Soggetti come donne in menopausa e gli anziani con una diagnosi di osteoporosi dovrebbero ricevere un trattamento adeguato a base di farmaci come i bifosfonati e non solo la supplementazione di vitamina D”.
“Come abbiamo ribadito nel documento GIOSEG – aggiunge Giustina – è buona pratica clinica trattare lo stato di carenza di vitamina D in chi ne ha bisogno e non la popolazione generale. Per quest’ultima è necessario promuovere anche campagne di salute e prevenzione che si basino su una corretta alimentazione, una attività fisica regolare che permetta lo sviluppo di muscoli che a loro volta funzionano da stimolo per il rinnovamento dell’osso e soprattutto una quota di tempo all’aria aperta, con il 20% del corpo esposto alla luce del sole possibilmente anche in inverno nelle ore più calde della giornata. Seguire tali indicazioni invece non è generalmente sufficiente a ripristinare i valori normali di vitamina D in chi ne è carente”.

Fonte: askanews.it

Il 38% degli Italiani è in sovrappeso e un altro 11% è francamente obeso. In pratica metà della popolazione italiana ha un peso superiore a quello ottimale. I bambini dagli 8 ai 12 anni hanno una prevalenza di obesità pari al 12% e una prevalenza di sovrappeso pari al 24%. Siccome un bambino obeso ha 80 probabilità su 100 di rimanere tale anche in fase adulta, curare i bambini significa aiutare gli adulti di domani.
Nel Sud e nelle Isole la prevalenza di obesità è maggiore rispetto al Nord. Nei bambini arriva quasi a raddoppiare rispetto alle regioni settentrionali: un profondo controsenso se si pensa al Meridione come la patria della dieta mediterranea, una tradizione gastronomia che pare stiamo sempre più abbandonando. Se n’è parlato durante il Congresso Internazionale ICAMP 2017, che si è svolto ad Assago e Rozzano (MI), cui hanno preso parte circa 500 gli specialisti, provenienti anche dall’estero.

“Occorre puntare a formare dei medici – ha spiegato Michele Carruba, Direttore del Centro Studi e Ricerche sull’Obesità dell’Università di Milano – che siano capaci di prevenire le malattie, nutrizionali e altre. Oggi una parte della popolazione richiede un supporto preventivo che buona parte dei medici non è in grado di gestire, in quanto questi si stanno formando sempre di più nella cura delle patologie. È per questo che si richiede un medico che sappia potenziare i sistemi di difesa, per prevenire di più e curare di meno”.

Quest’anno la novità dell’appuntamento è rappresentata dall’accordo speciale con l’Università di Camerino, che ha collaborato alla preparazione del programma della due giorni di lavori. A coordinare i lavori e le presentazioni Francesco Amenta, Presidente del Congresso, Michele Carruba, Presidente Onorario, Maria Albini, coordinatrice dell’appuntamento. Focus sulla medicina potenziativa e preventiva, uno dei percorsi formativi proposti all’interno della Scuola Specializzante di ICAMP, che ha come obiettivo quello di potenziare tutti i sistemi di difesa indispensabili per proteggere il nostro organismo. Tutti i nostri sistemi infatti, da quello immunitario a quello antiossidante, abbisognano di una serie di sostanze che si possono assumere attraverso l’alimentazione, tra vitamine e sali minerali. Se non c’è una nutrizione corretta, questi sistemi funzionano meno e prevengono meno le patologie. “È quindi una medicina preventiva quella che cerca di fare in modo che le persone non si ammalino – ha spiegato Carruba – prevenendo le malattie, non solo si riducono gli alti costi che affliggono il Sistema Sanitario Nazionale, ma aumenta anche il benessere e la produttività di un Paese. Gli ultimi studi confermano che ciò che si spende in prevenzione è un risparmio. Per ogni dollaro investito in prevenzione, se ne risparmiano dieci”.

Fonte: askenews.it

Combattere il cancro alla stregua di un’infezione. Si chiama immunoterapia ed è l’approccio terapeutico innovativo che punta ad attivare il sistema immunitario del paziente per riconoscere ed eliminare le cellule neoplastiche. A questa specialità è dedicato il neonato gruppo di lavoro, coordinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, di Alleanza Contro il Cancro (ACC), la più grande rete di ricerca oncologica italiana, che mette insieme 20 IRCCS.

Il Working Group si occuperà della identificazione dei biomarcatori altamente predittivi di risposta ai nuovi approcci immunoterapici al fine di individuare in maniera precoce quei pazienti che ne possono beneficiare. In questo modo sarà possibile evitare di esporli a trattamenti potenzialmente associati ad effetti collaterali in assenza di beneficio clinico. Questo approccio consentirebbe inoltre di ridurre la spesa farmaceutica del Sistema Sanitario Nazionale per terapie ad alto costo.

L’attività sarà coordinata da Concetta Quintarelli, responsabile del Laboratorio di Terapia Genica dei tumori del Bambino Gesù, e si concentrerà sulla conversione dei pazienti non responsivi in responsivi con lo sviluppo di nuove terapie combinate. Alleanza Contro il Cancro è la più grande organizzazione di ricerca oncologica italiana. Fondata nel 2002 dal Ministero della Salute, è attualmente formata da 22 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, AIMaC (Associazione italiana dei malati oncologici), Italian Sarcoma Group e l’Istituto Superiore di Sanità, che ne ospita gli uffici.

Approcci estremamente innovativi nel contesto dei tumori solidi sono oggi disponibili in Italia solo presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù per bambini affetti da neuroblastoma (responsabile dello studio Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-ematologia pediatrica e Medicina trasfusionale del Bambino Gesù). L’auspicio è che possano garantire i benefici ottenuti nel contesto di terapie applicate attualmente (principalmente negli Stati Uniti) anche alle neoplasie ematologiche linfoidi.


Fonte: askenews.it

Lo Studio dell'Istituto dei Tumori di Milano su Scientific Reports

I ricercatori dell’Unità di Epidemiologia Genetica e Farmacogenomica, della Pneumologia e della Chirurgia Toracica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano hanno pubblicato uno studio che ha individuato – tramite un semplice prelievo del sangue – le caratteristiche genetiche che influenzano, a livello individuale, il rischio di diventare dipendente dal fumo di sigaretta e la difficoltà a smettere di fumare, anche con l’aiuto di una terapia farmacologica.

In un articolo pubblicato su Scientific Reports, rivista scientifica del gruppo Nature, i ricercatori spiegano che alcuni polimorfismi genetici, ovvero variazioni nel DNA specifiche per ciascun individuo, localizzati nei geni che codificano per i recettori nicotinici, sono risultati associati con il rischio di diventare dipendenti dalla nicotina. In particolare, uno di questi polimorfismi, localizzato nel gene CHRNA5, è risultato essere associato anche con un’aumentata difficoltà a smettere di fumare in pazienti che hanno assunto degli specifici trattamenti farmacologici antifumo e hanno ricevuto un apposito supporto psicologico. I risultati dello studio hanno anche confermato che smettere di fumare e soprattutto non riprendere non è facile. Infatti, benché poco dopo l’inizio della terapia antifumo oltre il 70% dei soggetti sia riuscito a smettere di fumare, ad un anno dall’inizio del trattamento, molti soggetti sono ricaduti nella loro dipendenza dal fumo e solo il 47% dei soggetti ha smesso definitivamente.
“Questi risultati – ha spiegato Francesca Colombo, ricercatrice dell’Unità di Epidemiologia Genetica e Farmacogenomica e coordinatrice dello studio – rappresentano il primo passo verso l’individuazione di un profilo genetico individuale, sulla base del quale si potrà definire un percorso terapeutico di disassuefazione dal fumo il più personalizzato possibile”. “In questo modo si potrà sicuramente aumentare il numero di pazienti che beneficeranno delle varie terapie antifumo disponibili, diagnosticando al meglio la tipologia di fumatore che si rivolgerà a noi, così da aiutarlo concretamente nel suo tentativo di cessazione e riuscire a ridurre al contempo l’incidenza delle malattie fumo-correlate”, conclude Roberto Boffi, Responsabile della Pneumologia e del Centro Antifumo dell’Istituto Nazionale dei Tumori.


Fonte: Askanews.it

E l'81% si affida ancora ai rimedi della nonna. Ricerca Swg
Mamme apprensive e ancora legate ai rimedi della nonna: questa è la fotografia che emerge dall’ indagine SWG, presentata durante l’evento educational “Che Giungla Questa Febbre”, che ha analizzato il comportamento di un campione rappresentativo di donne italiane con figli tra 0 e 10 anni, in relazione con gli episodi di febbre dei propri piccoli. Una mamma su quattro è molto apprensiva di fronte all’innalzamento di temperatura del proprio bambino, infatti già alle prime linee di febbre contatta il pediatra oppure lo porta direttamente al pronto soccorso. Nonostante sulla teoria siano tutte molto preparate – l’88% dichiara di sapere perfettamente che la febbre è un meccanismo di difesa dell’organismo – le mamme moderne non sembrano egualmente preparate sulla gestione pratica della febbre.
L’analisi ha messo in luce che il 59% delle mamme è incerta su quando misurare la temperatura ai propri figli, solo il 41% ha affermato con certezza che va misurata ogni 2 ore, e l’81%, per abbassare la temperatura, si affida ancora ai rimedi della nonna, come ad esempio applicare la borsa del ghiaccio o effettuare spugnature con alcool o acqua sulla testa, su polsi o sulle caviglie, che potenzialmente potrebbero generare un effetto contrario da quello sperato.
Questa confusione nasce specialmente dalla difficoltà delle mamme di individuare dove reperire informazioni certe e scientificamente validate in materia. Specialmente quando i figli sono piccoli, le mamme tendono a confrontarsi tra di loro e 1 su 2 cerca informazioni su internet. “A volte internet può contenere informazioni non attendibili, con il rischio di divulgare falsi miti, credenze e dubbi – ha spiegato Jacopo Pagani, responsabile del servizio di Pronto Soccorso Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma ed esperto di comunicazione in sanità – febbre e dolore sono argomenti di frequente discussione su social-network, forum e blog a causa della paura eccessiva dei genitori che sono spesso portati ad adottare comportamenti irrazionali, in sede di riconoscimento e gestione di questi disturbi, che sfociano poi in accessi impropri al pronto soccorso degli ospedali”.
Dalla ricerca, il pediatra emerge come la figura di riferimento per la salute dei figli e il 63% indica di chiedere sempre ad esso un consiglio prima di somministrare un farmaco al proprio bambino. 3 intervistate su 4 ritengono che si debba contattare il pediatra quando la febbre dura da più giorni mentre la porzione rimanente solo quando la febbre è alta o il bambino prova dolore.
“In ogni caso è importante mantenere sempre la calma e fare tutte le valutazioni necessarie – sottolinea Pagani – prima di tutto, va considerata l’età del bambino; se ha un’età inferiore ai 3 mesi di vita è assolutamente necessaria la valutazione pediatrica ‘immediata’. Invece con il crescere dell’età bisogna valutare le condizioni generali del bambino. Da 3 a 12 mesi è sempre opportuno contattare il pediatra entro le 24 ore, bisogna farlo immediatamente, invece, nel caso la febbre fosse associata ad altri sintomi. Dopo l’anno di vita, se il bambino gioca, è sereno e vitale, si può attendere, senza allarmismo, tre giorni, prima di un eventuale controllo pediatrico.”
Fonte: Askanews.it

La richiesta al XIX Congresso nazionale oggi a Roma.
La conferma del Fondo per i farmaci anticancro innovativi rappresenta una misura indispensabile per sostenere l’accesso alle cure anche nel 2018. Ma è necessario andare oltre con misure strutturali perché oggi oltre un milione di italiani ogni anno è costretto a cambiare Regione per curarsi. Per questo serve subito il “Patto contro il cancro”, un programma ed una regia unici nazionali che garantiscano una strategia unitaria per combattere la malattia, dalla prevenzione alle terapie, dalla riabilitazione all’umanizzazione dell’assistenza, alla ricerca fino all’innovazione, in grado così di incidere a 360 gradi sull’impatto di questa patologia nel nostro Paese. Un Patto da finanziare con l’aumento del prezzo delle sigarette, una strada già percorsa con successo da altri Paesi come l’Australia, la Norvegia e l’Irlanda. È questo l’appello lanciato nella prima giornata del XIX Congresso nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), che si è aperto oggi a Roma.
“La ‘tempesta perfetta’ che si temeva potesse travolgere il sistema sanitario per l’arrivo delle nuove molecole anticancro è stata evitata – afferma Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM -. Grazie anche al Fondo di 500 milioni di euro destinato all’acquisto di queste terapie che gli oncologi italiani lo scorso anno hanno fortemente richiesto e che il Governo italiano ha istituito per la prima volta nell’ottobre 2016. Oggi il Fondo è una misura strutturale, però la spinta all’innovazione e le nuove terapie sempre più efficaci in futuro rischiano di non rendere sufficiente questa fonte. Per questo chiediamo di implementarlo, come parte integrante del Patto, con una tassa di un centesimo in più a sigaretta”.
Ogni giorno in Italia più di 270 nuove diagnosi di tumore sono riconducibili al fumo. Preoccupa in particolare la diffusione del tabagismo fra le italiane, con conseguenze evidenti su due fra le neoplasie più frequenti: in quindici anni l’incidenza del cancro del polmone è diminuita fra gli uomini da 29.097 nuovi casi nel 2003 a 28.200 nel 2017 (-1,7% annuo), fra le donne invece è aumentata da 7.962 diagnosi nel 2003 a 13.600 nel 2017 (+3,1% annuo). Simile l’andamento del cancro della vescica (-1,1% uomini e +0,3% donne), anche in questo caso per l’opposto atteggiamento nei confronti del fumo di tabacco nei due sessi. Una vera e propria epidemia prevenibile, che richiede un impegno urgente da parte dei clinici e delle Istituzioni.
Fonte: Askanews.it

Arriva l'allenamento Wal: memoria aumentata del 9,2%
Una certa quantità di esercizio aerobico aumenta la quantità e la rigenerazione delle cellule celebrali danneggiate, effetto che si estende anche all’atrofia causata dall’età e che può essere considerata reversibile. La perdita/degenerazione di materia bianca celebrale si verifica infatti con il progredire dell’età e si associa ad un declino progressivo delle funzioni cognitive. Oggi sappiamo che il fitness cardio-respiratorio e l’esercizio sono efficaci e hanno un effetto protettivo nei confronti del cervello e delle funzioni cognitive, con effetti sulla plasticità celebrale nel senso sia di nuove connessioni tra le cellule che di riparazione e creazione di nuovi neuroni. Plasticità e neurogenesi sono correlate alla prevenzione di malattie come demenze e Alzheimer.
Uno studio del National Institute of Aging dell’NIH aveva già nel 2012 confermato questa relazione virtuosa sottolineando come i migliori riscontri si avessero proprio da programmi di camminata con effetti sui lobi frontali e temporali con effetti marcati sulla memoria a breve termine. Nello studio “Aerobic fitness, white matter and aging” sono stati investigati gli effetti dell’esercizio aerobico su 70 soggetti sedentari di età compresa tra 55 e 80 anni. Sono stati quindi misurati i parametri cardiorespiratori e le performance celebrali. I risultati hanno mostrato un aumento della sostanza bianca nelle aree prefrontali, parietale e temporale nel gruppo che aveva camminato mentre non mostrava benefici analoghi in quelli che avevano fatto solo stretching.
“La crescita del numero di anziani è un fenomeno globale, con una stima di aumento del 20% (a partire da oggi) degli over 65 entro il 2030, mentre il numero (di americani) che sviluppano una qualche forma di demenza è destinato a raddoppiare entro lo stesso anno. Identificare i meccanismi sottostanti all’invecchiamento cerebrale è quindi diventata una priorità di salute pubblica” sottolinea la dottoressa Anna Maria Crespi, organizzatrice del Congresso Verso la CreativETA’ in corso ad Assisi e ideatrice del metodo “WAL” (acronimo di Walk and Learn)strumento dolce che associa la camminata all’apprendimento. WAL punta ad agire su più fronti: il movimento migliora salute e funzionalità di cuore e polmoni, migliora la postura, è ‘dolce’ con le articolazioni, migliora diabete e profilo lipidico, allevia ansia e depressione, previene disturbi cognitivi legati all’età, rinforza il sistema immunitario. Alcuni medici hanno iniziato a prescriverlo come attività coadiuvante per ragazzi con disturbi dell’apprendimento, attenzione e dislessia. Nei soggetti anziani con sintomi riconducibili al morbo di Alzheimer sono stati osservati miglioramenti su memoria e umore. Il metodo prevede sessioni di camminata scalza da 40 minuti circa su uno speciale tappeto morbido, ascoltando contemporaneamente gli audio WAL, storie su temi diversi create con criteri che stimolano l’apprendimento e attivano particolari zone celebrali. 
Fonte: Askanews.it

Cardiologi: l'alimentazione è il vero farmaco del futuro
L’alimentazione amica del cuore comprende pasta, peperoncino, cioccolato fondente e caffè. Ma non solo. Lo rivelano i cardiologi di PLACE – Platform of Laboratories for Advanced in Cardiac Experience, summit in corso a Roma durante il quale, grazie al contributo di illustri relatori internazionali come, ad esempio, il dottor K. Uno, si farà il punto su una vera e propria “dieta salvacuore”, sullo stile di vita ed alimentazione giapponese, la popolazione più longeva del mondo.
“Gli alimenti, se scelti con cura e cucinati nella maniera giusta, sono i veri farmaci del futuro, soprattutto per il cuore», spiega Leonardo Calò, Direttore Uoc di Cardiologia del Policlinico Casilino e Presidente del Congresso PLACE. No alla demonizzazione dei carboidrati, innanzitutto: «Pane e pasta fanno bene, preferibilmente integrali, di farro e di orzo», sottolinea. Via libera a spezie e aromi come origano, capperi, cipolla rossa, pepe, curry, zenzero, basilico, prezzemolo perché «hanno un effetto potentissimo sulla longevità». No a inutili allarmismi su cioccolato (meglio fondente) e caffè che, secondo Calò, «non fa male, anzi, ha un’azione benefica fino a 2/3 tazzine al giorno, ma senza zucchero, al limite con una punta di zucchero di canna o con un po’ di miele».
Inoltre, anche cibi e bevande “rosse” sono amici della salute: sì al vino rosso, al peperoncino, ai frutti rossi/violacei (come fragole e frutti di bosco) e al pomodoro, «ancora meglio se cotto perché libera una sostanza che ha azione positiva anche per contrastare il cancro», rivela Calò. Attenzione, invece, alle proteine animali (massimo 0,8 grammi per chilo di peso), al sale (da ridurre, se non da eliminare) e ai succedanei del pane come cracker e grissini che «provocano un picco di insulina e fanno venire fame», conclude il professore.
Fonte: Askanews.it

A rischio anche le più giovani
Le malattie cardiovascolari non sono più un problema esclusivamente maschile: rappresentano, infatti, la prima causa di mortalità e disabilità nelle donne sopra i 50 anni. Si stima che siano causa di morte per il 55% delle donne contro il 43% degli uomini. Ai fattori di rischio “tradizionali” per le malattie cardiovascolari (ipertensione arteriosa, tabagismo, diabete, sovrappeso, età…) se ne sono aggiunti negli ultimi anni altri definiti “emergenti” e specifici per il genere femminile; tra questi, stress e depressione sono emersi ultimamente come i più impattanti e causa di disabilità. La depressione colpisce infatti quasi 3.000.000 di donne in Italia, coinvolte in una proporzione di 2 a 1 rispetto agli uomini. È inoltre ormai dimostrato che lo stress cronico aumenta il rischio di infarto e ictus al pari di fumo e pressione alta.
A fare il punto sulla salute della donna con uno specifico focus sulla medicina di genere sarà il 1^ Congresso nazionale di Onda “La salute della donna – patologie femminili di maggiore impatto: dalla specialistica all’approccio multidisciplinare” apertosi oggi a Milano e che pone un accento particolare sulle interazioni tra le varie patologie sia in età giovanile sia in età più avanzata. “La salute delle donne in Italia è migliorata”, afferma Francesca Merzagora, Presidente Onda, “ma talune patologie sono ancora molto impattanti: sul fronte della salute mentale la depressione nelle adolescenti e nelle giovani donne cresce a ritmi sostenuti, mentre il primo episodio depressivo in età avanzata è oggi considerato un prodromo di demenza. Le malattie cardio vascolari, prima causa di morte per le donne italiane si accompagnano ancora ad una scarsa consapevolezza della popolazione femminile che comporta ritardi diagnostici e terapeutici”.
Fonte: Askanews.it

Studio del San Raffaele di Roma publicato su Neurology
L’emicrania ad alta frequenza non causa solo sofferenza e disabilità ma può incrementare il rischio di trombosi e di ischemie cerebrali e cardiache. Questo è il risultato di uno studio condotto al San Raffaele di Roma da Piero Barbanti, Direttore Centro Cefalee dell’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma, Patrizia Ferroni, Ricercatrice IRCCS nonché Professore Straordinario Università San Raffaele Roma e Fiorella Guadagni, Direttore della Biobanca Biobim nonché Professore Straordinario Università San Raffaele Roma, in pubblicazione sul numero di ottobre di Neurology (organo ufficiale dell’Accademia Americana di Neurologia).
Gli studiosi del centro ricerche romano hanno condotto un’indagine su una popolazione selezionata di 550 soggetti affetti dalla patologia, confrontati con 110 soggetti sani di controlli. È emerso che nelle donne in età premenopausale (<45 anni) con almeno 25 giorni al mese di emicrania, c'è un aumentato rischio di sviluppare trombosi (e quindi ischemie). I ricercatori ipotizzano che questa aumentata coagulabilità sia dovuta non necessariamente ad una predisposizione genetica quanto piuttosto ad una disfunzione ed infiammazione del rivestimento dei vasi (endotelio) conseguente al susseguirsi dei numerosi episodi
“Lo studio – ha precisato Barbanti – evidenzia la necessità di trattare in senso preventivo i soggetti che ne siano affetti. I nuovi trattamenti preventivi con anticorpi monoclonali aprono orizzonti favorevoli per i nostri pazienti in questo senso”. “Abbiamo utilizzato – ha spiegato Ferroni – un metodo innovativo e pratico per lo studio del rischio trombotico che è stato reso possibile grazie all’esistenza di una sezione della BioBIM dedicata in modo specifico all’emicraina, diretta da Fiorella Guadagni”.
Ridurre il rischio trombotico derivante da emicrania è dunque possibile: per mezzo di trattamenti preventivi specifici che rappresentano nuove opportunità che sono oggi in fase di sviluppo.
Fonte: Askanews.it

L'allarme al 56mo Congresso Adoi
Sono più di 20 gli agenti patogeni tra batteri, virus, funghi e parassiti che possono rendere meno piacevole l’attività sessuale, rendendo ogni rapporto non protetto un rischio per la salute a breve e lungo termine. Le Malattie Sessualmente Trasmesse (MST) sono sempre più diffuse e riemergono patologie che sembravano scomparse, in primis la sifilide che in Italia è cresciuta di oltre il 400% dal 2000, ma anche la gonorrea che ha visto quasi raddoppiare i casi in Europa tra il 2008 al 2013. E’ l’allarme lanciato dai Dermatologi ospedalieri Adoi in questi giorni riuniti per il 56mo Congresso dell’Associazione.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno l’impatto di quattro MST, tra le più diffuse, corrisponde a 498,9 milioni di nuovi casi. Questo vuol dire che nel mondo oltre un milione e mezzo di persone ogni giorno si ammala per una di MST. In Italia secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, negli ultimi anni i casi di MST sono sempre aumentati, passando dai circa 3500 del 2006 ai circa 6500 del 2013. Un aumento registrato soprattutto tra gli italiani e i maschi. Oggi ad aumentare sono soprattutto malattie batteriche come le infezioni da Chlamydia trachomatis e la sifilide, ma anche quelle determinate da virus; come i condilomi acuminati dovuti ad alcuni tipi di HPV e le epatiti da virus A o C.
Per non parlare poi dell’infezione da HIV, oggi diventata la più importante malattia a trasmissione sessuale per le sue rilevanti implicazioni cliniche e di spesa sanitaria e i cui nuovi casi non accennano a diminuire nel mondo occidentale, Italia compresa. “In Europa, dalla metà degli anni ’90 alcune MST hanno trovato ‘terreno fertile’ per espandersi dopo un decennio di declino dei trend epidemiologici, soprattutto nelle grandi metropoli e in alcuni gruppi di popolazione maggiormente a rischio (ad esempio, i maschi omosessuali) – ha spiegato Antonio Cristaudo, Presidente del 56mo Congresso ADOI dell’Associazione Dermatologi Ospedalieri – negli ultimi anni poi questa crescita è stata amplificata dalla facilità degli incontri sessuali occasionali dovuta all’utilizzo di Internet e delle App”.
“Qualsiasi rapporto – avverte – vaginale, anale e orale non protetto tra partner non monogami è potenzialmente pericoloso per contrarre una MST. Stiamo assistendo anche ad una minore percezione del rischio HIV da parte della popolazione over 50 e anziana che riceve una diagnosi tardiva nei centri clinici come il nostro, nel 63% dei casi (contro il 47% dei più giovani) e con segni di infezione avanzata. Le ragioni? Mancanza di consapevolezza, sottostima del rischio, carenza di campagne di sensibilizzazione ad hoc su queste fasce trascurate della popolazione sessualmente attiva. In totale sono 30mila i nuovi casi ogni anno in Europa e circa 3500 in Italia, e il trend non accenna a diminuire soprattutto in alcuni gruppi ad alto rischio sessuale”.
Fonte: Askanews.it

Associazione Mondiale Malattie Infettive e Disordini Immunologici
Concluse le lunghe vacanze estive si torna sui banchi di scuola. E quest’anno vale ancor di più il motto: sani e vaccinati. I nuovi obblighi vaccinali, infatti, coinvolgono bambini e ragazzi da 0 a 16 anni e, nonostante qualche dubbio e paura, i genitori ora devono “mettersi in regola”. Ecco, dai medici di Waidid (Associazione Mondiale Malattie Infettive e Disordini Immunologici), qualche consiglio utile per affrontare il rientro a scuola.
A come… Alimentazione: una sana alimentazione è fondamentale per lo sviluppo corretto dei bambini e dei ragazzi, già a partire da una prima colazione che deve essere la più genuina possibile. Si raccomandano merende sane, pranzi e cene equilibrati con portate sempre varie, senza dimenticare una porzione di frutta e verdura ad ogni pasto e naturalmente il giusto apporto di acqua, circa 8 bicchieri al dì.
C come …Compiti: i compiti a casa sono utili per il bambino perché lo aiutano a confrontarsi con la dimensione del dovere e insegnano la fatica; attraverso il lavoro a casa, un bambino impara a conoscere meglio se stesso, a reagire alla frustrazione, persistendo con costanza e determinazione al perseguimento dell’obiettivo. Il ruolo del genitore è dargli sostegno e fiducia, incoraggiandolo e rassicurandolo con atteggiamento positivo, accompagnandolo in un percorso di sempre maggiore autonomia.
G come… Giochi: per far crescere i bambini forti e sani l’ideale è farli uscire all’aperto a correre e giocare anche quando le temperature si abbassano, ovviamente ben coperti. Perché all’aperto ci sono meno rischi infettivi che negli ambienti chiusi e l’aria fuori è sicuramente migliore. Per evitare malanni ai bambini è importante anche aver cura dei luoghi in cui vivono, arieggiando bene la casa e le stanze in cui soggiornano.
I come… Infezioni: i locali chiusi, spesso eccessivamente riscaldati e frequentati da tanti bambini come possono essere le classi, rappresentano un ambiente ideale per la diffusione di virus e batteri, principali agenti eziologici delle infezioni nei primi anni di vita e durante l’età scolare. Tra quelle più diffuse: pediculosi, scabbia, gastroenteriti, ma anche infezioni respiratorie e mononucleosi. La frequentazione di piscine e palestre è, poi, un’ulteriore fonte di rischio che può essere limitata applicando le buone norme igieniche.
N come… Nanna: un buon ritmo sonno-veglia è molto importante nei bambini. La National Sleep Foundation ha fornito precise linee guida per i bimbi di ogni fascia d’età: dalle 10 alle 13 ore per quelli in età prescolare, dalle nove alle 11 ore per i bambini fra i 6 e i 13 anni, dalle 8 alle 10 ore per gli adolescenti. La mancanza di sonno, come per gli adulti, ma ancor più nei bambini, può causare sintomi simili a quelli del disturbo da deficit di attenzione/iperattività, obesità e problemi comportamentali.
O come… Organizzazione del tempo: per i bambini è fondamentale diversificare le attività. Un assetto equilibrato delle giornate consente ai bambini di avere le giuste energie per fare i compiti e praticare una o più attività sportive senza inutili e dannosi sovraccarichi, apprezzando così tutti i momenti senza stress né noia.
S come… Sport: in generale, un’attività fisica regolare in età pediatrica è fondamentale sia nel bambino sano che in quello affetto da malattie respiratorie croniche. E’ anche un’importante forma di prevenzione dell’obesità che contribuisce, attraverso un aumento del dispendio energetico, a ridurre la massa grassa e ad aumentare quella magra, ed è uno strumento fondamentale per un corretto sviluppo osseo.
T come…Televisione (e videogiochi): bambini e ragazzi si incantano davanti a cartoni animati, computer e videogiochi, senza poi contare quelli che ormai hanno ricevuto in regalo lo smartphone e trascorrono il tempo tra chat e telefonate. Le attività sedentarie non devono però andare a scapito di quelle dinamiche: un paio d’ore trascorse ogni giorno all’aria aperta in compagnia degli amici possono essere una semplice strategia affinchè non diventino schiavi del divano e del mondo virtuale. Raccomandiamo un utilizzo dei videogiochi limitato a qualche ora e solo ai fine settimana.
V come… Vaccini: la nuova legge sugli obblighi vaccinali prevede il divieto di accesso alle scuole per i bambini tra 0 e 6 anni non vaccinati, mentre dai 6 ai 16 anni verranno sottoposti a multe fino a 500 euro. I genitori dei bambini che frequentano nidi o scuole dell’infanzia hanno avuto tempo fino al 10 settembre per presentare la prenotazione all’Asl o un’autocertificazione. In quest’ultimo caso, però, sarà obbligatorio mettersi in regola, presentando la documentazione e il libretto di vaccinazione entro il 10 marzo 2018. Per quanto riguarda invece la scuola dell’obbligo, l’unica differenza è che la prima scadenza slitta al 31 ottobre.
Z come… Zaino: tutti i genitori sostengono che il peso dello zaino dei propri figli sia eccessivo rispetto al carico che essi dovrebbero sostenere. In generale, raccomandiamo che un bambino dovrebbe portare sulle spalle un peso massimo pari a circa il 10-15% del proprio peso. Portare uno zaino pesante può causare dolori a schiena, collo e spalla. Il dolore può essere provocato non solo dal peso, quanto dalla scorretta postura che i bambini assumono.
Fonte: Askanews.it

Su Food Science e Nutrition review conferma effetti benefici
I composti bioattivi contenuti nel caffè hanno un effetto protettivo che diminuisce il rischio di diabete di tipo 2, obesità e anche alcune tipologie di tumore. La caffeina, gli acidi clorogenici e gli alcoli diterpenoidi, composti bioattivi presenti in questa diffusa bevanda, sono stati infatti associati a numerosi potenziali benefici per la salute.
A confermarlo diversi studi presi in esame in una review di recente pubblicazione (Coffee Consumption and Disease Correlations, Critical Reviews in Food Science and Nutrition) a cura di B. B. Gokcen ricercatore della Gazy University di Ankara, in Turchia, che studia l’associazione tra consumo di caffè e minore rischio di sviluppare alcune malattie cardiovascolari e neurodegenerative.
Ad esempio, la caffeina – scrive il Consorzio Promozione Caffè citando diversi studi scientifici – riduce il rischio di sviluppare malattie neurodegenerative (morbo di Parkinson e Alzheimer), gli acidi clorogenici (CGA) e gli alcoli diterpene svolgono un ruolo benefico per la salute, quali antiossidanti e chemiopreventivi.
Accanto a questi benefici, non si possono dimenticare gli effetti positivi del caffè, assunto in quantità moderata, sulle performance cognitive, soprattutto nelle situazioni di maggiore sforzo mentale, che richiedono particolare attenzione e concentrazione. Non solo. Diverse ricerche hanno suggerito che la dopamina – un neurotrasmettitore che aiuta a controllare i centri di ricompensa e del piacere del cervello e che regola le risposte emotive – può mediare alcuni degli effetti della caffeina sul comportamento. Dopo aver bevuto una tazza di caffè, la caffeina viene assorbita nel flusso sanguigno, entra in circolo e arriva fino al cervello. Qui, l’adenosina che agisce da sedativo sul sistema nervoso centrale e induce sensazioni di stanchezza, viene antagonizzata dalla caffeina la quale, grazie alla sua struttura molecolare simile, si può legare ai ricettori dell’adenosina e agisce come un “impostore”, bloccando l’azione della stessa, contrastando la stanchezza e favorendo l’attenzione.
Stando ad altre ricerche, inoltre, il caffè favorirebbe un comportamento cooperativo, che evidenzia il suo ruolo di alleato nella condivisione all’interno della socialità. In ultimo, valutando le risposte emotive dopo l’assunzione di caffè, sarebbe emerso che chi lo beve ricerca diverse esperienze emotive dalla bevanda: sensazioni di energia, positività, benessere emotivo e una sensazione di concentrazione mentale. Già nel 2011 l’EFSA (European Food Safety Authority) – conclude il Consorzio – aveva indicato un rapporto di causa-effetto tra una dose di 75 mg di caffeina (circa una tazzina di caffè) e l’aumento di attenzione, confermando il ruolo positivo del caffè sull’attenzione e sulla concentrazione.
Fonte: Askanews.it

Osservatorio ProntoPro.it: +12% di richieste rispetto a gennaio
Quando si parla di sport il mese di settembre ha ormai scalzato gennaio. A dirlo è l’Osservatorio di ProntoPro.it che ha confrontato le ricerche di istruttori sportivi effettuate sul proprio portale tra agosto e settembre con quelle completate tra gennaio e febbraio, rilevando un incremento del 12% delle stesse. Dall’analisi è emerso che i gusti degli utenti variano molto a seconda delle città di provenienza ma i personal trainer occupano sempre il gradino più alto del podio, seguiti dagli insegnanti di yoga.
In particolare, fa sapere l’Osservatorio di ProntoPro.it – milanesi e genovesi non possono fare a meno dello yoga: questa disciplina millenaria nota per l’aiuto fornito contro ansia e insonnia, è capace di combattere lo stress e aumentare la concentrazione e la flessibilità sia mentale che fisica: per questo risulta particolarmente apprezzata dalle persone che vivono nelle grandi città.
I napoletani scelgono i corsi di nuoto e la boxe: se per i primi influisce indubbiamente la prossimità del mare e il desiderio di praticare uno sport riconosciuto da tutti per la sua potenzialità di far lavorare tutto il corpo, la boxe permette di ritrovare la sicurezza in se stessi, sfogarsi e affrontare le proprie paure.
Interessati a ottenere una corretta postura e a dare maggiore armonia ai movimenti sono, invece, i fiorentini e i torinesi che scelgono il pilates più di tutti gli altri italiani.
Le principali richieste di corsi di zumba, rinomati in quanto aiutano a perdere peso divertendosi, provengono dalla città meneghina, mentre i romani preferiscono aumentare la propria resistenza, coordinazione e precisione attraverso i corsi di Crossfit.
I trend-setter? Gli abitanti di Venezia, Palermo, Ancona, Campobasso e Perugia che scelgono di dedicarsi allo Yoga della risata, un tipo di yoga basato sulla risata autoindotta che favorisce il miglioramento dell’umore, delle relazioni sociali e promette di ridurre l’ansia, accrescere l’autostima e, se praticato di prima mattina, aumentare l’energia.
Fonte: Askanews.it

800 55 88 22 per le problematiche relative al gioco patologico
Parte dal 2 Ottobre 2017 l’attivazione del Telefono Verde Nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (TVNGA). Il numero verde di aiuto 800558822 coprirà l’intero territorio nazionale, sarà attivo in via sperimentale fino al 31 marzo 2018 e garantirà sostegno dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 16.00 alle persone in difficoltà con il gioco d’azzardo.
L’iniziativa rientra nel piano in tre mosse, ricerca, formazione e informazione, ideato e finanziato a gennaio 2016 dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e affidato nella sua realizzazione al Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) per conoscere meglio e fronteggiare le problematiche connesse al gioco d’azzardo, soprattutto nel suo possibile impatto sulla salute di soggetti vulnerabili.
“Il numero verde rappresenta un servizio prezioso che informa sulle strutture sanitarie a disposizione delle persone in difficoltà nella relazione con il gioco d’azzardo. Tra l’altro – spiega Alessandro Aronica, Vice Direttore dell’Agenzia Dogane e Monopoli – il servizio consentirà anche di arricchire il quadro informativo del giocatore problematico. Questa iniziativa testimonia della volontà comune di guardare al settore del gioco in una logica unitaria, con la massima concreta attenzione anche ai profili sanitari, per prevenire e contenere i rischi nell’ambito di un approccio regolato e non proibizionista. Tutto il progetto di collaborazione avviato già due anni orsono tra i Monopoli e l’ISS va in questa direzione”.
“Questo telefono verde si aggiunge ai servizi al pubblico che l’Istituto offre su temi di valenza sociosanitaria testimoniando concretamente il legame diretto che da sempre abbiamo con i cittadini – afferma Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – Si tratta, inoltre di un osservatorio importante per monitorare le problematiche e i bisogni sanitari legati al giocatore problematico. Con il TVNGA abbiamo anche l’opportunità di collegare la richiesta di assistenza con l’offerta sanitaria disponibile sul territorio. Con l’intero progetto – prosegue – vogliamo inoltre fornire conoscenze validate scientificamente per contrastare gli aspetti problematici correlati al gioco d’azzardo”.
Fonte: Askanews.it

Da New Gluten World metodo per detossificazione delle proteine
Una startup italiana promette libertà dal glutine. New Gluten World ha messo a punto un metodo low cost per la detossificazione delle proteine del glutine, per produrre farine con le stesse caratteristiche di quelle classiche, ma utilizzabili da tutti.
La celiachia è la più frequente intolleranza alimentare a livello globale. Solo in Italia sono più di 182mila le persone diagnosticate ufficialmente nel 2015, tre volte tanto rispetto al 2007. Per chi è celiaco l’unica terapia utile è la dieta senza glutine. Negli ultimi anni l’industria alimentare propone diverse alternative gluten-free a pane, pasta, pizza? Tuttavia il costo dei prodotti è ben più elevato rispetto al corrispettivo tradizionale.
New Gluten World, ha messo quindi a punto un’alternativa low cost che mira a definire il processo di detossificazione delle proteine del glutine, grazie al quale è possibile realizzare farine impiegabili per produrre alimenti con qualità sensoriali e nutrizionali, tali da essere consumati da tutti, celiaci compresi. La soluzione tecnologica ideata non sottrae il glutine dalle farine, ma ne elimina la componente tossica mediante un processo chimico-fisico a basso costo, non alterando le proprietà sensoriali e nutrizionali del cereale né impiegando enzimi o sostanze chimiche.
Tutto è partito dall’intuizione di Carmela Lamacchia, laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche e Ph.D. in Biotechnology presso il Dipartimento di Scienze dell’Agricoltura dell’Università di Bristol (Inghilterra). “In Puglia nei campi di grano dopo il raccolto, i contadini bruciano le stoppe per ripulire il campo e poi si raccolgono i chicchi bruciati rimasti a terra: quello è il grano arso – spiega – Nel 2010, come chimica e ricercatrice dell’Università di Foggia, m’interessai alle proprietà molecolari del grano arso. Mi accorsi che nei chicchi di grano esposti a forte calore, le proteine del glutine non si aggregavano, al contrario di quanto succede nella farina impastata e infornata. Le proteine nel chicco, cioè, si comportavano in un modo che non aveva riscontri in letteratura. Ho iniziato quindi a ipotizzare che col calore si potessero plasmare le proteine del glutine all’interno del chicco, dove convivono separate fra loro, ma senza arrivare a bruciare il grano. È così che è nato il glutine amico di tutti, che ho chiamato Gluten Friendly”.
Nel 2015, insieme all’Università di Foggia, Lamacchia ha brevettato la tecnologia Gluten Friendly in Italia e di recente il brevetto è stato riconosciuto in tutta Europa. E ha ottenuto diversi prestigiosi riconoscimenti, nazionali e internazionali. “Questa tecnologia di detossificazione si basa su un processo fisico-chimico a basso impatto ambientale – illustra la scienziata – Usiamo solo calore e acqua, consumiamo energia elettrica, e alla fine del processo non c’è inquinamento. Il chicco di grano intero viene esposto ad alte temperature, secondo parametri brevettati di tempo, umidità, e asciugatura». La detossificazione è il risultato di un delicato equilibrio fra tutti questi fattori, che alla fine producono uno stabile cambiamento conformazionale all’interno delle proteine del glutine, senza intaccarne le proprietà organolettiche.
“Le nostre prove di laboratorio ci dimostrano che dopo il trattamento, il glutine della farina Gluten Friendly perde tra il 90 e il 99% del suo potenziale tossico – prosegue Lamacchia – Noi scienziati diciamo che si spegne l’immunogenicità. In altre parole, mentre prima il glutine veniva riconosciuto e mandava in allarme il sistema immunitario dei pazienti celiaci, adesso passa inosservato e perciò non scatena più la reazione autoimmune”. Col proprio gruppo di ricerca la scienziata ha pubblicato due studi in proposito, sulla rivista scientifica Food Chemistry Journal. “Abbiamo anche scritto sulla rivista Plos One del sorprendente effetto probiotico della mia molecola detossificata. Su quel fronte, però, siamo ancora agli inizi”.
Ogni cereale può essere oggetto di trattamento, anche se ha particolari caratteristiche interne ed esterne che necessitano di un aggiustamento su misura della formula, per far sì che le proteine del glutine subiscano i necessari cambiamenti conformazionali. “La scelta strategica di New Gluten World è stata di mettere a punto un trattamento per il grano duro e il grano tenero, le due varietà più diffuse al mondo per fare la pasta, il pane, la pizza, e il resto dei prodotti da forno. In futuro lavoreremo anche su altri cereali. Pensando all’orzo e alla segale, per esempio, potremmo aprire la strada alle birre, e ad una serie di prodotti lievitati tipici dei paesi nordeuropei. Insomma, il cereale non conta. Per New Gluten World lo scopo è di ridurre l’impatto sociale negativo dei disturbi legati al glutine”, afferma.
Ma le farine, una volta trattate, saranno lavorabili come prima? La risposta è sì. “La detossificazione del chicco di grano intero, ne preserva tutte le preziose proprietà organolettiche. Le farine Gluten Friendly diventano pane, pasta, pizza e tutto il resto. Lievitano, profumano, scrocchiano? e sono soffici dentro. Da un punto di vista molecolare, ciò dipende dal fatto che anche dopo la detossificazione il glutine mantiene la sua caratteristica forma a molla, che è appunto responsabile dell’elasticità di ogni impasto. Per molti celiaci, il problema emotivo della nostalgia verso pane pasta o pizza, è reale. Basta osservare con quanto impegno l’industria gluten free cerca di imitare il gusto dei prodotti da grano. Ma nel tentativo di avvicinarsi al sapore del grano, purtroppo, il prodotto gluten free spesso viene infarcito di amidi, acidi grassi e zuccheri semplici. Si salva l’intestino, ma alla lunga non si aiuta la salute da tanti altri punti di vista. La tecnologia di New Gluten World risolve il problema nel chicco, ridando ai celiaci i piaceri della dieta mediterranea e la libertà di una vita sociale senza barriere alimentari”, conclude la scienziata.
Fonte: Askanews.it

Ma esperti avvertono: non sottovalutare!
Partenze intelligenti? Queste sconosciute, almeno per gli italiani. Nonostante il caldo eccezionale che investito l’Italia suggerisca la necessità di evitare rischi per la salute, la prima preoccupazione per un italiano su 2 (52%) è quella di non trovare code o rallentamenti andando in vacanza. Perciò, pur di scongiurarli, incappano in comportamenti scorretti evidenziati dagli esperti: non riposano abbastanza pur di partire in fretta (36%), mangiano in maniera eccessiva (25%) o per nulla pur di evitare di fare soste (26%), sono più attenti ai bagagli che a portare in auto adeguate scorte d’acqua (24%), non si curano del caldo e del sole (21%), rischiando disidratazione (42%), colpi di sonno (41%) e di calore (39%). E’ quanto emerge da uno studio di In a Bottle (www.inabottle.it) condotto con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su circa 1600 italiani tra i 24 e i 50 anni e su un pool di 20 tra medici e nutrizionisti per capire rischi e rimedi per un esodo sicuro.
Da un’alimentazione poco bilanciata (51%) a un’organizzazione poco ponderata (34%), che rischiano di impattare negativamente sul viaggio verso le meritate vacanze. Per 6 esperti su 10 (58%) gli italiani partono per nulla informati dei rischi che un tale viaggio può rappresentare per la salute e la sicurezza propria e degli altri. Secondo un esperto su 3 (34%), gli italiani non conoscono il concetto di “partenze intelligenti”, poiché al massimo cercano di tenere conto dell’orario per evitare di restare incastrati nelle ore di punta.
La prima preoccupazione, dunque, è quella di evitare code o rallentamenti e per questo, secondo gli esperti, la preparazione al viaggio risulta scarsa (29%) o degna di poca attenzione (32%). A soffrire più di tutti sono i bambini (44%), più sensibili allo stress di un viaggio lungo. Seguono gli anziani (37%), più esposti ai rischi ambientali. E gli effetti sono ben visibili anche sul piano psicologico (53%). Le code e i continui rallentamenti, se aggiunti al caldo eccezionale di questa estate, diventano i «nemici» che portano ad un aumento di ansia (33%), stress (21%) ed aggressività (18%), solo per citare i disagi più frequenti riscontrati.
Tra gli altri errori frequenti, per il 39% degli esperti in auto scarseggiano cose essenziali, come ad esempio una buona riserva d’acqua, per far fronte al rischio di disidratazione o di crampi per la perdita di sali minerali e potassio. Un’altra insidia nascosta che, anzi, viene ritenuta compagna di viaggio immancabile è l’aria condizionata, anche essa responsabile in maniera più velata della disidratazione.
“Bisogna stare attenti agli sbalzi termici, in particolare se mettiamo il versante delle infezioni respiratorie – afferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano e Direttore Sanitario IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi – Se c’è un passaggio drastico dal freddo al caldo e viceversa la barriera protettiva può essere facilmente superata e rischiare alcuni disturbi come laringiti, faringiti e bronchiti. L’uso eccessivo del condizionatore può portare a disidratazione per via dell’aria secca e può determinare il colpo di calore specialmente rispetto al clima esterno. È bene quindi scegliere l’opzione deumidificatore al 50% e ricordarsi di spegnere il condizionatore verso la fine del viaggio in modo da diminuire l’impatto con l’esterno quando si scende dall’auto».
Fonte: Askanews.it

I bimbi hanno senso della sete meno sviluppato rispetto ad adulti
L’estate rappresenta per i più piccoli il momento dello stacco dalla scuola, delle giornate al mare, dei giochi all’aperto, ma è anche la stagione in cui, a causa del caldo e dell’afa, i genitori devono prestare particolare attenzione al loro benessere e alla loro idratazione soprattutto nei momenti in cui fanno sport oppure in quelli di gioco intenso. “I benefici che un bambino, e non solo, può trarre dallo sport e, in generale, dai giochi all’aria aperta sono moltissimi. L’attività fisica aiuta a rendere il fisico più forte, a tenere il peso sotto controllo, a scaricare le energie ed è importante anche affinché i più piccoli imparino a socializzare. In corrispondenza di questi momenti è importante monitorare alcuni aspetti della loro salute che sono fondamentali per preservarne il benessere psico-fisico, soprattutto nella stagione calda – commenta Alessandro Zanasi, esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino e membro della International Stockholm Water Foundation – l’aumento della sudorazione conseguente al caldo e alla pratica sportiva o al gioco intenso, produce infatti una perdita di liquidi e sali minerali che se non reintegrati possono minare l’equilibrio idrico dell’organismo, con effetti sul corpo che variano a seconda del livello di disidratazione raggiunto”.
Le alte temperature della stagione estiva e la maggiore tendenza a giocare e praticare sport all’aperto possono quindi contribuire ad accrescere il fabbisogno di acqua giornaliero, tenendo inoltre presente che i bambini hanno un senso della sete meno sviluppato rispetto agli adulti e tendono a bere acqua raramente e solo quando sono molto assetati.
Gli effetti dovuti alla mancanza di un adeguato apporto di acqua si manifestano anche con livelli di disidratazione modesti (2%)e variano dal leggero mal di testa e senso di stanchezza alla minor capacità di mantenere la concentrazione e di eseguire semplici azioni. Il fabbisogno di acqua dei bambini dipende da diversi fattori: la quantità e la qualità di acqua che dovrebbero assumere dipendono dall’età, dalle condizioni di salute, dalla dieta, dall’attività fisica svolta, ma anche dalle condizioni dell’ambiente esterno (temperatura e il tasso di umidità).
Fonte: Askanews.it

I consigli della Società Italiana di Neurologia
Il caldo estivo rappresenta causa di disagio per la maggior parte delle persone ma, ancora di più, per quelle che devono convivere con una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale quale è il Parkinson.
“Oggi il Parkinson colpisce circa il 3 per mille della popolazione generale, circa l’1% di quella sopra i 65 anni – spiega Pietro Cortelli, Professore Ordinario di Neurologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e NeuroMotorie (DIBINEM) Alma Mater Studiorum, Università di Bologna – IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna Ospedale Bellaria – nel nostro Paese i malati sono circa 300.000, per lo più uomini (1,5 volte in più rispetto alle donne) e con età d’esordio compresa fra i 59 e i 62 anni. Come Società Italiana di Neurologia (SIN) e Accademia LIMPE DisMov riteniamo sia molto importante dare il nostro contributo attraverso una serie di consigli utili per aiutare i pazienti ad affrontare al meglio questi mesi estivi”.
Le persone affette da Parkinson hanno difficoltà ad iniziare i movimenti e questi stessi risultano generalmente molto lenti: per accrescere la capacità fisica e il grado di allenamento si consiglia dunque di praticare ogni mattina una serie di esercizi di riscaldamento e allungamento per una ventina di minuti. In questo modo la riattivazione della mattina può avvenire con una maggiore celerità e facilità. “Mantenere alcune abitudini giornaliere – dichiara Nicola Modugno, responsabile del Centro Parkinson dell’Istituto neurologico Mediterraneo Neuromed di Pozzilli (Isernia) – può essere utile per aiutare il cervello a preservare la gestione di alcuni automatismi. Ad esempio, rispettare la cadenza dei pasti giornalieri: non è importante mantenere un orario fisso, ma curare la regolarità. Altrettanto importante è avere uno spazio della giornata dedicato all’attività fisica all’aria aperta: è utile ricordare che la fascia mattutina dalle 7.00 alle 11.00 e quella pomeridiana dalle 18.00 alla sera sono i momenti della giornata in cui è preferibile praticare delle attività fisiche e motorie”. Attenzione ovviamente alle cadute che sono più frequenti nelle fasi avanzate della malattia; in genere aumentano dopo il decimo anno e nei mesi caldi, a volte a causa della stanchezza e della paura di cadere che spesso genera strategie motorie difensive che aumentano il rischio di caduta. Con l’aumento delle fasi di “off”, che spesso si verifica nei mesi estivi, aumenta il rischio cadute. Seguire un programma di riabilitazione motoria aiuta non solo a ridurre questo rischio, ma insegna anche come cadere, in modo da farsi meno male. Se il rischio di caduta è elevato può anche essere consigliato l’utilizzo di un deambulatore, nei momenti della giornata in cui si verificano i blocchi motori. La stitichezza o stipsi è una conseguenza della lentezza dei movimenti e quindi della malattia in sé, ma anche di alcuni farmaci che possono essere prescritti per la cura del Parkinson.
E’ un disagio che aumenta in estate a causa della tendenza alla disidratazione o della scarsa idratazione e per la vita sedentaria. Alcuni semplici consigli: dedicatevi a un’attività fisica regolare, consumate liquidi in maniera adeguata (1,5 litri d’acqua al giorno, 8-10 bicchieri al giorno) e scegliete un’alimentazione ricca di frutta e verdura e di fibre in generale. Con il caldo aumenta la sensazione di stanchezza per più di un fattore, tra cui i farmaci, la malattia stessa (gli sforzi per gestire i sintomi ma anche le variazioni chimiche nel cervello), il sonno disturbato, la depressione e la ipotensione che di estate si accentua. Si consiglia quindi di dedicare tutto il tempo necessario a svolgere le varie attività, imparando a riconoscere e sfruttare i momenti in cui i farmaci sono più efficaci e ci si sente meno stanchi. Fortemente raccomandata è una passeggiata serale prima di andare a letto. Diverse esperienze riportate dai pazienti suggeriscono, infatti, che arrivare la sera con un senso di stanchezza fisica dovuto alle diverse attività praticate durante il giorno accresce il senso di benessere riducendo la diversa sensazione di stanchezza dovuta all’astenia e all’ipotensione.
Fonte: Askanews.it

Ortopedico Bait a genitori: "Analizzare caratteristiche fisiche figli"
Calcio, rugby, pallavolo o nuoto: non c’è uno sport migliore di un altro per gli adolescenti. Conta piuttosto il modo in cui ci si allena, sia per consentire ai ragazzi uno sviluppo armonico nell’età evolutiva, quella in cui si “forma” lo scheletro, sia per evitare dolorosi infortuni. Tra i 12-16enni, gli incidenti sportivi sono aumentati notevolmente rispetto al passato: si va dalle contusioni muscolari alle distorsioni, fino alle fratture.
La causa, molto spesso, va ricercata nei modi e nei tempi con cui lo sport viene praticato. Basti pensare al caso di un ragazzino che pratica il calcio, magari sognando di diventare un giorno come i suoi idoli: deve sostenere tre o quattro sedute di allenamento a settimana, alle quali spesso si aggiungono le partite nel weekend. L’alternanza tra attività sportiva e riposo viene talmente compressa da portare i giovanissimi a finire ‘in riserva’. E la stanchezza, si sa, è alleata degli infortuni.
“Consiglio sempre ai genitori di assecondare le scelte dei bambini per quanto riguarda il tipo di sport da praticare, ma anche di insegnare loro a non esagerare. Suggerisco inoltre di analizzare con obiettività le caratteristiche fisiche del proprio figlio”, spiega Corrado Bait, ortopedico specializzato in traumatologia dello sport. “Chi ha le ginocchia vare o valghe, cioè ad ‘o’ o a ‘x’, chi soffre di scoliosi, anche se lieve, difficilmente diventerà uno sportivo professionista perché queste alterazioni anatomiche condizioneranno sempre la prestazione sportiva. In questi casi, perché sottoporre i più giovani ad impegni pressanti esponendoli alla frustrazione di un obiettivo mancato?”.
Tra i traumi più frequenti, ma anche meno preoccupanti, ci sono le distorsioni alle ginocchia: “Il caso meno grave – prosegue l’ortopedico – è la lesione del legamento collaterale mediale del ginocchio, che generalmente non si opera e cicatrizza spontaneamente nel giro di 2-3 settimane”. Decisamente più problematica è la lesione del legamento crociato anteriore che, dai 12 anni in su, può portare anche all’intervento. “Quanto alle lesioni meniscali, l’eliminazione del menisco consente un recupero più rapido, in media in 15 giorni, anche se negli adolescenti sono sempre da preferire soluzioni conservative. Suturarlo significa restare fuori gioco per 3-4 mesi, ma consente di non rinunciare al cuscinetto naturale che attutisce ogni colpo”.
Fonte: Askanews.it

I consigli del chirurgo plastico
“La pelle deve essere curata prima, durante e dopo l’esposizione al sole. Troppo spesso ci si concentra sulla tintarella dimenticandosi che è proprio il sole il responsabile del 70% del suo invecchiamento”. Patrizia Gilardino, chirurgo estetico di Milano, ha predisposto un percorso specifico per difendere la pelle e attenuare i danni provocati dal sole, anche per chi è ormai prossimo alla partenza per il mare.
“La chiave di tutto sta in una sola parola: idratazione”, spiega la dottoressa, “è qui il segreto maggiore per mantenere giovane la nostra pelle. Occorre prepararla al sole, curarla seguendo delle piccole accortezze e reidratarla al termine delle vacanze: solo così non solamente si rallenterà l’insorgere delle piccole rughe, ma anche la formazione delle macchie”. Gilardino ha studiato un “percorso idratazione” che risponde ad ogni tipo di esigenza, non richiede particolari accorgimenti e può essere fatto anche “last minute” il giorno prima di partire per il mare.
“È un percorso composto da tre trattamenti di biorivitalizzazione che, a seconda del tempo a disposizione e delle necessità, prepara la pelle all’esposizione prima di andare in vacanza e la reidrata al rientro”, aggiunge la specialista. “La biorivitalizzazione è un trattamento estremamente naturale che si basa su delle microiniezioni di acido ialuronico su tutto il viso. Permette di agire in profondità e, oltre a non richiedere accorgimenti particolari, non ha controindicazioni. Tre le sedute previste affinché il trattamento sia efficace: è possibile farne una prima della partenza e due al rientro, o viceversa”. Inoltre, “si può completare la preparazione utilizzando degli integratori alimentari a base di vitamine e betacarotene che rendono la pelle meno sensibile a quelli che tecnicamente si chiamano insulti solari”.
Questo però non esime dal curare la pelle durante il periodo di vacanza. “È questo il momento più delicato”, aggiunge Gilardino. “Importante è utilizzare sempre delle creme solari ad alta protezione. L’abbronzatura sarà un po’ più lenta, ma avremo la garanzia non solamente che durerà di più, ma anche che lo stress subito dalla pelle sarà inferiore”. In ogni caso, evitare di stare al sole durante le ore più calde della giornata. E infine, la cura alla sera: “È consigliabile utilizzare dei prodotti che diano una buona idratazione e nutrimento alla nostra pelle. Magari che contengano dei fattori di ripristino dei piccoli danni che si sono creati durante la giornata”.
Fonte: Askanews.it

Studio Università Parma: a confronto 3 regimi diversi
La dieta con il minore impatto ambientale? E’ quella più variata. E’ quanto emerso da uno studio condotto dal gruppo di Nutrizione Umana del Dipartimento di Scienze degli Alimenti e del Farmaco dell’Università di Parma con colleghi di altri atenei, che mette per la prima volta a confronto la sostenibilità di tre regimi alimentari diversi – onnivoro, vegetariano e vegano – utilizzando dati provenienti da consumi reali. Il gruppo ha recentemente pubblicato l’articolo (“Environmental impact of omnivorous, ovo-lacto-vegetarian, and vegan diet”) su Scientific Reports: allo studio hanno lavorato ricercatori di cinque Università (Parma, Bologna, Bolzano, Torino e Cambridge), ha coinvolto per l’Ateneo di Parma Alice Rosi, Pedro Mena, Nicoletta Pellegrini, Erasmo Neviani, Donato Angelino, Furio Brighenti, Daniele Del Rio e Francesca Scazzina. È stato realizzato nell’ambito del progetto PRIN (Programmi di Ricerca Scientifica di Rilevante Interesse Nazionale) “Microrganismi negli alimenti: studio del microbiota e del relativo metaboloma in funzione della dieta onnivora, vegetariana e vegana”.
Considerando il cibo consumato settimanalmente dai 153 partecipanti alla ricerca, sono stati calcolati i dati nutrizionali e ambientali medi giornalieri per i tre gruppi dietetici. L’introito calorico era simile, ma gli impatti ambientali hanno messo in evidenza sostanziali differenze. Dall’analisi del carbon footprint, del water footprint e dell’ecological footprint (i 3 indicatori ambientali utilizzati per determinare la sostenibilità delle diete tratti dal database dal BCFN – Barilla Center for Food and Nutrition) è infatti emerso che il regime alimentare onnivoro presenta valori d’impatto significativamente più elevati per tutti e tre gli indicatori ambientali rispetto al gruppo a dieta vegetariana e vegana. Questo risultato è in linea con i dati di numerosi studi scientifici condotti in altri Paesi, che hanno dimostrato il vantaggio ambientale di modelli alimentari basati principalmente su prodotti vegetali.
Tuttavia, tra la dieta vegetariana e la dieta vegana non sono state riscontrate differenze significative. Infatti, anche se la dieta vegana, che comprende esclusivamente alimenti di origine vegetale, potrebbe sembrare il modello alimentare che può maggiormente salvaguardare le risorse ambientali, è importante considerare che gli alimenti vegetali consumati in una dieta vegana sono spesso altamente trasformati e possono arrivare da Paesi anche molto lontani. Inoltre, per raggiungere l’introito energetico, la quantità di frutta, verdura o legumi che deve essere consumata al posto dei prodotti animali è elevata. Tutti questi fattori possono spiegare l’impatto sull’ambiente delle scelte alimentari associate a questo regime alimentare.
In conclusione, anche per la salute dell’ambiente, oltre che per quella delle persone, le parole chiave sono quantità e varietà.
Fonte: Askanews.it

I consigli della nutrizionista Valeria Del Balzo
Disidratazione, spossatezza, mal di testa. La prima difesa contro il grande caldo e l’afa opprimente dell’estate dobbiamo costruirla a tavola. Scegliendo cibi leggeri e nutrienti, poveri di grassi saturi e ricchi di quei nutrienti essenziali come vitamine e minerali indispensabili per mantenere un buon equilibrio fisico anche quando le temperature sono altissime come in questi giorni. Sono le raccomandazioni di Valeria Del Balzo, biologa dell’Università La Sapienza di Roma. Ma qual è il menù perfetto dell’estate? Ecco, secondo la nutrizionista, le 6 regole auree per combattere caldo e afa a tavola.
– BERE ACQUA PER CONTRASTARE LA DISIDRATAZIONE E NO ALLE BEVANDE DOLCI
Sarà banale, ma giova ripeterlo. Bere acqua è fondamentale per idratarsi: “con il caldo tendiamo a perdere liquidi, per questo un’idratazione costante è importante” – spiega la dott.ssa Del Balzo. Quanta? “Almeno 8 bicchieri al giorno, circa 1 litro e mezzo. Ridurre le bevande zuccherate, non dissetano e sono caloriche”.
– VIA LIBERA ALLA VERDURA DI STAGIONE: MEGLIO SE CONSUMATA CRUDA O CON COTTURE LEGGERE
Tra gli alimenti da consumare sono da preferire quelli ricchi di acqua, come insalate, pomodori, carote. E poi tutte le verdure di stagione, come zucchine, peperoni, melanzane. “Cercate, per quanto possibile, di mangiare verdure crude, e prediligete cotture leggere che non appesantiscano la digestione – spiega la nutrizionista – bene al forno, alla griglia, al vapore, da evitare o ridurre al minimo pastelle o condimenti eccessivi. Soprattutto in spiaggia, è importante non avere tempi di digestione troppo lunghi.”
– FRUTTA: UN AIUTO IN PIÙ PER IDRATARSI
La frutta estiva ci viene in soccorso perché è ricca in acqua, dal melone all’anguria, passando per pesche, albicocche o prugne, è un’alleata per contrastare le alte temperature. “Buona norma è consumare circa 3 porzioni di frutta al giorno, oltre all’acqua, la frutta apporta sali minerali e fibra” – spiega la Del Balzo.
– GLI ESTRATTI NON SONO SOSTITUTI DI FRUTTA E VERDURA
Da non confondere frutta e verdura con gli estratti. Tanto in voga in questo periodo, non sono da considerare delle alternative: “con gli estratti si perde la fibra contenuta in questi alimenti – spiega la Del Balzo – che ha una funzione fondamentale perché aumenta la sazietà e ci porta a mangiare meno, oltre a svolgere un ruolo importante per il funzionamento del nostro intestino. Con gli estratti di frutta si rischia anche di eccedere con gli zuccheri.”
– POLLO, UN ALLEATO PER L’ALIMENTAZIONE ESTIVA
È una delle carni preferite dagli italiani e dalle donne in particolare, tanto che 7 su 10 lo portano in tavola almeno una volta a settimana. In estate grazie a versatilità e facilità di preparazione ci viene in soccorso per dare gusto a tante ricette, anche fredde, dalle insalate ai classici panini. Ma non solo. A renderlo un valido alimento è anche il suo profilo nutrizionale: “è un’ottima fonte di proteine ed è caratterizzato da un’elevata digeribilità, nonché da un ragionevole apporto calorico (100 kcal per 100 grammi di petto di pollo) e un ridotto contenuto in grassi (da 1 a 6 grammi per 100 grammi di prodotto, a seconda delle parti utilizzate)”. Inoltre, continua, il pollo è anche una fonte eccellente di quei micronutrienti come il potassio e il calcio, nonché di vitamine del gruppo B, necessari per mantenere in equilibrio le attività del sistema nervoso e quindi prevenire ogni stato di affaticamento dovuto all’eccessivo caldo.
– IN VACANZA E A DIETA? SI PUÒ FARE! BASTA QUALCHE PICCOLO ACCORGIMENTO
Tra cene fuori e aperitivi, in vacanza è più difficile prestare attenzione alla propria alimentazione e per chi si trova a combattere contro qualche kilo in più può essere un’impresa. E se è importante godersi il meritato riposo senza troppe rinunce, ecco qualche consiglio che può venirvi in soccorso. “Prima di tutto aumentate l’attività fisica: con un dispendio calorico maggiore ci si può concedere qualche vizio in più.” Una delle situazioni più a rischio sono gli aperitivi, in cui facilmente si può fare incetta di calorie: “Invece di patatine, olive e noccioline, preferite qualcosa di più sostanzioso, come una pasta fredda, del cous cous, un’insalata di riso, e usate l’aperitivo come cena. Salatini &co aprono lo stomaco senza saziare. Cercate poi di evitare l’alcol e cocktail troppo zuccherati.” Un altro consiglio: “in previsione di una cena fuori, compensate con un pranzo leggero a base di insalata e frutta.”
Fonte:Askanews.it

Disagio e vergogna ma anche paura dello stigma
L’estate è un momento difficile per i pazienti con patologie cutanee e con psoriasi in particolare che tendono a nascondere la pelle e le chiazze della malattia. Un sondaggio della National Foundation of Psoriasis americana ha svelato che sono oltre il 40% i pazienti che nascondono le lesioni sotto abiti, pantaloni e maglie a maniche lunghe anche in spiaggia, e che rinunciano alla vita all’aria aperta proprio nella bella stagione, la stessa percentuale che mostra segni di depressione. Oltre al disagio e alla vergogna esiste un vero e proprio problema di stigma, tale che la legge American Disability Act protegge queste persone dalle discriminazioni sul luogo di lavoro.
Per i pazienti con psoriasi l’arrivo della bella stagione può essere un’arma a doppio taglio: se il sole e l’acqua di mare in alcuni casi possono migliorare l’aspetto delle lesioni cutanee e un clima caldo-umido può mantenere la pelle più morbida, gli sbalzi di temperatura, l’aria condizionata e il cloro possono scatenare il rilascio di sostanze che possono aumentare la secchezza e il prurito, scatenare fenomeni infiammatori e recidive con un peggioramento dei sintomi. “Le persone con psoriasi beneficiano dell’esposizione al sole purché questa sia effettuata gradualmente e con adeguata fotoprotezione ( SPF50), rinnovando l’applicazione ogni 2 ore ed evitando l’esposizione nelle ore centrali della giornata – spiega Andrea Costanzo, Ordinario di Dermatologia all’Università Humanitas di Milano – ustioni e scottature possono scatenare la riattivazione della psoriasi o portare allo sviluppo di nuove placche. Le scottature attiva un vero e proprio “fenomeno di Koebner”, ossia lo sviluppo di placche nelle zone soggette ad uno stimolo, fisico come la scottatura solare o meccanico come lo sfregamento o traumi locali”. Fondamentale è mantenere la pelle costantemente idratata. Attenzione poi al sudore, che può irritare la pelle già sensibile e peggiorare le placche. Il clima ideale è fresco e ventilato e al chiuso è consigliabile non esporsi all’aria condizionata.
Con le dovute accortezze è quindi possibile godersi le vacanze e il tempo libero e apprezzare dei miglioramenti ma attenzione a seguire sempre le indicazioni del proprio dermatologo. “Alcuni pazienti infatti decidono arbitrariamente di diminuire o, peggio, interrompere le terapie proprio in questo periodo – continua Costanzo – ma la cosiddetta ‘vacanza terapeutica che veniva consigliata nel periodo estivo in cui venivano sospesi i farmaci di vecchia generazione come gli immunosoppressori non è più necessaria: le nuove terapie personalizzate, sono più efficaci, sicure e non hanno problemi di tossicità, non devono essere sospese e hanno effetti a lungo termine. Sono oggi disponibili infatti moderni farmaci che si dimostrano efficaci già dalle prime settimane e che permettono di ottenere la clearance cutanea completa sino al 90 e 100%, come il nuovissimo farmaco ixekizumab appena presentato al congresso di Sorrento. “Un farmaco può essere efficace ma se è complesso da assumere o non permette al paziente di apprezzarne gli effetti in breve termine diventa un ostacolo alla terapia – spiega Fabio Ayala Direttore della U.O.C. di Dermatologia clinica del Dipartimento di Medicina clinica e Chirurgia, Università di Napoli Federico II – la rapidità e l’efficacia in breve termine non solo giocano un ruolo fondamentale nel raggiungimento del risultato terapeutico ma garantiscono l’aderenza del paziente alla terapia”.
Fonte: Askanews.it

Dalla radiofrequenza agli ultrasuoni ai laser a infrarossi: la nuova frontiera per essere belle senza fatica, che piace sempre di più anche ai maschi. Sempre più donne scelgono trattamenti mini invasivi che consentono, senza sottoporsi a interventi chirurgici, di combattere il rilassamento cutaneo, ridurre il grasso, rimodellare il corpo e trattare l’inestetismo più diffuso e combattuto della storia dell’umanità: la cellulite che colpisce 8 donne su 10 al di sopra dei 16 anni.
Laser Infrarossi, Radiofrequenza e Ultrasuoni, una salvezza per i timorosi del bisturi, sono la nuova frontiera per essere belli senza fatica. E i dati parlano chiaro: a livello mondiale il mercato del body shaping cresce del 14% all’anno. Nel 2015 i trattamenti estetici non chirurgici sono stati 10 milioni e hanno riguardato per l’84,7% le donne e per ben il 15,5% gli uomini.
Anche in Italia, settimo Paese al mondo per trattamenti estetici (i primi tre posti sono occupati da Stati Uniti, Brasile e Corea del sud) quelli mini invasivi si confermano i veri protagonisti della bellezza: nel 2015 sono stati complessivamente 280 mila, quelli per la riduzione della cellulite sono stati circa 5.240 (91,5% sono donne) e quelli per la riduzione del tessuto adiposo circa 4.712 (82,4% donne).
Rapidi, indolori, senza rischi e consentono di tornare subito al lavoro e alle attività quotidiane. Particolarmente indicati per le donne nel post-gravidanza che, con i figli piccoli, hanno poco tempo per fare sport e per le donne che svolgono lavori molto impegnativi. Ma, in generale, i trattamenti mini invasivi sono graditi dalla maggior parte dei pazienti.
Basti pensare che, secondo i dati del Centro Ricerche Syneron Candela, azienda del settore della medicina estetica, in Italia 8 donne su 10 si sentono in sovrappeso, 7 su 10 vorrebbero un addome più piatto, 1 su 2 vorrebbe sottoporsi a un trattamento non invasivo per ridurre il grasso sull’addome.
“A sceglierli sono soprattutto le donne tra i 35 e i 50 anni – spiega Maurizio Valeriani, direttore Unità Operativa Complessa di Chirugia Plastica Ricostruttiva, Ospedale San Filippo Neri e Ospedale Santo Spirito, Roma e referente scientifico di Syneron Candela – che dopo una o più gravidanze, o a causa di alterazioni ormonali con l’inizio della menopausa, per esempio, non si sentono più a proprio agio nel proprio corpo e desiderano tornare ad avere pance piatte e gambe snelle. I trattamenti mini invasivi sono certamente più confortevoli e presentano tempi minori di recupero rispetto alla chirurgia, garantiscono risultati visibili sin dalle prime sedute con grande soddisfazione delle pazienti e di un numero sempre più crescente di uomini. In particolare, i trattamenti che prevedono l’uso combinato di radiofrequenza e ultrasuoni hanno dimostrato risultati eccezionali nel rimodellamento del corpo”.
“Naturalmente – precisa Valeriani – è importante associare ai trattamenti un’alimentazione sana e uno stile di vita corretto che contempli l’esercizio fisico, e questo non solo per migliorare l’efficacia dei trattamenti ma anche per salvaguardare la propria salute. In particolare nel caso della cellulite, che affligge quasi tutte le donne, anche quelle giovani e magre, è importante sapere che oltre a fattori genetici, esistono fattori favorenti legati ad abitudini di vita scorrette come la sedentarietà, l’alimentazione troppo ricca di calorie, ma anche l’abbigliamento che provoca costrizioni (jeans stretti, stivali stretti, calze elasticizzate costrittive, tacchi a spillo ecc.), l’introduzione di tossine come l’alcol e fumo, lo scarso uso di alimenti detossificanti (fibre, acqua, vitamine) e i vizi di postura (come le gambe accavallate)”.
Fonte: Askanews.it

Ma per smettere è necessario essere aiutati: è una vera malattia
Il fumo uccide una persona ogni sei secondi, per un totale di oltre 80 mila decessi l’anno, di cui il 25% di età compresa tra i 35 e i 65 anni. Eppure a questi dati viene data minore rilevanza e dignità di quelli che riguardano ad esempio i decessi per incidente stradale, circa 3500 l’anno, o la meningite che ha causato 629 morti totali nel triennio 2013-2016. I morti da fumo sono ignorati, dimenticati e lasciati soli anche quando vorrebbero guarire dalla propria dipendenza. Secondo il Ministero della Salute nel nostro Paese il fumo è la prima causa di mortalità e morbilità evitabile con un costo che si aggira intorno all’8% della spesa sanitaria totale, cioè un totale di spese ospedaliere di oltre 500 euro l’anno per ciascuno degli oltre 11 milioni di tabagisti. Un numero da abbattere di almeno il 10% entro il 2018 come stabilito dal Piano Nazionale della Prevenzione 2014 – 2018.
La dipendenza da tabacco è riconosciuta come una malattia, sia nella classificazione internazionale delle malattie dell’OMS (ICD-10) che nel Manuale di Diagnostica Statistica dell’Associazione Americana Psichiatrica (DSM-IV). Condivide con le altre dipendenze gli stessi meccanismi neurochimici di base. La nicotina è il più importante componente a poter determinare dipendenza dal tabacco, perché causa a livello biomolecolare una serie di alterazioni che portano il fumatore ad una crescita progressiva e inarrestabile delle sigarette fumate mediante: aumento numerico dei recettori nicotinici; alterazione dei meccanismi di autoregolazione della volontà; modificazioni delle funzioni cellulari e alterata percezione del piacere.
Occorre inoltre abbattere lo stigma sociale che vede il fumatore “causa del suo male” e responsabile delle proprie disgrazie. Fumare è una scelta sottovalutata quando da giovanissimi si accende la prima sigaretta e le maglie della dipendenza si chiudono strette intorno al fumatore. Sebbene la maggior parte dei fumatori voglia smettere i tentativi sono spesso destinati a scarso successo se non pianificati e messi in atto all’interno di strategie integrate, come dimostrato da numerosi studi prospettici. Smettere di fumare senza una assistenza professionale adeguata non è semplice per vari motivi: il fumo si configura come una addiction, una dipendenza comportamentale vera e propria, ed esiste una vulnerabilità neurobiologica in termini di sensibilità e reward colinergico in alcune aree cerebrali. I risultati dell’indagine condotta dall’associazione di pazienti francesi FFAAIR (Federation Francaise de Association et Amicales de Malades Respiratoires) riporta che il 70% dei fumatori prova a smettere da 4 a 9 volte. Si è visto invece che percorsi di cessazione strutturali sono più efficaci e più a lungo termine.
Secondo il rapporto dell’associazione francese FFAAIR sull’uso del tabacco condotto su 352 tabagisti con malattie respiratorie, la BPCO è il problema più rappresentativo con il 46% dei soggetti , seguita dalla sindrome delle apnee notturne (con il suo corollario di rischi a carico del cuore) per il 43% e il 20% che sviluppa asma. Mentre il 77% ha almeno una malattia concomitante, come ipertensione (37%) obesità (22%) elevati a livelli di colesterolo (li ha 1 su 5) a cui seguono problemi cardiaci (16) diabete (15) e depressione (13). Dal campione esaminato 6 pazienti su 10 hanno fumato nel corso della vita e l’1% ha riferito una assistenza insufficiente da parte del medico rispetto al intenzione di smettere di fumare. Nel 68% dei casi i medici di fronte alla diagnosi di malattie respiratorie ha suggerito di smettere di fumare ma senza proporre strategie o indirizzare né tantomeno di procedere ad un follow-up sul paziente. La stessa percentuale di soggetti il 78% che ha riferito di sentirsi sola è persa quando ha deciso di smettere di fumare, non sapendo esattamente come farlo. Quando la volontà non basta le persone cercano aiuto, ma 4 su 10 ritengono che i costi finanziari siano una barriera molto alta al loro proposito di salute.
Fonte: Askanews.it

Con l’arrivo dell’estate gli italiani si dedicano maggiormente allo sport e alle attività dell’aria aperta e la ripresa dell’attività sportiva, dopo la stagione invernale o dopo una pausa di poche settimane, richiede un maggior consumo di frutta e di verdura, necessarie per fornire al corpo i nutrienti e le vitamine di cui ha bisogno. Chi pratica sport a livello agonistico, specialmente nei periodi di intenso allenamento, in preparazione ad una gara, sceglie di assumere alimenti liquidi per incrementare l’apporto di vitamine: tra questi il succo 100% frutta, fonte di Vitamina C.
“L’esercizio fisico, pur avendo ripercussioni positive sulla salute di chi lo pratica, determina un eccesso di radicali liberi che deve essere efficacemente contrastato dalle risorse antiossidanti del nostro organismo”, dicihara il nutrizionista Silvia Ambrogio. “La vitamina C è uno dei principali protagonisti della difesa dallo stress ossidativo prodotto proprio dai radicali liberi. Ecco perché l’arancia, particolarmente ricca di questa vitamina, è un alleato dello sport, inoltre, questo frutto contiene anche vitamine dei gruppi A e B, e sali minerali come calcio, potassio, fosforo, rame e zinco, per cui bere un bicchiere di spremuta o di succo 100% di arancia dopo la pratica sportiva permette di reidratarsi al meglio e di godere dei benefici dello sport” conclude Silvia Ambrogio.
Gli atleti che si allenano e competono attivamente, inoltre, sudando e consumando energia, perdono liquidi e elettroliti. Grazie a una composizione specifica e al suo profilo di zuccheri e minerali, il succo 100% arancia è perfetto come bevanda sportiva isotonica, garantendo una veloce reidratazone e un adeguato apporto energetico.
Le evidenze scientifiche raccolte dal panel dell’Autorità europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) su Prodotti dietetici, Nutrizione e Allergie hanno dimostrato che la Vitamina C, aiuta, insieme ai folati, a ridurre la stanchezza e la fatica, e questo vale per tutti i cibi definitivi come “Fonti di” Vitamina C, in quanto contribuiscono a fornirne almeno 12 mg ogni 100 ml. Le spremute e i succhi 100% arancia confezionati rispondono ampiamente a questi requisiti, contenendone un quantitativo circa tre volte superiore: in media 36 mg ogni 100 ml. Il consumo di 200 mg di Vitamina C, inoltre, in aggiunta alla dose giornaliera raccomandata di frutta e verdura, contribuisce a mantenere il normale funzionamento del sistema immunitario durante e dopo l’attività fisica. Il succo 100% arancia, ad esempio, rappresenta una fonte pratica di Vitamina C da aggiungere alla dieta giornaliera. Anche in quantità minori, la Vitamina C gioca un ruolo significativo nel mantenimento di un equilibrato metabolismo energetico e aiuta a proteggere le cellule dallo stress ossidativo.
I succhi di frutta contengono quantità anche notevoli di minerali, altre vitamine e composti bioattivi (fitocomopsti): tra questi in particolare potassio, Acido folico, ed altre sostanze ad azione antiossidante, in quantità in alcuni casi anche maggiori rispetto ai frutti da cui derivano (http://wwwsinu.it/html/cnt/il-punto-su.asp).
Anche chi pratica attività fisica a livello amatoriale, in vista dell’estate, espone il corpo ad un aumento dei radicali liberi e al rischio delle modifiche ossidative che essi determinano nel nostro organismo. Per questo, anche per loro, la Vitamina C può rappresentare un alleato contro lo stress e gli sforzi muscolari annessi.
Fonte: Askanews.it

Studio Unipi e Sant'Anna, varietà antiche battono le commerciali
Brutte ma buone. Sono le mele di varietà antiche che, malgrado l’aspetto, superano le varietà commerciali per proprietà nutritive. E’ quanto emerge da uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Pisa e della Scuola Superiore Sant’Anna che ha paragonato le proprietà nutraceutiche di sei varietà di mele antiche (Mantovana, Mora, Nesta, Cipolla, Ruggina, Sassola) con una varietà commerciale (Golden Delicious), sia sotto forma di prodotto fresco che essiccato.
I risultati della ricerca, pubblicati in un articolo sulla rivista Food Chemistry, hanno evidenziato che, anche dopo l’essiccazione, le mele di varietà antiche sono più ricche di antiossidanti rispetto alla Golden Delicious.
“Come Università di Pisa – spiega la professoressa Valentina Domenici del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale – ci siamo occupati della caratterizzazione molecolare mediante la risonanza magnetica nucleare, una tecnica spettroscopica di cui abbiamo lunga esperienza, e grazie alla quale abbiamo identificato e quantificato alcune sostanze antiossidanti: i polifenoli”.
E così, pur essendoci delle differenze, la Golden è quella che contiene sempre meno polifenoli rispetto alle varietà antiche e fra queste il primato va alla mela ‘Cipolla’. Quest’ultima, sia fresca che essiccata, ha infatti il doppio di polifenoli rispetto alla Golden, mentre le altre varietà ne possiedono una quantità maggiore, ma in modo meno marcato, dal 10% al 20%.
“Un modo per valorizzare queste mele ‘non belle’, che dal punto di vista estetico non sono certo confrontabili con quelle commerciali, potrebbe essere quindi di venderle essiccate, magari come snack o in preparazioni come il muesli”, suggeriscono i ricercatori.
“Considerato che il procedimento di essiccazione che abbiamo utilizzato è adattabile ad uso domestico e per piccole produzioni – conclude il professore Luca Sebastiani, direttore dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna – questa idea potrebbe aiutare a salvaguardare i prodotti tipici locali, infatti, le sei varietà di melo che abbiamo studiato sono diffuse in Toscana e in particolare nel Casentino”.
Fonte: Askanews.it

Medici estetici e chirurghi si confrontano al Congresso Sime
Siamo ormai ad un passo dalla prova costume, momento di crisi per i 20 milioni di donne italiane che soffrono della cosiddetta “cellulite”, un disturbo del connettivo che si manifesta con quell’inestetismo noto come “buccia d’arancia” che per molti anni gli esperti hanno chiamato PEFS, panniculopatia edematofibrosclerotica. Colpa degli ormoni, ma anche di sostanze chimiche che provocano un aumento di radicali liberi, una riduzione dell’ossigenazione e del pH dei tessuti, una riduzione dell’attività energetica cellulare, e altre alterazioni che sfociano verso una risposta degenerativa evolutiva.
Cellulite, insomma, vero “spauracchio” femminile. “Da sempre tutte le donne pensano di averla – precisa il presidente della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime) Emanuele Bartoletti – anche perchè le donne chiamano cellulite tutto quello che non amano delle proprie gambe. Quest’anno finalmente riusciremo a fare un punto preciso, e riusciremo a trarre considerazioni scientifiche importanti sull’inquadramento di questa patologia molto comune, ma su cui ancora non c’è una convergenza di opinione sia da un punto di vista di origine clinica che dal punto di vista del trattamento. Che è la cosa più importante”.
“La classificazione della cosiddetta cellulite è da sempre uno dei maggiori problemi della medicina estetica – è la riflessione che illustrerà al congresso Sime Pier Antonio Bacci, specialista in Chirurgia e Malattie Vascolari e linfatici – infatti, senza un preciso schema diagnostico ed una precisa classificazione clinica, è impossibile proporre mirati schemi terapeutici”, ma “grazie anche ad uno schema di domande studiate assieme al prof Raul Saggini, ordinario di Medicina Fisica e Riabilitativa dell’Università di Chieti, sono stati individuati dei test che permettono di avvicinarsi ad una classificazione utilizzabile nella pratica clinica”.
Secondo Andrea Sbarbati – Direttore Dipartimento Nauroscienze – Biomedicina e Movimento Direttore Sezione Anatomia e Istologia Università di Verona, “comunque la si guardi, la cellulite, nonostante un’evidente progresso delle conoscenze, rimane un mistero sul fronte delle cause. Una delle più recenti teorie, tira in ballo addirittura le cellule staminali. La cellulite – spiega – è caratterizzata da una elevatissima concentrazione di cellule staminali pluripotenti. Dunque è profondamente diversa dal tessuto adiposo sottocutaneo e sempre maggiori evidenze, lasciano pensare che sia una patologia delle staminali. Che chissà, un giorno potrebbero diventare il vero target di trattamento di questa condizione”.
Secondo altre teorie la cellulite altro non è che una patologica cronica infiammatoria che nasce da un’alterazione del tessuto adiposo femminile. Che fare dunque? Secondo Giamaica Conti, dipartimento neuroscienze biomedicina e movimento Università di Verona, “per le donne affette da cellulite e non in sovrappeso si potrebbe consigliare una blanda attività fisica, aerobica (perché non si deve arrivare a produrre acido lattico e corpi chetonici). Vanno benissimo la camminata di quaranta minuti al giorno, la corsa ad una velocità non maggiore di sei minuti al chilometro, ma lo sport più indicato e completo per la cellulite potrebbe essere il nuoto. Nuotando a stile libero, dorso, delfino si porta l’acqua ad esercitare un massaggio vigoroso e costante sulle zone in cui si manifesta più spesso la cellulite, senza notevoli sforzi perché il corpo è rilassato durante il galleggiamento in acqua. Il massaggio esercitato dall’acqua contribuisce a ridurre il senso di accumulo edematoso delle zone affette da cellulite, migliora il microcircolo contribuendo a sfiammare i tessuti.
Ma non è tutto: “Un recentissimo medical device, distribuito solo da pochi mesi in Europa, apre una nuova possibilità di trattamento, ottimizzando e standardizzando il principio già conosciuto della sub-incisione o della incisione chirurgica sotto dermica – spiega Bruno Bovani – Chirurgo plastico, professore a contratto presso il Master in Dermatologia Estetica dell’Università di Firenze -. Ha ottenuto l’approvazione FDA e conseguente marchio CE per il miglioramento a lungo termine dell’aspetto della cellulite, in particolare dei glutei e delle cosce, con un miglioramento a due anni ancora persistente nel 96% dei pazienti trattati”.
Fonte: Askanews.it

Diventano 12 gli obbligatori necessari per l'accesso a scuola
Sono dieci i punti chiave del decreto varato oggi dal Consiglio dei Ministri che rende obbligatorie le vaccinazioni per l’accesso a scuola.
Eccoli:
1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, le vaccinazioni di seguito indicate: anti-poliomelitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilusinfluenzae tipo B; anti-meningococcica B; anti-meningococcica C; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella.
2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta.
3) In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 500,00 a euro 7.500,00. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende Sanitarie.
4) Anche nella scuola dell’obbligo, il dirigente scolastico è tenuto a segnalare alla ASL competente la presenza a scuola di minori non vaccinati. La mancata segnalazione può integrare il reato di omissione di atti d’ufficio punito dall’art. 328 c.p.
5) Il genitore o l’esercente la potestà genitoriale sul minore che violi l’obbligo di vaccinazione è segnalato dalla ASL al Tribunale dei Minorenni per la sospensione della potestà genitoriale.
6) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 5 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale.
7) Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.
8) Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.
9) A decorrere dal 1° giugno 2017 il Ministero della salute avvia una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell’ambito della campagna, il Ministero della salute e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori.
10) Le misure del decreto entrano in vigore dal prossimo anno scolastico.
Fonte: Askanews.it

Ricercatori Neuromed Pozzilli, Idi di Roma e Iss
Un altro componente tipico dello stile di vita italiano andrebbe ad aggiungersi alla già lunga lista di elementi che contribuiscono a fare degli Italiani uno dei popoli più “in salute” al mondo. Questa volta tocca al caffè. Una ricerca, condotta dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e l’I.R.C.C.S. Istituto Dermopatico dell’Immacolata di Roma, mostra come la popolare bevanda, se consumata più di tre volte al giorno, possa abbassare il rischio di ammalarsi di cancro della prostata. E il dato sull’azione antitumorale del caffè viene confermato anche in laboratorio.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica International Journal of Cancer, punta a fare chiarezza in un campo fino ad oggi ancora molto dibattuto: il ruolo del caffè in relazione al carcinoma prostatico e, specificamente, l’azione della caffeina. Alcuni studi recenti, sia inglesi che americani, avevano suggerito un effetto protettivo della popolare bevanda “Negli anni recenti sono stati condotti diversi studi a livello internazionale – spiega George Pounis, ricercatore greco presso Neuromed e primo autore del lavoro – ma le evidenze scientifiche disponibili erano considerate insufficienti per trarre conclusioni, e in alcuni casi i risultati apparivano contraddittori. Il nostro scopo, così, è stato quello di ampliare le conoscenze in modo da fornire una visione più chiara”. Il lavoro scientifico parte dall’osservazione, durata in media quattro anni, di circa settemila uomini residenti in Molise e partecipanti allo studio epidemiologico Moli-sani. “Analizzando le abitudini relative al consumo di caffè – spiega Pounis – e mettendole a confronto con i casi di cancro alla prostata che si sono verificati nel corso del tempo, abbiamo potuto evidenziare una netta riduzione di rischio, il 53%, in chi ne beveva più di tre tazzine al giorno”.
A questo punto i ricercatori hanno cercato conferme testando l’azione di estratti di caffè su cellule tumorali prostatiche coltivate in laboratorio. Sono stati provati, in particolare, sia estratti contenenti caffeina che decaffeinati. Proprio i primi hanno mostrato la capacità di ridurre significativamente la proliferazione delle cellule cancerose e la loro capacità di metastatizzare. Un effetto che in larga parte scompare con il decaffeinato.
Fonte: Askanews.it

Andi e Fondazione Andi celebrano Giornata mondiale Salute orale
Sono tre i comportamenti più diffusi frutto di false credenze sulla salute orale. Lavarsi i denti subito dopo aver mangiato, sciacquarsi la bocca con l’acqua per liberarsi del dentifricio e bere succhi di frutta pensando che siano meno dannosi delle bibite gassate. Lo rivela uno studio della Fdi – World dental federation (Federazione dentaria internazionale) condotto in 12 paesi per scoprire cosa sa la popolazione della salute orale e quali regole di comportamento adotta.
Per il 56% degli intervistati, lavarsi i denti appena finito di mangiare è una buona pratica.
Al contrario i dentisti raccomandano di aspettare almeno trenta minuti dopo ogni pranzo prima di prendere in mano lo spazzolino. Il 68% si sciacqua la bocca con l’acqua per togliere il residuo di dentifricio credendo di far bene. E invece anche questo è un comportamento sbagliato. L’indicazione dei professionisti della salute orale è infatti di evitare il risciacquo con l’acqua, limitandosi a sputare il dentifricio in eccesso. In questo modo la massima esposizione al fluoro è assicurata. Si attesta al 36% il numero di quelli che pensano che i succhi di frutta siano meno dannosi delle bibite gassate. La verità è che in entrambi i casi il livello di zuccheri contenuti è elevato, quindi possono essere causa di carie.
Lo studio è stato divulgato in occasione della Giornata mondiale della salute orale. “Comprendere sin dall’infanzia quali sono le buone abitudini da seguire aiuta a conservare una salute orale ottimale fino alla tarda età garantendo una vita libera dal dolore e dal disagio emotivo spesso causato da problemi della bocca”, dice il dentista italiano Edoardo Cavallè, consigliere della Federazione dentaria internazionale e responsabile del gruppo di contatto che ha organizzato la giornata a livello globale. A Roma per contribuire a sfatare i falsi miti sulla salute orale e offrire ai cittadini indicazioni corrette per la salute della bocca Andi e la sua Fondazione hanno organizzato un incontro per lanciare il messaggio “Vivi sano. Mantieni la tua bocca in salute”.
In piazza Vittorio Emanuele II sono intervenuti insieme ai rappresentanti di Fondazione Andi e Fondazione Enpam, padroni di casa, anche i rappresentanti di Andi, del Cenacolo odontostomatologico italiano Coi – Aiog, della Società italiana di patologia e medicina orale – Sipmo, della Commissione Albo Odontoiatri – Cao e dell’Università ‘Sapienza di Roma’. “Una buona salute orale è molto più di un bel sorriso – dice Giovanni Evangelista Mancini, presidente di Fondazione Andi -. Una scarsa salute orale è stata associata a una serie di patologie tra cui il diabete, le malattie cardiovascolari, il cancro al pancreas, la polmonite, l’Alzheimer”. L’evento è stato inserito nella cornice di ‘Piazza della Salute’, l’iniziativa avviata nel 2016 dall’Enpam e finalizzata a promuovere l’autorevolezza della professione medica. Nel corso della mattinata nei giardini della multietnica piazza Vittorio Emanuele II, che a Roma ospita la sede dell’Enpam, è stato distribuito gratuitamente materiale informativo, in diverse lingue, e spazzolini e dentifrici.
Fonte: Askanew.it

Studio coordinato dall'Universita' Statale di Milano
La rivista Journal of Diabetes Research ha pubblicato uno studio condotto da Stefano Benedini, afferente al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Policlinico San Donato IRCCS di Milano, l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi che dimostra come l’irisina, una molecola di recente scoperta prodotta dal muscolo scheletrico durante esercizio fisico, possa spiegare gli effetti positivi dell’esercizio sul metabolismo dell’organismo in toto.
Lo studio ha seguito 70 soggetti sani, di ambo i sessi, di età compresa tra 18 e 75 anni, non sovrappeso, privi di significative patologie metaboliche (dislipidemie, intolleranza glicidica e diabete, sindrome metabolica): 10 volontari sani sedentari, 20 volontari sani che svolgono attività fisica amatoriale (2-3 volte/settimana), 20 volontari che eseguono attività fisica semi-agonistica (4-5 volte la settimana) e 20 volontari che eseguono attività fisica agonistica a livello nazionale o internazionale (5-7 volte/settimana).
La possibilità di studiare questa molecola, per la prima volta, su atleti di élite ha permesso di valutare la quantità di questa miochina su soggetti “ipersportivi” nei quali è stato rilevato un aumento dell’Irisina che si accompagnava al grado di “benessere” dell’organismo in toto che riduce la probabilità dell’insorgenza di malattie metaboliche quali il diabete mellito, l’obesità e la sindrome metabolica. Questo stato di “benessere” è risultato strettamente correlato alla quantità di attività fisica svolta dai soggetti inclusi nei diversi gruppi esaminati.
L’incidenza di obesità e di diabete mellito è in continuo aumento nel nostro paese e in tutto il mondo a causa di fattori nutrizionali scorretti e per mancanza di adeguata attività fisica. Alla luce del continuo incremento di queste malattie metaboliche la possibilità di capire gli effetti positivi mediati dall’Irisina sul metabolismo potrebbe aprire la strada alla formulazione di farmaci in grado di “mimare” l’azione dell’Irisina producendo gli stessi effetti positivi dell’attività fisica.
Lo studio ha visto coinvolte, oltre al Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università Statale di Milano e la Scuola di Scienze Motorie dello stesso Ateneo, anche due Unita’ Operative dell’I.R.C.C.S. Policlinico San Donato: l’Area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche (Prof. L. Luzi) e l’Unita’ Complessa a Direzione Universitaria SMEL-1 Patologia Clinica (Prof. M.M. Corsi Romanelli).
Fonte: Askanew.it

L’efficacia dei trattamenti antidepressivi serotoninergici dipende anche dal contesto ambientale in cui vive il paziente e, quindi, in cui i farmaci vengono assunti. Questo perché l’azione del farmaco consiste, almeno in parte, nell’aumentare la plasticità neurale, amplificando, in un ambiente favorevole, l’opportunità dell’individuo a ridurre o eliminare i sintomi della depressione. E’ questa la conclusione a cui è giunta un’équipe internazionale di ricercatori, coordinati da Igor Branchi, del Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, in uno studio pubblicato questo mese su una delle più prestigiose riviste di psichiatria, Molecular Psychiatry. Conclusione che è stata confermata in uno studio gemello condotto dagli stessi autori su pazienti depressi e pubblicato pochi giorni fa sulla rivista Translational Psychiatry.

“Gli SSRI – spiega Branchi, affiancato nell’indagine dai colleghi dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’ateneo di Zurigo (Svizzera) – non risultano sempre efficaci. Per capirne i motivi, abbiamo ipotizzato come l’aumento della plasticità neurale indotta dal farmaco produca un aumento della suscettibilità agli stimoli ambientali. Di conseguenza, abbiamo analizzato, sia in modelli sperimentali sia in pazienti, il ruolo dell’ambiente nel determinare l’efficacia del trattamento. I risultati hanno dimostrato come il trattamento con SSRI aumenti in modo dose-dipendente l’influenza delle condizioni di vita sull’umore. Ciò è stato osservato sia su parametri clinici, quali la gravità della psicopatologia, che preclinici e molecolari, come i livelli di neutrotrofine e la neurogenesi”.

“Queste scoperte – conclude il ricercatore – possono contribuire a migliorare la pratica clinica, mettendo a punto strategie terapeutiche basate sulla combinazione del trattamento farmacologico con un approccio terapeutico, come la terapia cognitivo-comportamentale, che permetta, a chi soffre di depressione, di affrontare ambienti di vita avversi ed eventi stressanti con maggiore successo, aumentando l’efficacia del trattamento”.

Lo stesso Editor-in-chief della rivista Molecular Psychiatry, il Professor Julio Licinio, dedica un editoriale al lavoro di Branchi e dei suoi collaboratori, in cui commenta come i risultati ottenuti possano spiegare la variabilità dell’ efficacia del trattamento con gli antidepressivi e possano così rappresentare un passo importante per la comprensione del meccanismo di azione di questi farmaci.

Per capire la portata del problema, basti pensare che l’OMS ha definito la depressione una vera e propria emergenza sanitaria che colpisce 322 milioni di persone in tutto il mondo. Tale emergenza è aggravata dal fatto che circa il 60-70% dei pazienti trattati con il farmaco più comunemente utilizzato nelle principali forme di depressione, ovvero gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), non guarisce e il 30-40% non mostra neanche una risposta significativa al farmaco”.
Fonte: Askanew.it

Quali saranno le malattie mentali del prossimi futuro a livello mondiale? Per 6 esperti su 10, l’allarme maggiore viene dalle nuove dipendenze, soprattutto di carattere tecnologico come internet e smartphone, seguito da disturbi neurocognitivi, come la demenza e l’amnesia. E in Italia? Disturbi neuropsicologici (49%), tra i quali soprattutto quelli legati al sonno e al calo di attenzione, seguiti da depressione (28%) e ansia (23%).

Il report viene stilato dagli esperti arrivati da tutto il mondo tra Italia, Europa, Asia, Australia, Nord e Sud America in occasione della XVIII edizione del Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica, organizzato da un Comitato Scientifico internazionale composto da scienziati di fama internazionale, coordinato in Italia da International Foundation Erich Fromm, che ha richiamato 160 speaker internazionali, tra psichiatri e psicologi, e più di 500 partecipanti, per discutere di processi creativi nella psichiatria e psicoterapia.

Ansia, depressione e disturbi neuropsicologici come quelli legati al sonno e all’attenzione, dipendenze a tecnologie e disturbi neurocognitivi: sono questi i problemi mentali con cui la popolazione italiana e quella mondiale avrà a che fare nell’immediato futuro. Patologie che rappresentano allarmi per gli studiosi della mente del 21° secolo, e costituiscono le sfide di psicologi e psichiatri di tutto il mondo. Ad emergere sono anche altri numeri che danno l’idea dello scenario attuale delle malattie mentali sia in Italia sia nel panorama internazionale. A livello mondiale, secondo gli esperti, sono depressione (59%), ansia (18%) e disturbi di personalità (23%) le malattie più diffuse degli ultimi 15 anni, di cui le prime due con una enfasi maggiore nel corso degli ultimi tre anni. Cambia leggermente il contesto italiano dove emerge la prevalenza di casi di depressione reattiva (circa il 60%) che si caratterizza da un umore cupo e crisi di panico frequenti, seguita da disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e binge-eating (abbuffate periodiche).

“Il congresso ha permesso di fare una riflessione della salute a livello mondiale grazie al coinvolgimento di importanti esperti ed accademici che hanno risposto ad un questionario. Ad emergere con forza – afferma Ezio Benelli, Presidente del Congresso – è che la situazione italiana delle malattie mentali vede un netto aumento di problematiche soprattutto legate alla nutrizione e di depressione reattiva. Questo soprattutto nelle regioni più industrializzate, dove si produce più ricchezza e dove, paradossalmente, la qualità della vita è peggiore perché si guadagna di più e si perde in autenticità, generando con maggiore frequenza l’insorgenza di problemi mentali”.

“Quello che dicono gli esperti è molto interessante perché permette di capire meglio quali sono i comportamenti in corso a livello sociale – afferma Vera Slepoj – e soprattutto ci permettono di fermarci a fare delle riflessioni: se l’ansia rappresenta una delle malattie del futuro, è bene pensare ad un superamento della farmacoterapia, con un migliore stile di vita”.
Fonte: Askanew.it

Corso itinerante per medici e farmacisti
La tosse non è una malattia ma un sintomo, molto frequente in età pediatrica, di infezioni delle vie respiratorie. Colpisce fino al 36-40% dei bambini italiani in età scolare e pre-scolare mentre, la sua incidenza a livello mondiale, varia dal 5% al 40% della popolazione in base alle caratteristiche ambientali, all’età, alla stagione e all’abitudine al fumo. “Il bambino con tosse” è il focus di un Corso itinerante rivolto a medici e farmacisti che si è svolto nelle principali città italiane, l’ultima tappa sarà a Palermo il prossimo 24 marzo.
“La tosse è un meccanismo fisiologico – spiega Susanna Esposito professore ordinario di Pediatria dell’Università degli Studi di Perugia e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, responsabile del corso – che il nostro organismo adotta per espellere agenti infettivi presenti nelle vie aeree o smog e fumo di sigaretta o per eliminare l’eccesso di secrezioni che fungono da ostacolo al normale flusso dell’aria. La tosse si può ritenere, quindi, un importante campanello d’allarme che segnala che esistono difficoltà al normale passaggio dell’aria nelle vie respiratorie e che qualcosa, all’interno dell’albero respiratorio, non funziona al meglio”.
Nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno passeggero che fa seguito a un’infezione respiratoria spesso di natura virale che si risolve da sola in meno di una settimana. In questi casi il bambino presenta anche altri disturbi come raffreddore o mal di gola e, a volte, anche febbre. “Spesso a determinare la tosse – aggiunge Susanna Esposito – è il passaggio di muco dalle fosse nasali alla gola che si verifica per esempio durante i cambi di posizione. Ecco perché si fa sentire soprattutto al mattino appena svegli e quando si va a letto. Ma la tosse rappresenta principalmente uno strumento di difesa per l’organismo e non va bloccata. E’, quindi, importante evitare prodotti senza prove di efficacia che possono, in alcuni casi, avere effetti collaterali. E’ interessante sottolineare come la European Medicines Agency (EMA) abbia inserito rimedi naturali a base di miele, Althea officinalis ed edera tra i prodotti autorizzati per il trattamento della tosse in età pediatrica a seguito di studi clinici che ne hanno documentato l’efficacia e la sicurezza”.
La tosse rappresenta uno dei motivi che più frequentemente porta a consultare il pediatra, ma quali sono i rimedi più efficaci per dare sollievo al bambino con tosse? “Farlo bere molto – spiega l’esperta – usare umidificatori per ambienti, praticare lavaggi nasali con la sola soluzione fisiologica per umidificare le vie aeree e, soltanto in casi specifici, l’aerosol con farmaci broncodilatatori e/o cortisonici quando vi è una sottostante componente asmatica o laringite acuta. Utilizzare prodotti a base di miele e Althea officinalis in caso di tosse secca o di edera in caso di tosse produttiva. Mentre gli antibiotici – precisa Susanna Esposito – vanno riservati ai soli casi in cui si presume un’infezione di origine batterica. E’ fondamentale, comunque, evitare sempre di esporre i piccoli al fumo passivo”.
E’ invece necessario rivolgersi al pediatra “quando il bambino ha pochi mesi e la tosse è accompagnata da febbre per più di 2 giorni; quando, durante un attacco di tosse, le labbra del bambino diventano bluastre; quando il bambino respira rapidamente o con difficoltà; quando la tosse causa rumori respiratori diversi dal solito (sembra che «abbai» o «fischi»); quando la tosse è improvvisa e c’è la possibilità che il bambino abbia inalato un oggetto”.
Fonte: Askanew.it

L'oculista: smog e pollini origini di infiammazione
L’arrivo della primavera coincide in Italia con un appuntamento fisso con le allergie da pollinazione per quasi una persona su 5 (il 19,5% della popolazione). A rimetterci sono molto spesso gli occhi: i gas inquinanti e il microparticolato si depositano sulla congiuntiva innescando una reazione infiammatoria. La persistenza dell’infiammazione altera la barriera epiteliale e attiva le cellule del sistema immunitario.
“Ci sono 4 forme di congiuntivite: la congiuntivite allergica stagionale (SAC), la congiuntivite allergica perenne (PAC), la cheratocongiuntivite Vernale (VKC) e la cheratocongiuntivite atopica (AKC) – spiega Pierangela Rubino, specialista in oculistica della Sezione di Oculistica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, Direttore Prof. S. A. Gandolfi – la stagionale e la perenne sono le congiuntiviti allergiche più comuni e si riscontrano nel 15-20% della popolazione. Interessano i giovani adulti tra i 20-40 anni, senza predilezioni di sesso, e sono spesso associate a malattie atopiche”.
La cronica stimolazione del sistema immunitario si accompagna al rilascio di istamina e di altri mediatori dell’infiammazione, che sono responsabili della vasodilatazione e aumento della permeabilità vascolare, e quindi del rossore oculare stimolazione nervosa, che si traduce nel prurito, ipersecrezione a carico della ghiandola lacrimale, con conseguente lacrimazione. “La terapia delle congiuntiviti allergiche è quella di evitare l’agente nocivo che le causa, ma questo può risultare difficile per gli allergeni perenni e perché la superficie oculare è troppo ampia per evitare i comuni allergeni (per esempio quelli presenti nell’aria). Tra i principali trattamenti che sono utili per allontanare l’allergene – spiega l’esperta – i sostituti lacrimali che hanno la funzione duplice di diluire l’allergene e i mediatori dell’infiammazione e di rimuoverlo dalla superficie; sono coadiuvanti dei trattamenti specifici per le allergie cioè dei colliri antistaminici, di quelli con gli stabilizzatori di membrana e di quelli con il cortisone che sono usati nei casi più gravi di allergia” conclude Rubino.
Per indirizzare verso un corretto percorso diagnostico la dottoressa Rubino assieme al Gruppo P.I.C.A.S.S.O.( Partners Italiani per la Correzione delle Alterazioni del Sistema di Superficie Oculare) ha promosso, con il contributo di Thea Farma, lo smart test, grazie al quale è possibile misurare la probabilità di soffrire di occhio secco, che spesso è presente nelle congiuntiviti allergiche.
Fonte: Askanew.it

Terza causa di morte in Italia. Eventi Alice Onlus per i 20 anni
Aprile è il mese dedicato alla Prevenzione dell’Ictus Cerebrale, patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. L’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale – A.L.I.Ce. Italia Onlus, che quest’anno celebra i suoi primi 20 anni e nel corso di questo mese organizza nelle diverse città iniziative di prevenzione, di sensibilizzazione e di informazione su quelli che sono i principali fattori di rischio e sull’importanza del riconoscimento dei sintomi, vuole evidenziare come l’ictus non solo si possa curare ma anche prevenire nell’80% dei casi. E’ però fondamentale seguire stili di vita adeguati, attraverso un’attività fisica moderata e costante e un’alimentazione sana come quella prevista dalla dieta mediterranea. Il controllo della pressione arteriosa risulta fondamentale, fino dai 40 anni, ancora più importante nei diabetici, così come il riconoscimento della aritmia cardiaca definita fibrillazione atriale e l’astensione dal fumo.
Quasi 200.000 italiani vengono colpiti da ictus cerebrale ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione, sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte di qualsiasi persona dei fattori che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano i rischio di avere un ictus. Tra i principali la ipertensione arteriosa, l’obesità, il diabete, il fumo ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Da qui l’importanza del ruolo proattivo dei medici di famiglia, affinché, una volta prescritte le terapie appropriate, ne controllino la effettiva ed adeguata assunzione.
A.L.I.Ce. Italia Onlus propone una App, prodotta nel nostro Paese, Ictus 3R – che si può scaricare gratuitamente e che consente di misurare direttamente il proprio rischio di ictus. L’attenzione al peso corporeo, un’attività fisica moderata e costante, seguire un modello alimentare ispirato alla dieta mediterranea e a basso contenuto di sodio, devono rappresentare regole generali per tutti.
Negli ultimi anni l’attenzione dell’Associazione si è focalizzata in modo particolare sulla Fibrillazione Atriale, aritmia che colpisce il 4% della popolazione sopra i 65 anni ed è la causa di circa il 25% degli ictus ischemici. Circa la metà degli ictus che si verificano nelle persone di età superiore agli 80 anni è causata dalla fibrillazione atriale. A.L.I.Ce. Italia ha voluto dedicare una pagina del suo sito e una pagina Facebook a questa patologia perché chi ne è affetto vede aumentare di 5 volte il rischio di ictus tromboembolico, che risulta generalmente molto grave e invalidante. E’ importantissimo ‘intercettare’ il più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passo successivo è quello di stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio d’ictus.
Fonte: Askanew.it

Campagna NienteMale: diversa anche la risposta ai farmaci
Caratteristiche genetiche, fluttuazioni ormonali e differenze anatomiche sono all’origine della spiccata vulnerabilità femminile al dolore. Dismenorrea, mal di testa, lombalgia, problematiche muscolo-scheletriche le sindromi algiche più comuni. Le donne rappresentano anche le maggiori consumatrici di analgesici e hanno necessità di molecole efficaci ma, al tempo stesso sicure, anche in fasi delicate della vita, come la gravidanza e la post-menopausa. Con il suo peculiare meccanismo d’azione, a livello centrale, il paracetamolo contribuisce a potenziare le difese analgesiche naturali dell’organismo.
Se ne è parlato a Milano, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione sul dolore NienteMale, a un mese dalla 2a Giornata Nazionale della Salute della Donna, indetta dal Ministro Lorenzin per il prossimo 22 aprile, proprio con l’obiettivo di fare luce sulle problematiche di salute femminili e le specificità di genere.
Un’indagine svolta su oltre 85.000 adulti in 17 Paesi di tutto il mondo ha evidenziato come una sintomatologia dolorosa cronica di qualsiasi tipo affligga il 45% delle donne, rispetto al 31,4% degli uomini, associandosi nell’8% dei casi a depressione. Un altro studio, condotto dalla Standford University su 11.000 persone, ha mostrato che, in situazioni cliniche sovrapponibili, le femmine soffrirebbero il 20% in più dei maschi. Ma quali sono le sindromi algiche più diffuse nel gentil sesso? Alcune sono del tutto specifiche, come la dismenorrea (che, secondo la IASP, colpirebbe fino al 90% delle adolescenti e oltre il 50% delle donne adulte), o il dolore pelvico cronico. Altre si manifestano con più frequenza, rispetto al sesso maschile: l’emicrania, ad esempio (3 volte più ricorrente), la cefalea tensiva cronica (4 volte di più), l’artrosi (3 volte di più, in menopausa), la fibromialgia (6 volte più diffusa), in generale i dolori muscolo-scheletrici (dal 35 al 59% dei casi, contro il 23-49% degli uomini), come la lombalgia. All’origine di questa maggiore vulnerabilità, vi sono differenze a livello genetico, ormonale e anatomico, ma anche fattori psico-sociali. In particolare, gli estrogeni influiscono sul Sistema Nervoso Centrale, rendendolo più reattivo agli stimoli algici.
“Le donne hanno più sindromi dolorose e più malattie che causano loro sofferenza”, spiega Alessandra Graziottin, Direttore Centro di Ginecologia presso l’Ospedale San Raffaele Resnati di Milano e Presidente Fondazione Graziottin per la cura del dolore nella donna Onlus. “Sembra inoltre che riconoscano il problema dolore più precocemente, per una sorta di meccanismo autoprotettivo. Ciononostante, ricevono molta meno attenzione diagnostica e terapeutica, ritrovandosi così costrette a soffrire di più e più a lungo, con l’avanzare dell’età. Dopo la pubertà, malattie infiammatorie e autoimmuni raddoppiano o addirittura triplicano nel sesso femminile, per l’effetto degli ormoni sessuali sulle cellule che regolano le difese immunitarie. Quanto più la sofferenza persiste, tanto più aumentano i cambiamenti nel Sistema Nervoso Centrale, per cui il dolore si fa sempre più autonomo rispetto all’infiammazione e diventa malattia in sé”, spiega.
Fonte: Askanew.it

Teodori (Enea): influenza positiva sul decorso di alcune patologie.
Il cibo può agire come un vero e proprio farmaco per ridurre i rischi di malattie. Lo evidenziano alcune ricerche realizzate da Università di Tor Vergata e Brander Cancer Research Institute del New York Medical College in coordinamento con Enea e pubblicate sull'International Journal of Molecular Science. Lo studio - spiega l'Enea - si focalizza sull'azione di alcune sostanze come polifenoli, acidi grassi polinsaturi e altre ancora, nel contrastare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, ipertensione, obesità e senescenza e nel contribuire a prevenire l'insorgenza di tumori.
La ricerche hanno inoltre evidenziato l'azione benefica di alcuni componenti bioattivi di alimenti come il té verde, la curcumina e il resveratrolo contenuto nei frutti scuri, in grado di modulare il funzionamento di innumerevoli geni, alcuni dei quali direttamente coinvolti in molti processi cellulari. "Da questi studi arrivano nuove consapevolezze sui rischi di alterazione del metabolismo legati ad una cattiva nutrizione, ma anche su come l'alimentazione riesca ad influenzare in maniera positiva e a volte determinante lo sviluppo e il decorso di alcune patologie", spiega Laura Teodori ricercatrice del laboratorio Diagnostica e Metrologia della divisione Tecnologie Fisiche per la Salute dell'Enea. "I polifenoli contenuti ad esempio nel tè verde, intervengono nella regolazione del metabolismo epatico; gli acidi grassi polinsaturi, i cosiddetti omega 3, contenuti nei semi di lino e in molti pesci, possono modulare il metabolismo lipidico, hanno proprietà anti-infiammatorie e anti-aggreganti e sono inversamente correlati con il rischio di disturbi neurologici, come ad esempio l'Alzheimer".
Ma non è tutto. Un recente studio del gruppo di ricerca sull'ingegneria e rigenerazione/riparazione tissutale, condotto dal laboratorio di Diagnostica e Metrologia dell'Enea e le Università di Tor Vergata, Urbino e la Sorbonne di Parigi, pubblicato sull'International Journal of Medical Sciences ha dimostrato che gli omega 3 sono anche in grado di migliorare il quadro istologico e citologico nella distrofia muscolare. In particolare, è emerso che l'acido linolenico (ALA), di cui sono ricchi i semi di lino, è in grado di attenuare o addirittura risolvere il danno al sarcolemma, la membrana che ricopre le fibre muscolari, importante conseguenza della distrofia muscolare. Oltre a migliorare la miogenesi e ristabilire la morfologia muscolare, i semi di lino hanno dimostrato anche un'efficace azione antinfiammatoria.
"Il cibo è come un software plastico dell'espressione genica - continua Laura Teodori -. Mentre mangiamo oltre ad assumere sostanza e energia sotto forma di carboidrati, proteine e lipidi, incameriamo anche informazioni. Per processare l'immensa mole di dati necessari agli studi sulla genomica ed epigenomica sarebbe importante incrementare la ricerca in questo settore e istituire un centro sui 'big data', settore in cui l'Enea vanta preziose competenze e professionalità".
In occasione della giornata internazionale della donna, il prossimo 8 marzo l'Enea e l'Associazione Internazionale per la Sensibilizzazione e la Prevenzione delle Patologie della Donna - AISPPD organizzano a Roma un evento nell'ambito del quale nutrizionisti, oncologi e ricercatori discuteranno sul ruolo dell'alimentazione nella prevenzione delle neoplasie femminili.
Fonte: Askanews.it

Nuovi dati dal Congresso "Highlights in Cardiology" a Roma.
La prevenzione degli eventi cardiovascolari, soprattutto tra i giovani, ha aperto il congresso internazionale dal titolo "Highlights in Cardiology", che si è appena concluso a Roma. Esperti italiani e internazionali hanno parlato di rischio cardiovascolare nei bambini, morte improvvisa cardiaca negli atleti, utilità dei test sotto sforzo, elettrocar-diogramma negli adolescenti. Il congresso è stato promosso dalla Fondazione Internazio-nale Menarini e presieduto da Francesco Fedele, Direttore del DAI (Dipartimento Assi-stenziale Integrato) Malattie Cardiovascolari e Respiratorie, Policlinico Umberto I Roma, e Direttore della Sezione di Cardiologia al Dipartimento Scienze Cardiovascolari, Respirato-rie, Nefrologiche e Geriatriche, "Sapienza" Università di Roma.
"Sono molte le morti improvvise in Italia, ma quello che effettivamente impressiona è il numero dei soggetti con un'età inferiore ai 35 anni colpiti, fino a mille morti improvvise l'anno, non soltanto negli sportivi ma anche nei giovani che non praticano attività sportiva - ha spiegato Fedele -. Molte di queste morti potrebbero essere evitate ricorrendo a un semplice esame, l'elettrocardiogramma. Costa soltanto undici euro e penso che sia uno strumento adatto e appropriato anche perché il solo esame fisico e la storia del paziente non identifi-cano i soggetti a rischio. L'importante è che l'elettrocardiogramma sia letto in maniera appropriata da persone competenti, cioè da un cardiologo, mentre da evitare senz'altro sono le letture automatiche tramite computer, che possono non identificare condizioni di patol-gia o addirittura creare falsi positivi".
Con queste premesse i cardiologi hanno proposto, anche in collaborazione con il Ministero dell'Università e dell'Educazione, di fare un elettrocardiogramma dopo la pubertà, cioè nell'età compresa tra i quindici e i diciott'anni. "L'obiettivo della lotta alla morte cardiaca improvvisa nei giovani ha come primo perno l'elaborazione di un protocollo di screening cardiologico: la storia familiare e personale, l'esame obiettivo (auscultazione e misura della pressione) e l'elettrocardiogramma per tutti gli studenti" prosegue Fedele. "Nei casi in cui nasca un sospetto di cardiopatia durante un elettrocardiogramma, subentra l'impiego dell'ecocardiogramma, esame di secondo livello.
Il terzo step è l'approfondimento diagno-stico nei casi non chiari, con l'impiego anche di tecniche invasive (risonanza magnetica nucleare cardiaca, esame elettrofisiologico, coronarografia, biopsia endomiocardica, mappaggio elettroanatomico del cuore) fino alla diagnosi conclusiva e alla definizione di programma terapeutico. Infine c'è il quarto step: l'esame genetico con screening dei famiglia-ri, nei casi di malattia geneticamente trasmissibile" ha aggiunto.
Fonte: AskaNews.it

Tutti i consigli degli esperti per iniziare bene la giornata a due.
Fare colazione non è importante solo per la propria salute, ma può anche migliorare l'affinità di coppia. E, proprio in vista di San valentino, arriva una piccola guida sulla colazione perfetta per la coppia, a cura di www.iocominciobene.it, blog che Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) dedica al primo pasto della giornata.
"Se la sera può trascinarsi dietro i pensieri accumulati durante il giorno, il mattino offre un'opportunità che spesso non viene colta - spiega Valerio Celletti, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo - É molto comune tendere a vivere in attesa del futuro, mentre è importante donarsi quotidianamente." Ecco allora che il modo migliore per festeggiare il giorno degli innamorati è una colazione "che si prenda il suo tempo e che aiuti a riscoprire il piacere di stupirsi di piccoli gesti e attenzioni". La prima regola per la colazione perfetta è un invito alla calma. "Non viviamo la prima colazione come un momento di passaggio e non roviniamola con l'ansia da puntualità e scadenze - spiega Celletti - Per San Valentino regalatevi tempo".
Per chi è casa in due, il consiglio è la colazione a letto: "un'occasione per svegliare il proprio partner in modo caloroso, giocoso e sensuale". Per una famiglia numerosa il consiglio del sessuologo è "spezzare la routine" e provare a ritagliarsi tempo a due.
Ma cosa portare a tavola (o sul letto) per una colazione speciale in coppia? "I carboidrati giocano sempre un ruolo essenziale, in particolar modo se assunti al mattino - spiega Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo - Bene pane, fette biscottate, biscotti, prodotti da forno e cereali da prima colazione: apportano zuccheri a lento rilascio che danno energia per tutta la mattina. Ma non solo, i carboidrati hanno anche un effetto gratificante, aspetto da non trascurare per una colazione a due." È poi necessario inserire una quota proteica: "Consiglierei il latte, è una bevanda 'base', ricca, nutriente, energetica e contiene Sali minerali", continua il professore.
Per finire è importante un frutto: "Per l'occasione, invece della classica mela o arancia, si possono utilizzare i frutti di bosco, che hanno anche un effetto vasodilatatorio e agiscono sulla microcircolazione." Via libera dunque a more, mirtilli, fragole e fragoline, che potrebbero avere un effetto anche afrodisiaco, perfetto per la situazione. E per rendere più goloso il menù per una colazione speciale, potete aggiungere del cioccolato. "Ha una serie di effetti sul sistema nervoso centrale - spiega il nutrizionista - presenta infatti sostanze che determinano una sorta di euforia e stimolano ormoni del benessere come la serotonina e le beta endorfine, che danno piacere."
Fonte: AskaNews.it

Un progetto ASC Vitattiva e Abbott per stili di vita salutari.
In Italia, le persone tra i 50 e i 70 anni stanno diventando la fascia di età in più forte crescita e rappresentano oltre un quarto della popolazione (16 milioni di persone). Pur mostrandosi sempre più attente al proprio benessere, dai dati dell'Istituto Superiore di Sanità risulta che gli over 50 in Italia non sono soddisfatti della propria salute: una persona over 50 su tre è completamente sedentaria, nove su dieci non riescono a seguire una corretta alimentazione, quasi la metà non ritiene soddisfacente il proprio stato di salute.
Per incoraggiare le persone a vivere in salute e con più energia negli anni, A.S.C. Vitattiva e Abbott presentano oggi la campagna "Vivi con Vigore", in occasione del convegno "Sport, Alimentazione, Vitalità a Misura di Senior" patrocinato da Regione Lazio, Coni e Italia Longeva.
"La campagna Vivi con Vigore è un progetto per contribuire a promuovere educazione sui corretti stili di vita", ha spiegato Stefano Zangara, Direttore Risorse Umane Abbott, "adottare scelte di vita salutari e attive può aiutare le persone over 50 ad esprimere il proprio potenziale e vivere una vita più sana e più felice, limitando al contempo le conseguenze cliniche, sociali ed economiche di una gestione inadeguata del proprio stile di vita".
Un modo per mantenere forza, energia e vitalità negli anni è conservare la massa muscolare. A partire dai 40 anni, infatti, cominciamo a perdere naturalmente l'8% della massa muscolare ogni decade.
"Ad Expo 2015, abbiamo condotto una survey su oltre 3 mila visitatori che ha dimostrato la correlazione tra età e perdita di forza ed energia" dichiara Francesco Landi, Professore associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. "Abbiamo dimostrato inoltre la correlazione tra un adeguato apporto proteico, una regolare attività fisica e il mantenimento della massa e della forza muscolare nei senior, a conferma dell'importanza della sana alimentazione e del movimento dopo i 50 anni".
Oltre al movimento, un'alimentazione sana - che includa una buona scelta di cibi ricchi di proteine - può contribuire a mantenere nel tempo la massa muscolare e il normale funzionamento dei muscoli e delle ossa.
"Seguire una dieta equilibrata può essere una vera sfida oggi, tra pasti frettolosi e cattive abitudini a tavola. Ecco perché, in questi casi, è importante seguire i consigli di uno specialista della nutrizione" afferma Evelina Flachi, specialista in scienza dell'alimentazione e nutrizionista "Per una buona condizione fisica muscolare e per favorire un buono stato di salute non devono mancare nella dieta tutti i nutrienti, nelle diverse proporzioni ed in relazione agli individuali consumi energetici e stili di vita".
Per saperne di più sulla campagna "Vivi con Vigore", che si compone di un portale web compatibile con tablet e smartphone, materiali informativi su salute e nutrizione e incontri di sensibilizzazione, è possibile visitare il sito www.viviconvigore.it.
Fonte: AskaNews.it

FARMACIA SS ANNUNZIATA - Via Gramsci, 1/E - 43126 Parma (PR) - P.iva 00203720347 - Privacy Policy - Webdesign Fulcri Srl

SCOPRI
L’APP